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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI

SPECIALMENTE INTORNO

AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, Al RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.

COMPILAZIONE

DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO

SECONDO AIUTANTE DI CAMERA

DI SUA SANTITÀ PIO IX.

VOL. LIV.

lu)-Se'KWCr*T/fc, Pop. IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCLII.

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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORI CO -ECCLESIASTICA

POD

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r ODLACHIA (Podlachien). Vesco- vato di Polonia nel Palalinato, o voivo- dia del suo nome ne'dominii russi, con re- sidenza del vescovo in Janow(F.), il cui capoluogo chiamasi Siedleco Podiachia, città in riva al Muchawica, con bel ca- stello e regolari fabbriche. La città di Ja- now ha la cattedrale dedicata alla ss. Tri- nità, con baltislerio e cura d'anime eser- citata dal vice-custode e dal vicario. Il capitolo ha 4 dignità, i.^dellequali è il de- cano, 8 canonici e altri ecclesiastici. Vi è altra chiesa parrocchiale pei greci -lati- ni , un convento di religiosi ed il semi- nario. La sede vescovile di Janow o Po- diachia fu eretta da Pio VII colla bolla Ex impositay de'3o giugno 1818, Bull, cont. t. i5, p. 61, dichiarandola suffra- ganea di Varsavia, e formando la dioce- si con 1 16 parrocchie; indi a'29 marzo 1819 nominò i.° vescovo Felice Lewin- ski già di Eretria. Nel 1826 a' 3 luglio Leone XII gli die in successore mg.' Gio. Marcello Gulkowski della diocesi e ca- nonico di Plosko, arcidiacono di Varsa- via, ed a questi in sufFraganeo nello slesso

concistoro mg.'' Francesco Lewinski ve- scovo di Eleuteropoli, i quali tuttora go- vernano la diocesi. Il p. Thainer, Vicen- de della chiesa in Polonia, p. 542 e 557, loda altamente l'eroico coraggio col qua- le mg.^ Gutkowskì propugnò la causa cattolica intorno ai matrimoni misti, ri- cusandosi obbedire al governo tanto di togliere dalla biblioteca l'opera: Concor' danza e discrepanza tra* greci e latini in fatto di fede, come che si dasse a leggere nel seminario e scuole la pessima storia di Russia di Ustrialow, anzi fulminò la sco- munica contro chi la leggesse. Vittima del proprio zelo, ne prese vigorosamente le difese Gregorio XVI con quei docu- menti riportati neiry^//oc«zi''o/2e^e'22 /a- glio i842,dap. ii5ap. 1 38, mai vo- lendo aderire al governo, che olire averlo privato delle lendite, bramava si desti- tuisse dalla sede, e poi lo rilegò nel mo« nasterodi Ozeransk, onde il Papa ricol- mò con lettere consolatorie di giusti en- comi il degno vescovo. La diocesi si e- stende per tutto ilPalatinato ; ogni nuo- vo vescovo è tassato in 1 1 12 fiorini, es*

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sendo le rendite scudi 6666 con alcuni pesi.

PODOCATERO Lodovico, Cardina- le. Nobilegreco, nalo in Nicosia nell'iso- la di Cipro, werf/co d'Innocenzo VI II, mo- dello di virtù ed elegante nella persona, dotto, prudente e savio nel maneggio de- gli affari, in giovanile età fu scelto ret- tore dell'università di Padova, alla cui ri- putazione contribuì con opere magnifi- che e ottime leggi. Nel i4B3 Sisto IV lo fecevescovodiCapaccio,ed Alessandro VI suo segretario, che a'28 settembre i5oo lo creò cardinale prete di s. Agata alla Suburra, indi segretario de'brevi, inter- \enendo a 2 conclavi. 1 letterati frequen- tavano la sua conversazione per ammirar- ne il sapere, e sebbene la perdita della sostanza paterna lo pose in gravi stret- tezze, non mancò di sovvenire i suoi na- zionali e gli eruditi bisognosi. Giulio II nel i5o4 lo trasferì all'arcivescovato di Benevento, morendo poco tempo dopo d'anni yS in Roma, e fu sepolto nella chiesa di s. Maria del Popolo, nella cap- pella da lui fondata con messa quotidia- na, erigendogli in essa il nipote Livio ar- civescovo di Nicosia un sontuoso mau- soleo di marmo con pregiate sculture e la statua del cardinale giacente, oltre un nobile epitaffio.

POEMANIOoPOEMANITlLNO,Pof^- maniiim, Poemanìtinum. Sede vescovile di Ellesponto, sotto la metropoli diCizi- co, eretta nel V secolo. Ebbe 6 vescovi. Oriens dir. t. i, p. 769.

POESIA e POETA, Poesis,poela. Ar- te del poeta e componimento poetico; fa- ci tor di poemi e di poesie, dicendosi poeta anche lo scrittore di versi o verseggia- tore. Ne' tempi remoti i poeti furono i primi teologi, i primi legislatori de'popoli, ■valendo allora il vocabolo eziandio pro- feta, dottore, filosofo, savio, inspirato (va- te). Diceil Varchi, che l'arte poetica è una facoltà,la quale insegna in quali modi si deve imitare qualunque azione, affetto e costui?ie,con aumero(determinato di pie-

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di o misura di versi, essendo il verso quel membro di scrittura poetica compreso sotto certa misura di piedi odi sillabe, che in latino dicesi versus ^carmcnj metrum), sermone ed armonia, mescolalauìente o di per se, per rimuovere gli uomini dai vizi e accenderli alla virtù. Laonde l'arte poetica o di comporre i poemi , ha per iscopo l'istruire dilettando, migliorare i costumi e la condizione degli uomini. E' difficile l'assegnar l'origine di un'aite che dovette nascere tosto che cominciò a svi- lupparsi il fuoco dell'immaginazione, e potè infiammar l'animo de'mortali,o pu- re tosto che il potere dell'armonia o con- certo di voci e di suoni si fece sentire al loro orecchio. Essendo stati i primi uo- mini pastori o cacciatori o pescatori, la prima poesia fu la pastorale, forse anche la descrittiva: si cominciò dal cantare le imprese de'cacciatori, poscia de'guerrie- ri più valorosi, indi i lavori della cam- pagna, i frutti della terra, equindi si giun- se a celebrare gli Dei e gli eroi. In prin- cipio la poesia si divise in due generi, se- condo il carattere diverso degli autori: il genere eroico, ch'era consagrato alla lode degli Dei e degli eroi, ed il satirico che dipingeva e rappresentava gli uomi- ni perversi e viziosi. In appresso s'intro- dusse l'epopea o poema epico o eroico, che pose o trasportò in qualche modo un racconto in azione, e questa produsse po- scia la tragedia, come la satira col me- desimo diede origine alla commedia. Qua- lunque sia però l'origine di quest'arte di- vina, i poeti dipinsero da principio coi più vivi colori i benefizi arrecati all'u- mana specie, e i fenomeni e le meravi- glie che la natura loro rappresentava. A- vanti che la ragione istruisse colla ener- gica sua voce gli uomini, e insegnasse le leggi, tutti gli uomini seguivano la sem- plice natura; dispersi ne'boschi cercan- do il nutrimento, la forza teneva luogo di diritto ; ma l' armoniosa tessitura del discorso temperò la rozzezza di que' sel- vaggi costumi, riunì gli erranti nelle C7^

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tà, spavenlò i delitti coi supplizi, e pose l'innocenza sotto la salvaguardia delle leg- gi. Secondo Boileau quest'ordine di cose fu frutto de'primi versi; di nacquero le dicerie che cogli accenti d'Orfeo le ti- gri si spogliarono di loro ferocia, che ai concenti d'Amflone uiuovevansi le pie- tre ad innalzar le mura di Tebe.

Avanti che gli uomini potessero tras- mettere alla posterità gli avvenimenti più rimarchevoli, riducendoli in un cor- po d'istoria, essi componevano con quel- la serie di racconti una specie di poemi lirici, o \ersi atti ad esser cantati al suo- no della liia,checantavanoai loro figliuo- li, affine d'ispirar loro l'amor patrio e at- taccarli al medesimo con una specie d'or- goglio nazionale. Può credersi altresì che con canti poetici i primi uomini implo- rassero la divinità, ola ringraziassero del- la sua munificenza. F. Canto e Musica. In fatti i primi monumenti della storia ebraica sono cantici sacri, i salmi ed al- tre poesie; l'espressioni, i sentimenti, le figure, la varietà, l'azione, tutto è gran- de, forte, dignitoso nei poeti ebrei. Presso i greci antichi erano certi poeti cantori, i quali facevano come i nostri improv- visatori, poi divennero veri poeti, e can- tarono la storia e la morale, in un col- l'arte militare; i poemi sublimi d'Omero, il più grande de'poeti, fecero conoscere le prime azioni de'greci,indi Aristotile com- pose le sue celebri poetiche. Vedasi la Cronaca de' poeti anteriori e contempo- raneiad Omero, Lugano 1826. Poetìgre- ci nelle loro piìi celebri traduzioni ita- liane, Firenze 1841. Io Roma la poesia fu da prima stimata pochissimo, ed i pri- mi poeti furono schiavi, come Livio An- dronico; ma ben presto quel popolo ge- neroso sentì il pregio di cjuest'arte e inco- minciò a tenere in onore chi la trattava; laonde Ennio fu amico di Scipione, Te- renzio di Lelio, Accio di Bruto : Cicero- ne nomina parecchi grandi di Roma che commisero a'poeli la storia delle loro ge- sta. In progresso Ira'romaui i poeti creb-

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bero in onore; Virgilio e Orazio, padri illustri della poesia latina, erano intimi d'Augusto; Arcadio e Onorio eressero u- na statua nel foro romano al poeta Clau^ diano. Vedasi Pedimontis inlloratii, Ar- tem poeticant^Yenelm, Aldus 1 554- Luisi- nii in Horatii, De arte poetica comment., ibid. 1554. Nel 1844 in Firenze fu pub- blicato : Poeti latini nelle loro più celebri traduzioni italiane ^ preceduti da un qua- dro della letteratura latina compendia- to da quello di Fr. Ficker. I bardi sono stali i primi storici degli scandinavi é de- gli scozzesi. Igrt//i ebbero anch'essi iloro bardi, che cantavano in mezzo alle armi ed ai banchetti. La poesia fu compresa nell'universale eccidio delle romane co- gnizioni; cadde essa pure nella barbarie e si oscurò il suo lustro, ma nondimeno in Italia continuarono ad esservi poeti di qualche valoie anche dopo la caduta deirimpero;in Italia qualche lumedi poe- tico fuoco conservossi anche ne'tempi del- la più densa barbarie; dall'Italia forse partirono quelle scintille, che animarono l'estro de'poeti ambulanti cantori delle belle e degli eroi, chiamati trovatori (di questi poeti popolari parlai in diversi luo- ghi, come ne' voi. XXVIj p. 221, XXX f, p. lyS), provenzali o di altre nazioni, dal rimare all'improvviso trovando pronta- mente la rima, come pure de^poeti germa- ni e di altri popoli delle provincie setten- trionali. Abbiamo di Gio. Galvani, Ower- V azioni sulla poesia de trovatori, e sulle principali maniere e forme di essa confor- miate brevemente colle antiche italiane, Modena 1829. Nel i833 si pubblicò in Firenze: Raccolta dei favoleggiatori ita- liani antichi e moderni. Al rinascere delle scienze e delle arti rinacque in Italia, e prima che altrove e più gloriosa che non presso qualunque altra nazione, la poe- sia, che sino dal principio del rifiorimen- to sparse lumi amplissimi in tutta Eu- ropa. Basta qui il nominare i sommi e incomparabili Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso, senza dire dei tanti altri poeti che

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dal secolo XIV sino al presente in Italia emiDenleuiente si distinsero in tutti i di* versi generi di poesia. 11 Lupi, Disserta- zioni t. 2, p. 6o e seg., dichiara l'epoca pili certa del principio dell'arte poetica, ragionando de'poeti che fiorirono dal se- colo XXVII del mondo sino alla nascita di Gesù Custode de'poeti de'primi 6 se- coli di nostra era. Dei poeti e delia poe- sia ne tratto negli analoghi articoli, come Accademie, Letteratura, Erudizione, Letterato, Teatro. De'poeti principali d'ogni nazione e delle più celebri poesie ne parlo ne'relativi articoli ed in quelli dellecittà estati, dicendo degli uomini il- lustri, massime parlando dei loro idiomi, /^.Lingua. Lodovico Muratori, De//^ ^e/'- fetla poesia italiana^ Yenezìa fj^S. Gio. Ballìsla^'ìssOyArte poetica, Bassanoi 828. Gio. Barotti, Traduzione dell'arte poe- tica del Fif/tìf, Roma i838.Fr. Saverio Quadrio, Della storia e della ragione di ogni poesia, Venezia 1 786. Gio. M.^Cre- scimbeni. Istoria della volgar poesia, Ho - ma 1 698. Commentari a detta storia, Ro- ma 1702. Trattato delle bellezze della volgarpoesia,Roma 1 700. Le vite de'piìi celebri poeti provenzali, Roma 1722.

Recentemente si è introdotta una nuo- va distinzione della poesia in due gene- ri, cioè di poesia classica e romaiilica: la classica si appoggia all'imitazione de'grau- di modelli greci e latini; la romantica de- rivò dall'arbitrio con diverse forme, e in questo modo si architettò una poetica tut- ta propria de'trovatori. L'esclusione della greca mitologia ( F. Paganesimo) e la tra- scuranza delle regole degli antichi^ sono i due caratteri di questa nuova scuola. Venendo ai diversi generi di poesia, in particolare avanti tutto si alfaccia la poe- sia lirica, le cui forme diverse sono l'ode, il ditirambo, al quale succedette presso di noi il brindisi, e l'elegia ; daWa poesia campestre trasse il madrigale; seguo- no l'epigramma, l'iscrizione e l'epitaffio, il sonetto,gli endecasillabi catulliani, l'ot- tava rima, la sesta rima> la terza rima,

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e il veiso sciolto. Nella poesia narrativa si registrano l'epopea o il racconto poe- tico di un'azione meravigliosa, il poema romanzesco, l'epopea eroicomica, la no- vella e l'apologo. Alla poesia drammatica appartengono la tragedia, la tragedia ur- bana , che anche dicesi semplicemente dramma, la commedia , la farsa o una produzione comica di un solo atlo,il dram- ma propriamente detto o il dramma sen- timentale, la tragicommedia, e il melo- dramma o l'opera in musica. Avvi pure la poesia didascalica, e a questa appar- tengono il poema filosofico, la salila, e talvolta i componimenti giocosi o berne- schi , finalmente i sermoni e le epistole. In tutti questi generi di poesia gl'italia- ni si sono distinti, e tuttora fioriscono il- lustri cultori dellemuse. Il Sarnelli, Lelt. eccl. t. 8,let. 3o: Della sacra poesia, ren- de ragione perchè Platone voleva discac- ciare i poeti dalla città; ed osservando che le produzioni poetiche troppo licen- ziose sono nocive a chi le legge ed a chi le produce, narra che Paolo IV avendo chiamato dalla nunziatura di Venezia un arcivescovo alla segreteria di stalo, eccel- lente nelle lettere umane e divine, e de- stinato al cardinalato, nella sera prece- dente al concistoro in cui voleva esaltar- lo, ne fu distolto dalla lettura di alcuni versi lascivi, composti da quello in altri tempi. Tra' Papi che si distinsero nella poesia nominerò Giovanni XXIll, Pio li, Leone X, Urbano Vili, Clemente IX e Clemente XI; tra 'cardinali citerò Anto- niani, Bembo, Daniele Delfino, Barbaro, Sylva, Boba, Bernardino MafFei , Mar- tellij Polignac, Cornelio Bentivoglio. La potenza de' poeti, per quella della pen- na, prima fra le armi più omicide, ven- ne qualificata Platone e ripetuta da Eugenio IV con quella sentenza che ri- porto nelvol.XXXVlII, p. 124. Adria- no VI fu contrario ai poeti, e l'impera- tore Filippo, volendo raffrenare la loio soverchia libertà, li cancellò dalla lista de* professori. Vedasi la Disserl. depoe-

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tìs priviiegioruni exoriihus, praeside d. de PuUniajin publice propugnata , Li- psia 1777. Il celebre poeta Aratore, por- tatosi iu Roma a visitar la basilica di s. Pietro, offri a Teodoro I Papa del 64^ il suo nobile poema degli Aui apostolici, che recitò 7 volte per soddisfare il popo- lo numeroso, dopo aver fatto altrettanto avanti la tomba dell' apostolo, alla pre- senza del Papa e del clero. E Rabano, ce- lebre sofista e poeta, mandò a Sergio I Papa del 687 il suo poema delKi Croce^ acciò in suo nome 1' offrisse a s. Pietro. Tutto riporta Piazza^ Santuario roma- no par. 2, p. 3o.

1 fondatori della benemerita e celebre Accademia d'Arcadia ebbero per prin- cipal scopo nel prendere i nomi e gli usi de' greci pastori e persino il loro calen- dario, di romper guerra alle gonfiezze del secolo, e ritornare la poesia italiana per mezzo della pastorale alle pure e bel- le sue forme. Fingendosi pastori, imma- ginandosi di vivere nelle campagne, bau- dito ogni fasto, tolto fra loro ogni titolo |[ j^i preminenza^ studiando neoclassici gre- ci, latini e italiani, vennero naturalmen- te da stesse a cadere quelle ampollose metafore, que'stravolli concetti, e quello smodato lusso di erudizione, che forma- va la delizia non de'poeti soltanto , ma eziandio de'più applauditi oratori sagri, e su cui stoltamente si riponeva la sede del sublime e del bello. De' vantaggi re- cali dall'Arcadia alla poesia, scrissero mol- ti; ed oltre il citato articolo di celeber- rima accademia parlai in più luoghi, co- me a Portogallo, dicendo del Bosco Par- rasio edificato principalmente con quan- to somministrò re Giovanni V. Nel n.° Z^à^We Notizia del giorno diì Roma i845> si legge, che il p. Ciccaterri gesuita, nel- r adunanza d' Arcadia per festeggiar le glorie della B. Vergine, con forbitissimo ed erudito discorso tolse ad investigare la ragione per cui V Accademia d'Arca- dia determinossi a voler ogni anno trat- tati alcuni temi di sagro argomento, ne

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dedusse aver essa principalmente mirata non solo a render omaggio alla religione, ma eziandìo a migliorar la poesia, gua- sta nel secolo XVII, vanto che ninno po- trà mai negare a quest'accademia. Ed a chiarire come con tal mezzo potea venir- le ciò fatto, il dotto oratore stabilì in pri- ma alla poesia volersi verità d'immagi- nazione e realtà di sentimento; espose quindi il difetto di queste due essenziali qualità essere sta tonno de' principali scon- ci de' secentisti, cui ben si poteva rime- diare con temi, i quali tratti dalla reUgiO' ne avessero dovuto per necessità avere ambedue quelle doti. All'Arcadia è con- cesso pronunziare sentenza sulla corona- zione de'poeti in Campidoglio. L'uso di coronarsi i poeti è antichissimo; prima con edera, poi con l'alloro, la cui corona è simbolo di vittoria e di trionfo per la naturale proprietà delle sue foglie incor- ruttibili, e perciò dai più antichi re por- tata, come dagl'imperatori romani fino a Costantino. Ne' voi. VII, p. i36, XVII, p. i 74, XXXVIII, p. ^5 ed altrove, par- lando degli autori che scrissero de'poeti laureati, narrai le coronazioni seguite in Roma nel Campidoglio colla corona lau- rea, di Petrarca principe de'poeti del suo tempo(preferendo Roma a Napoli e Parigi ove volevano coronarlo), di Sabellico, di Perfetti edellaMorelli; come delle corona- zioni curiosede' poeti (con pampani efron- didibieda)diBaraballo, ediQuernodet- to Varcipoela (con frondi di lauro, di cavo- lo e di vite) sotto Leone X, e di Brittonio sotto Paolo IH. L'imperatore Federico III coronò d'alloro Enea Silvio, poi Pio II, e Lodovico Lazzarelli di Sanseverino come principe de' poeti di sua età. Il celebre Tasso ricusando d'essere coronato in Na- poli, si recò in Roma per ricevere la co- rona laurea in Campidoglio, ma morì prima presso i girolamini : di ciò feci cen- no a Passeri- Aldobrandini ed altrove. Il p. Menochio, Stuore, t. 3, cent. 1 1 , e. 1 3, Dell'antico costume di coronare i poeti, dice che la corona laurea fu detta apol-

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linafe, da Apollo cui è dedicato ralloro, onde la corona di tal fronde fu data ai poeti per essere tenuto quel nume loro principe e protettore; mentre l'edera, co- me sempre verde e sacra a Bacco, allu- deva all'estro poetico da cui devono es- sere investiti i poeti, ed alla loro gloria che rimane continuamente verde.

POGGETTO o POGUET o DE PO- YET Bertr ANDO o Bernardo, Cardinale. Nacque in Poget presso Castelnuovo del- le Valli, diocesi di Cahors, nipote di Gio- vanni XXII per canto materno, o come corse voce suo figlio, il che scrissero Villa- ni, Petrarca e Panvinio. Fu di gran valore, massime nel militare, sapiente e magna- nimo, amatoredella giustizia e delle buo- ne lettere , ma vituperato dal Petrarca dichiarato nemico del Papa. A'i6 o 17 dicembre 1 3 1 6 dal zio fu creato cardina- le prete di s. Marcello, e nel i 827 vesco- vo d'Ostia e Velletri, non che decano del- la chiesa d'Issìgiaco, diocesi di Sarlat. Da Avignone fu spedito legato in Italia con amplissime facoltà, per domare la ribelle Ferrara, e presiedere alla Lombardia , Marca e Romagna, che quasi tutte resti- luì al dominio della s. Sede, insieme a Forlì. Per 16 anni governò Bologna, nel qual tempo fu spedito a Napoli per pro- cessare la regina Giovanna 1, imputata di reità nella morte del marito. Intanto Ge- nova per la sedizione de'guelfi e ghibel- lini, espulsi questi ultimi, si die al Papa ed a Roberto re di Napoli, per resistere alla contraria fazione, la quale invocò l'aiuto de'Visconli signori di Milano, che non mancarono soccorrerla, quantunque Giovanni XXII fece loro sapere pel le- gato di non impugnar le armi contro cit- tà confederata della Chiesa. Non badan- do i Visconti a tali rimostranze, furono scomunicati e fu mosso a loro danno un esercito comandato da Filippo di Valois fratello del re di Francia, il quale gua- dagnato poi dai Visconti con l' oro ab- bandonò l'impresa, che venne affidata a Raimondo di Cardona capitano spagnuo-

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lo di gran nome, che valorosamente sep- pe sostenere la guerra crociata , quale ebbe fine nella morie di Matteo Viscon- ti. Indi per quanto narrai nel voi. V, p. 293, e per l'insurrezione di Bologna , il legato tornò in Avignone, colla taccia di non aver impedito l'entrata in Toscana di Lodovico il Bavaro, mentre egli manca- va di milizie e quelle che avea per penuria di denaro non erano pagate. Ivi morì nel i35i, dopo essere intervenuto a due con- clavi, e ^1 sepolto nella chiesa dei minori. POGGI Giovanni , Cardinale. Bolo- gnese scienziato e d'ottimi costumi , noi i528 per morte della moglie che gli la- sciò numerosa prole, trasferitosi inRoma, Paolo Illneli54i lo fece tesoriere e ve- scovo di Tropea, quindi nunzio in Ispa- gna a Carlo V e collettore apostolico ili que'dominii, ove restò diversi anni con suo onore e soddisfazione pienissima non menodicesarechedel Papa, avendo sem- pre procurato con impegno l'unione tra il sacerdozio e l'impero, e la convocazio- ne del concilio di Trento. Nel i544 si trasferì in Germania al congresso di Bon-t na presso Colonia, iu cui difese inlrepi-' damente il cattolicismo contro gli eretici che espulse dal luogo , e impedì al lute- ranismo d'introdursi in Colonia. Indar- no si adoprò perchè Francesco Borgia 3.° generale de'gesuiti accettasse il cardi- nalato, cui Giulio III voleva onninamen- te innalzarlo, indi a lui in premio di tan- te benemerenze lo conferì tal Papa a'20 dicembre 1 55 1, col titolo presbiterale di s. Anastasia , servendosi di lui negli af- fari più ardui e valendosi sempre del suo consiglio. Fabbricò in Roma un magni- fico palazzo, ed altro sontuoso in Bologna poi dell'istituto delle sciepze. In Tropea fondò l'ampio convento presso s. Maria del Soccorso, e v'introdusse i minimi. Ac- quistò fuori di porta del Popolo alcune bellissime vigne, alle quali sovente si con- duceva per suo diporto , erigendovi bel palazzo che ornò di molti addobbi e pre- ziose rarità; e delle eccellenti pitture di

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Pellegrino Tibaldi. Saputo che le vigne molto piacevano a Giulio III, il quale ne pos-ecleva alcune altre propinque e per- ciò avea mostrato desiderio di acquistar- le, gliene fece volontario e generoso do- no , onde si formò la Villa o Figna di Papa Giulio (V.). Dopo essere in ter ve* nnto a due conclavi, passato in Bologna a riveder la patria , vi lasciò la vita nel i556, d'anni 63, e fu sepolto in s. Gia- como degli agostiniani, nella cappella da Ini fondata a s. Gio. Battista, ed arricchita di nobilissime pitture e singolari reliquie.

POGGIO (di) Uberto, Cardinale, Nacque in Lucca e fu crealo cardinale ve- scovo di Palestrina da Stefano X a' i4 marzo io58.

POGGIO (di) Auxia, Cardinale. Vide la luce in Zativa nel regno di Valenza, ed illustrò lo splendore della nascita con integrità di costume e con eccellente dot- trina. Laureato in ambe le leggi e in teo- logia, fu fatto canonico cantore di Bar- cellona. Divenuto consigliere del re d'A- ragona, fu spedito ambasciatore a diversi princìpi; Sisto IV lo dichiarò governatore diPvoma, ed a'y maggior 47 3 lo creò car- dinale prete di s. Vitale, che cambiò col ti- tolo di s. Sabina, indi lo mandò legato al- l'imperatore Federico III, ed ai re d'Un- gheria, Boemia e Polonia, per eccitarli a prender le armi contro i turchi. Nella die- ta diFrancfort con decoro sostenne il suo ministero. Tornato in Roma fu deputa- to col cardinal Oliviero Caraffa a rice- vere nel pontificio nome Eleonora d'A- ragona che andava a sposare il duca di Ferrara. Inseguito fu dichiarato ammi- nistratore di Capaccio nel 1476, arcive- scovo di Monreale, ed amministratore di Saragozza, il cui possesso gli contrastò Ferdinando V. Abbellì e ornò con fab- briche la chiesa e convento dis. Sabina, aumentando il numero de' religiosi. Si pregiava d'essere mecenate de'dotti e let- terati, alcuni de'quali manteneva presso di se, altri con sovvenzioni cavò dall'o- scurità cui giacevano negletti. Fu tanto

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liberale co'poveri, sino ad aggravarsi di debiti per soccorrerli, e nel suo testamento li dichiarò eredi universali. Pieno di me- riti mori in Roma neh 483, d'anni 60, e fu sepolto nel suo titolo, dove nella cap- pella del Rosario, eretta a sue spese con messa quotidiana in suo suffragio, fu in- nalzato un magnifico monumento di mar- mo con onorevole iscrizione.

POGGIO Mm-YETO {3Iandelen). Cit- tà con residenza vescovile di Sabina, 35 miglia distante da Roma, sede di gover- no distrettuale della delegazione di Rie- ti, da cui dipendono i comuni di Aspra, Bocchignano, Cantalupo, Collevecchio , Configni,Cottanello, Forano, Montasoln, il governo di Fara e di MaglianOj oltre gli appodiati àescvìii'x daW Indice de luo- ghi dello stato pontificiOy e da Castella- no, Lo stato pontifìcio, p. 278. Giace in dolce clima sopra ameno colle_, avendo a levante una catena montagne, dirama- zione degli Apennini, presso il fiume Di- gentia e le deliziose valli dell'antica /l/^«- delaj le quali tanto piacquero al veno- sino Orazio, che ricordò Mandela nell'e- pist.18 del lib. r. Nibby, Dintorni di Ro' ma, t. T, p. 295, parlando di Bardella' Mandela, villaggio del distretto di Ti- voli unito a Cantalupo, diceche ne'tem- pi della decadenza Mandella die nome alla massa Mandelana, come si trae dal- la celebre iscrizione che riporta, ed esi- stente nel palazzo baronale di Vicovaro, lapide che servì a determinare il sito del- la villa di Orazio in Sabina, riguardan- do la massa Mandelana de'Sepetri della famiglia Valeria. Una parte di tale mas- sa fu probabilmente il fondo Valeriane nel territorio sabinese, donato alla chie- sa de'ss. Silvestro e Martino a'Monti, pro- prietà come l'altro di Valeria Massima. Del fondo Valeriane donato a detta chie- sa da Papa s. Silvestro I, fa menzione Fi- lippini , Della chiesa de' ss. Silvestro e Martino, p. 4^> come di altri fondi sa- binesijStatiano ePerliciano. Nell'antiche carte della celebre abbazia di Farfa (^.),

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a cui fu già soggetto Poggio Mirlelo, tre- Tasi questo frequentemente nominato , Podium Mirletuniy Podius de Mirteti o MirtetuSf denominazione che vuoisi de- rivata dall'abbondanza de' mirti odorosi che in quantità la cingevano, tuttora es- sendovene piante ne'conlorni. Fatteschi, Memorie di Spoleto y nel 1801 chiamò Poggio Mirteto, castello polito, in oggi il più collo della Sabina. Ha buoni fabbri- cali, ampia piazza, e palazzo governativo, antico edifìzio chiamato la rocca. La cat- tedrale già collegiata, di vasta struttura, è dedicala a Dio sotto l'invocazione del- l'Assunzione della B. Vergine : fu restau- rata ed abbellita a pubbliche spese nel 1843, ove in due tavole di marmo si ce- lebrano le beneficenze di Gregorio XVI e del cardinal Lambruschini, leggendosi le iscrizioni nel n.° 23 del Diario di Ro- ma 1844» mentre nel n.** 54 del 1887 è riportato come quel Papa dichiarò cit- tà Poggio Mirteto. Vi è il s. fonte colla cura d'anime amministrata dall'arcipre- te per tre sacerdoti, già chiamati ret- tori e insigniti del titolo canonicale. Il capitolo ha la dignità di detto arciprete, IO canonici compresi il teologo e il pe- nitenziere, 6 beneficiati, ed altri preti e chierici. L'episcopio era la residenza del- l'abbate di Farfa, un poco distante dalla cattedrale, ed è bello e grande con am- pia cappella , avendo congiunto il semi- nario con elegante cappella fregiata di pre- gevoli marmi : questo edifizio venne ri- costrutto e ingrandito nobilmente per o- pera del munifico cardinal Lambruschi- ni. Nella città vi sono altre chiese, come di s. Rocco, il conservatorio, alcune con- fraternite, scuole pubbliche e l'ospedale. Di questo edifizio fu solennemente get- tata la I .' pietra il 1 agosto 1 85 1 , ed è centrale per le comuni di Poggio Mirte- to, Castel Nuovo, Monlopoli , Poggio s. Lorenzo, Monte s. Maria, Salisano, Boc- chignano e Cerdomare, per averle Gre- gorio XVI nel 1839 esentate dalle tasse ^he pagavano all'ospedale della b. Lucia

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di Narnì, ed in vece disposto che l' ero- gassero per r erezione dell' ospedale di Poggio Rlirteto. Protettore principale del- la città è s. Gaetano. Dei prodotti del suo territorio, come delle sue antichità tratta Marocco , Monumenti dello stato ponti- ficioj t. 3 , p. 83. Il medesimo contiene diversi ruderi di luoghi diroccati , e nel luogo delle Castellacce di Moni Orso si vedono avanzi di TaragnanOy lunge un miglio dal quale sulla via di s. Valenti- no vi è un recinto quadrilungo di mura reticolale, credule appartenere ai bagni di Lucilla. Altre antiche rovine sono nel- le adiacenze di s. Savino, e verso il mon- te di s. Cosimo esistono rimasugli di ma- gnifico acquedotto che dicesi giungesse alla villa della preclara famiglia Flavia. Ne' dintorni si rinvennero monumenti pregevoli, ed in Poggio Mirteto il prezio- so musaico che adorna il Museo Vatica- no Chiaramonti, esprimente il simulacro di Diana Efesina. Circa un miglio dalla città trovansi il convento e chiesa de'mi- nori conventuali sotto l'invocazione di s. Valentino nella villa omonima, presso la quale molti ruderi si vogliono della villa di M. Terenzio Varrone. Abbonda di acque, le quali anche giovano al rino- mato opificio e magnifico fabbricato, ove si fanno ogni sorta di eccellenti cristalli, situato nella via che conduce a Catino. Sperandio, Sabina sacra, p. i43, parlan- do di Poggio Mirteto, dice che molte fa- miglie di questo civil castello sono con onore ricordate ne'monumenli da lui ri- portati , ed io vi lessi Gio. Fisiraga del i34o exini. leg. doct., oltre Valente Fi- siraga pubblico gastaldo. Marocco rilevò che vi ebbero i natali e fecero onore al- la patria diversi soggetti dell'antica fami- glia Pescetelli, come a'nostri giorni mg."* Virginio promptor della fede, ed un ab- bate cassinese; oltre alcuni della famiglia Amici e Domenico del Re nelle leggi ver- satissirao, leggendosidiessiedialtri nelle chiese alcune lapidi; ai quali aggiunge- rò rag.»" Giovanni Corazza segretario del

POG camerlengalo e maestro delle ceremonìe ponlifìcie, e l'avv." Alessandro Farricelli. La sede vescovile fu eretta da Grego- rio XVI con la bolla Studium, quo ini- pense affìcimur^ de'23 novembre i84r, dichiarandola immediatamente soggetta alla s. Sede. Ne'vol. IV, p.i36, XV, p. 228, XXIII, p. 189 e 190, narrai che il benemerito cardinal Lambruschini ab- bate di Farfa e s. Salvatore maggiore, da questa trasferì il seminario a Poggio Mirteto e lo ritornò al suo precedente lustro, provvedendolo di tutto e con i?'e- g^o/e stampate, da lui con 2 opuscoli com- poste (non con quell'incredibile numero d'alunni detto per errore di stampa), a- perlo con solennità a'6 novembre iSSy, al modo detto nel n.** 98 dei Diario di Roma, celebrato con medaglia monu- mentale, stabilendo nell'antico semina- rio i passionisti. Nei citati luoghi dissi come Gregorio XVI con l'abbazia di s. Salvatore maggiore e porzione di quel- la di Farfa e della diocesi di Sabina (F.) istituì questo vescovato, col titolo al ve- scovo della prima abbazia ; ivi parlai dell'allocuzione pronunziata nel concisto- ro de' 24 gennaio 1842 e della proposi- zione concistoriale con cui elesse ai.° ve- scovo l'attuale mgJ Nicola Grispigni già vicario generale di Tivoli, Amelia e Fe- rentino. Nei n.i I o e 1 2 del Diario di Ro- mai^^i si parla della riconoscenza del- la città e delle parrocchie aggregate a questa diocesi verso Gregorio X VI, edella consagrazione del vescovo fatta dai car- dinal Lambruschini nella chiesa delle Mantellale di Roma. Grata la città agli onori e privilegi con cui Tavea decorata Gregorio XVI, iu morte gli celebrò so- lenne funerale nella cattedrale, coll'inter- \ento delle autorità civili e militari , e della filarmonica, recitando 1* elogio fu- nebre il professore di teologia del semi- nario, ilche descrisse il supplemento del n.° 25 del Diario di Roma 184G. Del- l'abbazia di s. Salvatore ragionai nel voi. XXIII, p.i 84 e seg.: nondimeno t|ui agf

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giungerò altre notizie. 11 luogo trovasi alle fdde di ameni colli, quasi in piano, lun- ge da Piieti 12 miglia e 17 da Farfa, in salubre clima, con abbondanti e limpide acque; magnifico è il monastero abbazia- le e già celebre seminario, donde usciro- no chiari allievi, ed il tempio contiguo è sacro al ss. Salvatore, d'imponente strut- tura, formato d'una sola nave con con- veniente coro. Pasquale I gli assegnò mol- ti beni; Onorio III con bolla dell 22 I ac- comodò la controversia pel luogo Bellino insorta con un vescovo di Abruzzo; Ur- bano VIII l'unì a Farfa, ed allora erano di s. Salvatore i monasteri di s. Vittoria (dicui parlai ne'vol. XXni,p. 1 87,XXi V, p. 8, ed altrove, come degli altri luoghi), di s. Paolo di Force, di s. Lorenzo di Ro- tella, di s. Angelo di MontelparCj di s. Ma* ria di Monte Cillano coi 9 suoi priorati, tutti nelle Marche. La diocesi di Poggio Mirteto si estende in 89 miglia di ter- ritorio. Ogni nuovo vescovo paga 5o fio- rini di tasse, essendo le rendi te scudÌ2 58a,

POGOIANA. Sede vescovile di Mace- donia sotto Tessalonica; ebbe 3 vescovi. Oriens chr. t. 2, p. 94.

POISSY Stefano, Cardinale, Nacque nella provincia diLione o in Vitriaco pres- so Parigi, dottissimo nelle leggi, dottore in decreti, decano della chiesa di Parigi e canonico di s. Quintino, vescovo di Pa- rigi nel 1 363, Urbano V a'22 settembre i368 lo creò cardinale prete di s. Euse- bio, e neh 370 penitenziere maggiore. In- tervenne al Qonclave per Gregorio XI e morì neli373 in Avignone, venendo tra- sferito a tenore di sua disposizione nella cattedrale di Parigi e sepolto con epitaf- fio in versi leonini.

POISSY. Cittàdi Francia, dipartimen- to di Senna-e-Oise, a 5 leghe da Parigi, capoluogo di cantone in situazione ame- na. E' antica, con chiesa di stile gotico e 2 belli campanili, che giace nel sito d'un palazzo che abitavano i re di Francia pri- ma della costruzione del castello di s. Ger*? mano. Carlo il Calvo vi tenue un parlai-!

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mento ueir869. Vi nacque il res. Lui- gi, ed ancora si conserva il suo fonte bat- tesimale. Fu patria di alcuni ilinsUi, co- me del lelleralo Meicier. K celebre per l'assemblea de* vescovi di Francia tenuta neh 56 1, in occasionedelfaniosocollocjuio omonimo tra' dottori cattolici ed i mini- stri riformati , facendovi i vescovi molti regolamenti disciplinari; cioè sopra la promozione di degni vescovi, sulla loro residenza nelle diocesi, sulla convocazio- ne ogni 3 anni de' concilii provinciali e loro regole, sui curali, sulla celebrazione della messa, vietandosi leprivale in tem- po della solenne, sul suono dell' organo, uffizio divino, sagre immagini, ec. Questi regolamenti terminano con una profes- sione di fede, nella quale si rigettano par- ticolarmente gli errori de'luterani, calvi- nisti e altri settari.

POITIERS (Pictavien). Città con re- sidenza vescovile di Francia, capoluogo del dipartimento di Vienna , di circon- dario e di cantone, a 68 leghe da Parigi, situala nel declivio d'un colle, al confluen- te de'fiumi Boivre e Clain che la circon- dano quasi totalmente sulla sinistra del 2.° E seggio d'una corte reale, di tribu- nali e di direzioni amministrative, di ac- cademia universitaria e di varie istitu- zioni scientifiche e letterarie , gabinetto di storia naturale, giardino botanico, bi- blioteca pubblica, teatro. La città è una delle più vaste della Francia, ma l'area n'è occupata da orti, giardini e prati più che da case; di forma bislunga ecinta da vec- chie mura con torri e 6 porte, 4 delle qua- li hanno pontesul Clain, sul quale vi è bel passeggio. Notevoli sono la piazza rea- le, le caserme di cavalleria, principalmen- te l'ampia cattedrale, reputata una delle piùbelledi Francia, nello stile architetto- nico del medio evo; cominciata nel i i6i, tu terminata nel i Syg e consagrata dal ve- scovo Bertrando di Malmonte celebre pre- dicatore : è sotto l'in vocazione di s. Pietro apostolo, con battislerioecura d'anime e- sercitata dal parroco e da due vicari; tra

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le reliquie vi è il corpo di s. Florenzia; l'episcopio è molto distante. 11 capito- lo si compone di 8 canonici, del teolo- go e penitenziere, di diversi canonici o- norari edepueri dechoro: Pio VII nel i8o2 concesse l' uso della mitra al dia- cono e suddiacono ministranti al vesco- vo nella cattedrale. Vi sono altre 5 chie- se parrocchiali col s. fonte , meritando osservazione le chiese di s. Radegonda con grande e bella nave, e di s. Giovanni con batlisterio antichissimo; la chiesa di s. I- lario con monastero di canonici regolari avea il re per abbate, per capo del capi- tolo il tesoriere con diritto di portare la mitra e cancelliere dell'università fonda- la neh 43 1 da Eugenio IV e Carlo Vlf. Esistono alcuni monasteri di religiose, di- versi sodalizi, ospedale, seminario, socie- tà di maternità. Il vecchio castello tan- to rinomato per quelli che vi abitaro- no, fu distrutto in gran parte sotto Lui- gi XI li, servendo gii avanzi di polverie- ra. Vi sono avanzi d'un anfiteatro, degli abbellimenti romani, cioè del palazzo di Giuliano, d'un grande acquedotto e di vari monumenti che si credono galli. Poi- tiers è culla della congregazione de' P/c- pus (f^.), fondata dal diocesano ab. Cou- drin. E' patria di parecchi uomini cele- bri, tra gli altri di Esuperanzio prefetto delle Galliee fratello di Quintiliano, di s. Ptì!ter«o vescovo d'Avranches, di Mas- simino vescovo di Treveri , del dottore della Chiesa (tale dichiarato col decreto Quodpothsìtnum, de'4 aprile 1 85 1, della cong. de'riti)s. Ilario vescovo, del car- dinal Balve^ del general Monlalebert, di La Quintinie, e delle poetesse Desroches e Atenaidedi Mortmarto Montespan se- polta nella chiesa de' francescani. Il suo traffico non è grande; possedè ne'dintorui cave di belle pietre da lavoro e indizi di miniere di carbon fossile.

Poitiers , una delle più antiche città delle Gallie, fu piazza forte al tempo del- la conquista di Giulio Cesare, e già rag- guardevole sotto il nome di Lìmonuine

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di Àngostovituni j prese poi quello di Pi- clfU'iitm, per essere capitale dei piclnvi opìtloìii^ popolo gallico sottomesso da Ce- sare, nia poi mandò 8,000 uomini alla confederazione delle Gallie, alternando gli assedi. Pretesero alcuni che V antica capitale de' piotavi esistesse al principio della monarchia a Vieux-Poiliers a 2 le- ghe da Chatellerault, in breve distanza dal ClaiUj per le reliquie di monumenti antichi ivi trovati; ma diversi scrittori e il dotto Dulaure dimostrano erronea ta- le opinione. Dopo la caduta dell'impero d' occidente in più tempi mollo sollri. I vandali la saccheggiarono nel 4i o, e po- scia cadde nelle mani de' visigoti che e- stesero il loro dominio su tutto il paese che giace a mezzogiorno e a ponente della Loira. JN^ella seguente invasione del re- gno visigotico fatta da Clodoveo, le vici- nanze di Poiliers videro ili. °grandecon- flitto che le resero i più segnalali campi di battaglia della Francia. Alarico re dei visigoti fu sconfìtto ed ucciso da Clodo- veo a Vouglé, che sembra essere il pre- sente Vouillé, villaggio sul fiume Auzan- cCj poche miglia ad occidente di Poiliers, onde di questa s'impadronì Clodoveo. Nel 782 i sobborghi furono posti a sacco e fuoco da un immenso numero di sarace- ni guidali da Abd elrahman, che furono disfatti da Carlo Martello, nel 2.° com- battimento che resememorabilePoiliers; grande fu la strage de' maomettani, ma la vittoria fu acquistata a gran prezzo e salvò l'Europa occidentale dal giogo mu- sulmano. Abbon nel 778 fu ili. "conte di Poiliers. Nel IX secolo i normanni la sac- cheggiarono , benché divenuta capitale dell' importante contea di Poitou. Nel 1095 da Tours visi trasferì Papa Urba- no li, donde passò ad Angers. Luigi VII "vi tenne la sua corte, l'accrebbe e forlifi- co: avendo ripudiala Eleonora d'Aqui- tania signora del Poitou, questa sposan- do il duca di Normandia, poi Enrico II re d'Inghilterra, gli portò in dotecol ric- co suo retaggio Poiliers, che col Poitou

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nel r 1^7 passò sotto il dominio inglese. Ne'vol. Ili, p. 172, XIV, p. 32, XXVI, p. 3o I, XXXVIl , p. 272, narrai come Clemente V essendo arcivescovo di Bor- deaux e mentre trovavasi nella diocesi di Poiliers fu eletto Papa , onde chiamò a se i cardinali e la curia che nella più'par- te ricevèa Poiliers neh 3o6, ove soggior- nò alcun tempo, ritornandovi nel mag- gioi3o7 pel solennecongresso con Philip- IV re diFrancia ed altri sovrani; co- me gli fu impedita la fuga, finche dichia- rando il tiasferimento della residenza pa- pale in vignane (^.), da Poiliers vi si recò neir agosto i3o8, seguito dal reslo della corte ne'primi giorni del iSog. Nel- le guerre tra gl'inglesi e i francesi, questi furono disfatti nel i346 nel Poitou, eoa numerose loro perdite ; ma a' 1 9 seltem - brei356 presso Poiliers fu la scena del 3.*' strepitoso combattimento, nel quale il principe di Galles riportò segnalata vit- toria su Giovanni re di Francia e lo fece prigioniero : tutto descrissi ne' voi. XXVI , p. 3o4 e 3o5, XXXV, p. 59. Poiliers fu nuovamente ceduta agl'ingle- si nel 1 36o col trattato di Bretigni , e quindi ritornò allaFrancia pel volontario arrendersi che feceroi primi cittadini nel 1372 a Carlo V, il quale concesse loro singolari privilegi. Nel medesimo voi. XXVI, p. 3i I e seg., narrai le tremende guerre tra gl'inglesi e Carlo VII re di Francia, che nel r422 si fece coronare in Poiliers, vi soggiornò qualche tempo, vi trasferì il parlamento per avere i nemici conquistato quasi tulio il regno, e vi ri- cevè la celebre Piilcella d' Orleans irion- fatrice degringlesi.In questo tempo Car- lo VII accrebbe e fortificò la ci Uà, com- partendole privilegi e reali beneficenze. Molti travagli patì nel secolo XVI nelle guerrecivili e religiose, perchè avendo gli abitanti perla maggior parte abbraccia- to il calvinismo, furono orribilmente sgoz- zali dai soldati cattolici, ai quali il mare- sciallo di s. A ndré, impadronitosi della cit- tà, permise per 8 giorni orrendi assassi-

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lìii. Ma Colignya vicenda ripresa Poiliers, lungo e terribile fu l'assedio; quando gli assediati trovato il modo di far traripa- re il Clain, forzarono gli assedianli alla ritirala. Nel i.°di luglio iS5i il vescovo inaugurò con solenne benedizione la stra- da ferrala , alla presenza del presidente della repubblica Luigi Bonaparte, il qua- le nel discorso che poi pronunziò al maire rilevò che la città sotto Carlo VI! fu il centro d'una resistenza eroica, ed il rifu- gio per i4 anni della nazionalità nella Francia invasa ; mentre il vescovo con quello detto nella funzione celebrò la cit- tà per le memorie di s. Bernardo e di En- rico IV, e siccome antica, religiosa, asilo pacifico della scienza, della giustizia e del- le più nobili tradizioni.

La sede vescovile fu eretta nel III se- colo e secondo Commanvillenel 260, suf- fraganea di Bordeaux. come Io è ancora, nella provincia della 2.'Aquitania. L'am - plissima diocesi fu poi dismembrata da Giovanni XXII per formare quelle di Maillezay e Luconj aveva 5- abbazie, 9 comunità di religiosi ei2 di monache. 11 1 vescovo fu s. Siglario, come riporta Chenu,p.4^0j Ardi, et episcopor. Gal- line j il 4" s. Agon,il IO." s. Ilario, il i4° s. Antemio, il i5.° s. Maxentio : il dottissimo s. Fortunato fiorì circa il 565. Gilberto Porrelano, come Abelardo abu- sando della teologia scolastica, cadde in errori sul mistero della ss. Trinità, qua- liconfessòe condannò avanti Eugenio III nel concilio di Reims nel i i4S> onde tor- nò al governo di sua chiesa : a s. Bernar- do toccò formular nel concilio 1' accusa contro Gilberto e lo convinse, poscia con- futando que'-suoi discepoli che ne difen- devano gli errori. Nel i ig5 fu vescovo .s. Guglielmo. Nicolò IV nel i 289 consa- grò vescovo il dotto e santo francescano Guallero da Bruges, che Dio illustrò in vita e in morte con miracoli. Chenu e Be- noffi. Storia minoritìca^ p. 1 16, narrano che Gualtero a difesa de'suoi diritti in- contrò una lite con l'arcivescovo di Bor-

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deìBux, che divenuto Clemente V lo spo- gliò del vescovato e lo rimandò al chio- stro nel 1 3o5; giunto a morte nel seguen- te anno, citò il Papa per tal deposizione al futuro concilio (Wadingo dice al di via tribunale), e con la carta della citazione in manosi fece seppellire nella chiesa dei predicatori di Poitiers avanti 1* altare maggioie; nel 1807 essendo il Papa in Poiliers, e udita la fama di sua citazione, fece aprire il sepolcro, trovossi incorrot- to il cadavere, e letta la carta si emp\ di turbamento. Gli successe Arnaldo Ausi- Ho poi cardinale: fregiati di questa di- gnità, come riporto alle biografie, furo- no: Qixiiòo Malosicco, Simone Cramaudj Gio. Frane." Tremoglia, Gabriele Grad- mont, Claudio Longny, ec. A^. Gio.Bes- ly, Serie cronologica de' vescovi di Poi» tiers : quella del secolo passato e del cor- rente è nelle Notizie di Roma. Napoleo- ne nominò vescovo il famoso Domenico de Pradt,e Pio VII neli8o5 lo consagrò in Parigi: nella coronazione dell' impe- ratore come re d'Italia celebrò la messa; lo seguì in diversi viaggi, ne godè il fa- vore, e nel 1809 fu nominato alla sfede di Malines, ma le bolle senza far menzione della nominasi spedirono nel 1,81 f, poi si dimise neli8i6. Di versatile politica, di mobile immaginazione, estremamen- te leggero, fu dotato di profondo ingegno, compose varie opere, come sui Quattro concordati, e morì nel 1887, dando segni che disapprovava i suoi scritti contro l'in- segnamento e la disciplina della Chiesa. Le necrologia si legge negli Annali del- le scienze relig. t. 6, p. 446- Dell'^'x/ior- tatio di Leone XII agli anti concordatisti della diocesi di Poitiers, parlai nel voi. XXVII, p. i^i. Dal 1849 "'^ vescovo mg.'^Lodovico Pie di Pontgoin. Ogni nuo- vo vescovo è tassato in fiorini 370. La diocesi è ampia e comprende i diparti- menti di Vienna e delle due Sevre. Concila di Poitiers. Il i.° fu tenuto nel 355 contro gli a- riaai. Il 2.° nel 589 contro le religiose

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Casina e Croclielda. Il 3.** nel S^5 sco- municò le dette religiose per essersi ri- bellale ali' abbadessa di s. Croce, che fu ristabilita. 11 4-° nelgSy.Il 5.° neh eoo presiedutodaSiguinoarciv.°diBordeaux. il nelioo4 convocato da Guglielmo V il grande conte di Poitierse duca d'A- quitania, illustre per la sua pietà: furo- no scomunicati gli spoglia tori delle chiese e de'poveri, proibiti i doni ai vescovi per la cresima e penitenza, ed ai chierici te- ner seco donne. II 7.° nel 1028 relativa- mente all'apostolato di s. Marziale. L'8.° nelioSo sui beni ecclesiastici. 11 g.° nel io32 sulla fede cattolica ed i beni eccle- siastici. Il 10.° nel io36 sulla pace. L'i i.° nel 1073 o 10740 107 5 alla presenza del cardinal Gerardo legato, contro Berenga- rio, che corse pericolo di restarvi ucciso, pei suoi errori sull'Eucaristia. Ih 2.° nel 1078 presieduto dal legalo Ugo vescovo di s.Diez,per la disciplina ecclesiastica; il legato si lagnò con S.Gregorio Vll,che il re Enrico I avesse proibito al conte di Poi- tiers di permettere che si tenesse ne' suoi stati, delle prepotenze dell'arci v.°diTours e del vescovo di Rennes. Il 1 3.° neh 094 01095, in cui fu proibito ai vescovi rice- vere investiture dai re e altri laici. Ih 4.° neh 100 presieduto per Pasquale li dai cardinali Giovanni e Benedetto, assistiti da 80 tra vescovi e abbati, con Ivone di Chartres. Vi fu deposto per simonia Nor- galdo vescovo d'Autun; adonta delle ri- mostranze di molti vescovi e di Gugliel- mo IX duca d'Aquitania, i cardinali sco- municarono Filippo I re di Francia e Ber- trada cui erasi riunito, ma corsero rischio di restare uccisi; nondimeno la sentenza fu eseguita e le porle delle chiese si chiu- sero : tra' canoni disciplinari fu ordina- to che per la tonsura non si esigessero forbici tovaglie dai vescovi e abbati. Il 1 5.° nel 1 1 04. 11 1 6.'' nel 1 1 06 pei soc- corsi di Palestina. 1117.° nel 1 109, in cui Roberto di FontEvraidt assoggettò i mo- nasteri dell'ordine al vescovo diPoitiers. Ih 8.° neh 2890 sinodo, in cui il vesco-

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voGualtero fece degli statuii. Il ig.** nel I 294 o sinodo, in cui il detto vescovo di Poitiers cogli statuti fece proibire 1' uf- fìzio divino in presenza degli scomuni- cati, di conferire benefizio ai parrochi , di ricevere i sagramenti da chi non è au- torizzato, di pagar le decime. Altri sino- di si tennero neh 3o4, 1367,1387,1396, 1 4o5. Gallia christ. t. 2 ; Labbé t. 9, i o, 1 1; Arduino t. 6.

POL (s.) DE LEON. F. Paul de Leon.

POL A (Poleii). Città vescovile d'Istria nell'Illiria, governo, distante 2,5 leghe da Trieste , in riva al mare Adriatico e ia fondo alla baia del suo nome, residenza di commissariato e presidio militare, co- me di quelle autorità che vi saranno sta- bilite, dappoiché neh 849 Pola fu desti- nata a porto di guerra (perciò non vi po- tranno entrare bastimenti da guerra stra- nieri) e stazione del 2.° comando di di- visione di marina : da quell'epoca si die opera ai lavori di fortificazione di terra e di mare , all' erezione di magazzini e cantieri, onde la città avrà presto un a- spetlo affatto diverso pei tanti vantaggi che acquisterà. Il magnifico sicuro e im- pareggiabile porto accresce singolarmen- te i pregi e l'importanza della posizione di Pola : fu opera dei traci istriani, i qua- li grandemente si occuparono delle cose di mare, dicendosi gl'istriani già arditi navigatori sei secoli avanti l' era nostra, ed é fama che si distinguessero nella pi- rateria, non senza ferocia, per cui ebbe- ro rinomanza. La baia di Pola, il cui in- gresso, volto all'ovest e coperto dal pic- colo scoglio diBrioni, viene determinato dalla punta Grippo edal capo Compare, presso al quale trovasi il forte Giovanni, forma una cala vasta , comoda , capace d'ogni grande armata navale e riparata da tutti i venti, e racchiude le piccole iso- lette s. Andrea, s. Pietro, s. Caterina ed Olivo. La cinge una catena di collinette assai vaghe, che in cerchio si spingono in mare. E' cinta di mura con 4 porle, circondata da bastioni, munita di fortez-

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2a che inlieramenle la domina, lulle co- slruzioiii de' veneziani, le prime del prin- cipio del secolo XV, il forte eretto nel i63o con grandi massi di pietre riqua- drate, decoralo di belli ornamenti archi- leltonici, subendo qualche modificazione nella guerra di mare dal 180G ali8i3, indi in tempi recenti fu ristaurato e ri- dotto a perfezione secondo l'odierno si- stoma di guerra. La cattedrale dedicata all'Assunzione della B. Verginee memo- rabile meno per l'architettura, che per l'equivoco d'Angincourt che le ha dato ce- lebrità, il quale credette essere 1' antica eretta ncH'BSy e la dichiarò tipo dell'ar- chileltura sacra in Italia del secolo IX. Del qual tempo rimane qualche colon- na di marmo e qualche capitello dell'e- poca romana, e il più de' capitelli ed il sesto delle arcate, che dall' acuto passa- no al semicerchio, e gli ornamenti accu- sano il principio della seconda metà del secolo XV„quando il gotico passava al moderno. La distribuzione conserva del- l'antico. Forse sotto il coro esiste la chie- sa sotterranea, nel pavimento sono anti- chissimi frammenti in marmo; forsedel 1 duomo bizantino erano le porte di bronzo che nel 1379 tolsero i genovesi, per quella battaglia che ricordai nel voi. XXVIII, p. 3o5. Meritano menzione la tavola che già decorava l'aliare maggio- re, ad intagli d'alto rilievo di genere go- tico, colla B. Verginee altri santi; un di- pinto esprimente una delle tante pesti che desolarono la città; ed il quadro che allude al vescovo Vergerlo morto nel 1 548, ritenuto protestante: tra le reliquie sonovi quelle del b. Salomone re d'Un- gheria, il quale ritiratosi in Pola nel 1 060 circa presso il cognato Udalrico marche- se d'Istria, visse penitente e morì santo. A' 12 settembre si celebra la dedicazione della cattedrale. Pio VII colla bolla In s. Apostolicat sedisj degli 1 1 novembre i8o3, Bull. coni. t. 12, p. 87, in consi- derazione ai pregi di questo tempioe del- la residenza che fecero in Pola Coslau-

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tino e s. Elena, concesse in diocesi al ca- pitolo ecclesiastiche decorazioni; cioè alle dignità e canonici la mantelletla , veste, fascia, collare e fiocco al cappello, tutto di colore paonazzo, e la croce d'oro eoa l'immagine della B. Vergii^p pendente dui collo con fettuccia rossa; a'beneficiati, cap- pellani e mansionari, ut cani insigniamo quani vulgo zanfardam vocant, gestare infunctionibus, ec. Innanzi il duomo e- siste l'antico batlisterio, opera de' tempi bizantini, singolare per la forma, con co- lonne di marmo. Altre chiese degne di rimarco sono: quella mirabile di s. Ca- terina, smantellata or son pochi anni, già con monastero di donne, poi abbando- nata e dali58o data per uso di famiglie greche venute jda Candia e da Morea, a- venle vicino la caserma di artiglieria, già monastero di religiose di s. Teodoro; la chiesa della B. Vergine della Misericor- dia, già degli agostiniani , prossima alle rovine della insigne abbazia cassinese di Canneto, della cui chiesa magnifica divi- sa da colonnati a 3 navi, con pregiati mar- mi e squisiti musaici, dedicala alla Ma- donna, rimane una cappella a croce gre- ca di costruzione bizantina^ i cui marmi, colonne e bronzi passarono a Venezia , dicendosi già sue le 4 colonne trasparen- ti di belli intagli che si ammirano nella basilica di s. Marco. A questa in commen- da spetta r antica abbazia di Canneto , della quale vi è la serie degli abbati dal- r8oo ali3oo ne* papiri dell' archivio di Ravenna, ove possedeva fondi : le notizie si leggono m Dialoghi sulle antichità di Pola del 1600, pubblicati dal eh. d.*^ P. Randler nell'opuscolo: Cenai al forestie- ro che visita Pola, Trieste 1 845.Per in- cendio, nel dicembre i85i andò in rovi- na il convento vecchio della B. Vergine della Misericordia.

Osserva l'encomiato scrittore che eoa nobile orgoglio può l' istriano dire che nessun' altra città dell' impero austriaco tante antichità ed in istato di conserva- zione abbia siccome Pola; che in Euro-

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pa medesima^ se Pompei e Pioma si ec- cettuino, nessuna o poclie possono starle al paro, perchè non frequente è il lin- Tenire entro il giro d'un miglio un anfi- teatro, due templi, un ninfeo, un arco , tre porte, per tacere di monumenti mi- nori , e di quelli che all' epoca cristiana appartengono. A darne breve cenno prin- cipierò dall'anfiteatro tanto celebrato. Entrando in Pola T occhio è vivamente sorpreso dallo spettacolo di magnifico edifizio, uno de' più belli anfiteatri che l'antichità romana ci abbia lasciato. La maestà di quella massa colossale ci ma- nifesta quanto sia lo splendore che la ma- no de'secoli imprimesopra de'muri trion- fatori degli sforzi dell' intemperie e del barbarismo. Le meravìglie di questo edi- fizio nella cinta esterna sono ancora in- tatte, poiché la mancanza di qualche pie- tra non sturba l'insieme ch'è integro. La sua forma è elittica, somigliante a quella di tutti i monumenti di questo genere. Si crede che la pietra con cui è stato costrui- to, ch'è molto bella, sia d'una cava non molto lunge dalla città , donde pure fu tratta quella volta d'un sol pezzo che cuo- pre la chiesa della Rotonda in Ravenna^ che misura in lume nella parte interna non meno di 3 1 piedi. La maggiore sua altezza è di 86 piedi veneti : il diametro dell'asse maggiore è di 38 1, quello degli assi minori è di 3o5jla circonferenza e- sterna di i ego, l'interna senza i gradini di 493. Quest'anfiteatro ha tre piani, in due de' quali è forato d' arcate, il 3." di finestre , 72 fori sono contenuti in ogni piano, eccettuato un fianco dell'inferiore, ch'essendo contro il monte segue il suo declivio e ne perde una porzione. La sca- linata interna da questa parte era taglia- ta nella roccia , e nella parte opposta si pretende che potesse essere di legno. Non resta di questo anfiteatro che lo schele- tro con 4 controsporti ai 4 angoli e un quadrato supposto che servivano di sca- le; questi controsporti lo distinguono da- gli altri simili edifìzi. Questa circostanza

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getta dell'incertezza tanto sull'epoca in cui fu costruito, quanto sulla mano da cui fu edificato d'ordine toscano. Dell'epoca di sua costruzione nuH'altrodi certo può dirsi, se non che fu alzato nel i.° secolo del cristianesimo; la fama porta che lo fosse per liberalità degl'imperatori, non meno che il teatro, e se la proprietà esser potesse di norma sicura, la tradizione avrebbe in ciòconferma,che di proprietà del patriar- ca d' Aquileia , sovrano feudatario della provincia, si furono questi due edifizi nei tempi di mezzo. Ad Augusto non sem- bra potersi attribuire, ma piuttosto a Ve- spasiano edificatore dell'anfiteatro o Co' losseo (V.) di Roma, dacché molte pos- sidenze i Flavi ebbero nella provincia e molti liberti, per non dire di altri favo- revoli argomenti. L'anfiteatro era desti- nato a spettacoli di gladiatori e di fiere; in- terdetti i combattimenti di sangue, servì l'arena ai clamorosi trattenimenti del po- polo, sempre passionalo degli esperimen- ti di forza, di destrezza e degli spettaco- li. In prossimità essendovi stato l'ospizio de'templari, forse ne avranno profittato per giostre e tornei, che graditi ai polani nel 14^5 ne ordinarono la rinnovazione nel giorno di s. Giovanni. Gli spettatori sedevano sulle gradinate, riparati dal so- le con velario, che tutto Tedifizio copri- va, teso sopra pennoni infissi nel muro di cinta esterna. La capacità dell'arena era di 21,000 persone, lasciando libera la galleria superiore destinata ad ambu- lacro , altrimenti arrivava alle 26,000 circa. Fino al secolo XIV sembra che l'an- fiteatro siasi conservato pressoché inte- gro, dietro il divieto del patriarca di le- varne le pietre ; ma in questo secolo fu- rono tolti i gradini per riparare le mura, e dato il mal esempio, la povertà persua- se a levar tutta la pietra che facile smer- cio trovava in Venezia per la via di ma- re, destino che ad altri anfiteatri fu co- mune , sebbene questo di Pola ebbe la sorte di conservare intera lacinia ester- na, mentre la mancanza di gradinate ec-

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cita sorpresa e le accresce bellezza. Que* sta superba arena , antico soggiorno di giuochi e di piaceri, oggidì è l'asilo del silenzio edella solitudine. Vedasi P.Stan- covich, Anfiteatro di Po/rt', Venezia 1822. Quanto ai due templi d'ordine corin- tio, unici avanzi dell'antico foro, uno si attribuisce a Diana che da più di 5 se- coli fu incorporato al palazzo pubblico, l'altro dalla colonia fu eretto in onore di Roma e di Augusto con forme veramen- te gentili, e al presente è deslinatoa cu- stodia delle lapidi e altre anticaglie. 11 ninfeo è ora coperto da edifìzro ad uso di fontana pubblica; ivi sgorga da naturale sorgente ricco filone d'acque, e Io sbocco n'è ornato con gradini a semicerchio, di romana costruzione, a modo di bagno. L'arco o porta de'Sergi è un bellissimo edifizio ben conservato, che oggi fa par- te d' una delle porte della città sotto il nome di Porta Aurea, ornato di colon- ne d'ordine corintio. Fu eretto a Ire edili e duumviri della famiglia Sergi, da una donna per testimonianza d'amore verso il marito, forse ai tempi di Traiano, ed è uno de'monumenti più eleganti dell'an- tichità : è un magnifico arco funebre a foggia trionfale, di bellissima architettura corintia. L'iscrizione tuttora esistente di- ce che Salvia Postuma a sue spese lo fe- ce erigere a Sergio Lepido edile e tribu- no della ^g.'* legione. La porta Gemina con due aperture, principale fra quelle dell'antica città, vagamente decorata, seb- bene abbia perduto i suoi ornati di bron- zo, serviva d'ingresso all' acqua condotta da lontano in Pola, probabilmente per or- dine di Augusto, poi perfezionata da un polense. Prossima è la porta Ercole , la cui semplice costruzione rimonta ai lem- pi più antichi della colonia, con la testa e la clava di quell' eroe, ed i nomi dei duumviri, suprema magistratura di Po- la, durante il reggimento de'quali venne aperta. Di altri preziosi antichi ediflzi , ond'era doviziosa la città, appena resta- no le vestigia. L'antico teatro é segnalo

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dall'incavo semicircolare del monte a cui poggiava e da qualclwi arcala che avan- zò dalla totale sua distruzione. Esso era ampio quanto la metà dell'anfiteatro, al- lo quanto questo, però di architettura ben più ornata e gentile: egualmente a - vea i sedili in pietra disposti a semicerchio con gran velario , potendo capire circi 10,000 persone. Le 4 colonne grandio- se di prezioso marmo che decorano l'al- iare maggiore nella chiesa della Salute in Venezia furono traile dal teatro: è no- to che i porfidi, i serpentini e altre pre- gievoli pietre,dicui abbondava Pola, fu- rono spoglie onde i veneziani abbelliro- no la loro patria. Pare che fosse integro nel secolo XIV, ma i frequenti assedi a- vendo smantellato le mura di Pola , il teatro fornì la pietra a ristaurarle ; un uragano ne terminò il guasto, e nel 1 63o cogli avanzi Deville costruì la fortezza. Da pochi anni fu scoperta la porta del Campidoglio, il quale era di forma elit- lica, cinto di doppio ordine di mura con rocca pel presidio militare e ampia cister- na. Le rovine della chiesa di s. Stefano, già ornata di pitture a fresco e di colon- ne preziose, ricordano la tradizione che fosse la prima eretta nascostamente nei tempi delle persecuzioni, memorabile pel massacrode'Sergi, avvenuto nel 1 27 i per opera del partito popolare , guidato da lonatasi. In fine la chiesa e il chiostro s. Francesco, comunque convertili in usi profani, mostrano la loro importanza per decorazioni e marmi : questa chiesa fu ri- costruita dai Sergi per gratitudine di a- vere un francescano salvato l'unico ram- pollo di loro stirpe da della strage. Del palazzo comunale di bellissima architet- tura a sesto acuto, con ricchi ornamenti ad intaglio, un solo lato rimane in piedi. DeliSoo è il palazzo pubblico, il quale fu sontuoso come si vede dalla parte re- stata. Tra i tanti dotti scrittori che illu- strarono le venerande reliquie di Pola , nominerò Gian Rinaldo Carli-Rubbì,y^/i- fileatro di Pola ec, Venezia i yS i . È dai

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suoi dintorni che le manifallure de' ve- tri di Venezia traggono l'arena necessa- ria a detta fabbricazione. In cattiva fama stava già Pola per l'inclemenza dell'aria, e le più strane cose si dissero sulle cause che la viziavano. Ripetute osservazioni fanno certi che l'aria nulla contenga di maligno per la respirazione; che se la so- verchia umidità agisce essenziahnente sulla cute, si può vivervi sani, purché cer- te norme si osservino, dichiarate da Ran- dier a p. 32, 1 o 1 , massime a p. 1 43, in cui traila della pretesa mal'aria dell'Istria. Po!a ha dato uomini illustri, de'quali al- cuni furono patriarchi di Grado.

La fondazione di Pola viene, come di molte altre città dell' Istria (^^), attri- buita ai colchi spediti da Aeta a perse- guitare gli argonauti, co' quali era fug- gita la figlia Medea, che non avendo potuto trovarli e temendo di tornare al re senza successo, si fermarono in Istria e fabbricarono Pola. Questa tradizione favolosa piuttosto accenna alla trasmi- grazione d' un popolo tracico dalle foci del Danubio, ove avea stanza in peniso- la che Istria dal nome del fiume chiama- vasi, popolo che togliendo ai celli lespiag- gie delle estreme Alpi, le quali nell'Adria- tico in penisola scendono, a questa re- gione in memoria dell'antica patria die- de il nome d' Istria. Pola fu opera dei traci istriani, colonia greca, e quando la provincia venne conquistata dai romani fu fatta colonia, eslrema fortezza d'Italia e del dominio romano contro la Liburnia e la Dalmazia^ ed allora si cinse di mu- ra, ebbe Campidoglio, e quella distribu- zione di città propria delle colonie roma- ne. Prima che gli abitanti divenissero cit- tadini romani, la città teneva un rango distinto in queste provincie, e dopo Ae- gida, ora Capo d Istria^ Pola era la cit- tà più cospicua. Nel i ° secolo di sua co- lonizzazione pare che non rimanesse e- stranea alle cose di mare, mediante co- municazione con Ancona, Ravenna e A- quileia. Vuoisi che parteggiando per la

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repubblica nelle guerre civlU avvenute dopo la morte di Cesare, fosse per ordi- ne d'Augusto smantellata, 4^ anni avan- ti la nostra era , il quale poi la rifece a preghiere di Giulia, quando dopo la vit- toria di B'ilippi la concesse in premio ai suoi soldati , e rifabbricatala la chiamò Julia Pietas j per la filiale pietà che Au- gusto avea per Giulio Cesare suo zio e padre adottivo. Fondata la monarchia romana 3 i anni prima di nostra era , l'impero si estendeva dal Danubio ai de- serti dell'Africa; già sorgeva Aquileia ad emporio delle nazioni cisda nubiane e tras- marine. Pola trovavasi allora nell'incro- ciatura di due grandi linee di movimen- to, quella che da Roma dirigevasi per Ancona e attraverso il mare sino al Da- nubio ; quella che dalla Bretagna per A- quileia dirigevasi a Costantinopoli; Pola era il centro del passaggio per Ancona e Zara. Aquileia prosperosa per commer- cio e per 600,000 abitanti, il servigio di mare esigeva pel commercio d'Egitto e Levante numerosa flottiglia, onde Pola alla navigazione e ai commerci prese par- te, per cui alla feracità del suolo uni il continuo movimento fra Roma e le pro- vincie, fra queste e le grandi città, in un alla frequenza del navigare, per modo che non deve sorprendere se la prosperità di Pola fosse assai superiore all' estensione della città eal numero del popolo. Le spe- dizioni daciche di Traiano tornarono as- sai propizie a Pola, ed i tempi degli Anto- nini segnarono forse il punto di massima prosperità, alla quale epoca l'antica città aggìravasi fìtta ne' fabbricati intorno al colle, che oggi ancora è città, sull'alto del quale stava il Campidoglio. Fuori delle mura, lungo le vie precipue sui colli cir- costanti, si stendevano le borgate, i-i'ac- cesso però a Pola era più naturale e più frequentato per la via di mare,preientan- dosi in forma maestosae incantevole, eoa mura coronate di torri; laonde si calcola che la popolazione ne'tempi floridi possa essere giunta a circa 35,ooo abitanti.

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Ne'lempi di sua floridczznPolaftigra' dito e celebrato soggiorno dc'romani, che Tornarono di superbi monumenli degni di loro grandezza. Tiberio ebbe il coman- do delle Provincie d'Istria e Dalmazia e y'ì fece lunga dimora. Settimio Severo a- ■vanti di pervenire all' impero fu molto tempo governatore dell'Illirio, indi con- servò predilezione per Pola. Illustri prin- cìpij ai quali o sorte di guerra o vicende di corte costrinsero al confino, senza ri- nunziare agli agi della vita , qui ebbero stanza. Rasparasano re de* lossolani vin- to d'Adriano circa il 120 si ritirò in Po- la a vita privala, e sullo scoglio degli O- livi nel porlo fu sepolto col figlio. Crispo figlio primogenito di Costantino qui ven- ne rilegato e nel 826 ucciso benché in- nocente. Nel 354 d'ordine di Costanzo vi fu ucciso Gallo Cesare. Finché ebbe vita l'imperodiRoma, Pola ebbe propizi i de- stini, non soggiacendo alle incursioni dei barbari e alle devastazioni d'Attila. Nel 493 divenne soggetta a Teodorico ed ai goti, fino al conquisto che ne fece Belisa- rio nel 539, continuando il saggio gover- no i tempi felici e conservandosi le isti- tuzioni romane : Ravenna avea preso il luogo della distrutta Aquileia,e di profit- to erano le relazioni coll'Italia. Ai tempi gotici, seguendo i bizantini, il governo ri- cevè cangiamenti, e l'Istria fu sottoposta all'esarca di Ravenna, preponendosi al- l'Istria un maestro de'militi, specie di go- vernatore civile e militareche in Pola te- neva la residenza, di modo che questa era la capitaledell'lstria.Lerelazionicon Ra- venna e Costantinopoli erano frequentis- sime e di grandissimo profitto alla città, per le navigazioni e pei traffici. Al cade- redel governo greco o bizantino Pola con- servava la forma romana. Conquistata l'I- stria nel 789 da Carlo Magno, la regio- ne fu governata dai marchesi d'Istria e- lettivi. Polacoutinuòad esserne la metro- poli, non che residenza de'duchi o mar- chesi. Il duca d'Istria Giovanni, nomina- to da Carlo JVIagno al reggimento della

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provincia, volle di propria autorità leva- re l'antico modo di governo municipale ed introdurvi le forme feudali, abborrite per le gravi violenze da lui adoperate, come si legge nel prezioso documento optaci' lo pubblicato da Randlera p. 1 3, donde rilevasi che Pola pagava all' rmperatore greco per imposizione OtOt zecchini , così Parenzo. I messi imperiali nel placito, u- dileleangariedel duca Giovanni e le pro- messe di questi , ricomposero gli animi giustamente malcontenti; ma l'impera- tore depose ilduca ad onta delle sue pro- messe solenni di non voler aggravare più gl'istriani e di lasciarli nei godimento del- le loro consuetudini. Più tardi l'eredità della carica di governatore e il genio pro- grediente del secolo diedero carattere di feudalità all'amministrazione provinciale; ma per la libertà data ai comuni ed ai di- nasti di muover guerra l'uno all'altro e di trattare come fossero potenze, comin- ciò a risentirnePola, perchè diminuite le relazioni coi vicini, i veneti a se tirarono il commercio e la navigazione dell'Adria- tico, e colia preponderanza le altre città umiliarono.

Verso la metà del secolo XII Pola si pose alla testa del movimento di tutte le città istriane, corse i mari a danno dei ve- neti con 100 legni che l'Adriatico ren- devano mal sicuro. Il doge Domenico Mo- rosini spedi una flotta al castigo degl'i- striani; Pola fu presa a forza e abban- donata al saccheggio nel i 14B. Alla spe- dizione della i.'' crociata forse Pola pre- se parte, perchè i templari si stabilirono a S.Giovanni del Fonte con ospizio, ed a s. Giovanni del Prato con commenda. Di - venuto ereditario il marchesato d'Istria nel 1 170 circa, le famiglie degli Eppen- Stein, degli Sponheim, degli Andechs che n'erano investite, non tennero residenza in Istria, ma in Germania, con grandis- simo pregiudiz-io di Pola e della provin- cia, la quale priva di polente principe, risolvevasi in municipalità inetlqa difen- dersi contro gli esterni nemici^ Intanto

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scoppiò la guerra di gelosia fra Venezia, Pisa e Genova; Pola che in Venezia ve- deva la distruttrice di sua prosperità, tol- lerò che nel i 193 i pisani la prendesse- ro; a questi la tolsero i veneziani sotto la condotta di Enrico Dandolo doge, e ne diroccarono le mura; parteggiò di nuovo pei genovesi, e nel 1243 Giacomo Tie- poloe Leonardo Quirini crudelmente la castigarono ruinandola. Pisa e Genova in- tendevano d'impedir a Venezia di farsi padrona del commercio e della naviga- zione per l'Adriatico, commercio che do- po le crociate avea preso maggiore svi- luppo esembrava volersi dirigere per Ve- nezia. Questa non ancor determinata a insignorirsi di Pola,'rairava solo a render impossibile uno stabilimento straniero nell'Adriatico, per cui tendeva a ridurla nell'impossibilità di tenersi forte. Frat- tanto le sventure esterne suscitarono in- terne discordie, l'autorità de' patriarchi d'Aquileia, divenuti marchesi d'Istria nel i2 3o, essendo cessali quelli ereditari, ve- niva spregiata; essi volevano ricondurre la provincia all'unità e forza di governo, ma il rilassamento che i marchesi eredi- tari per r assenza loro aveano cagionato, a tale giunse che dovettero i patriarchi convenire con Pola ed accettar nel i258 il pagamento d'annue lire 2,000, equi- valente di que'diritti che su Pola crede- vano poter esercitare e che al comune lasciarono. Il tributo non fu sempre pa- gato, onde i patriarchi fecero porre la città al bando dell'impero. Nel rilassa- mento degli ordinamenti generali il po- polo proclive a novità voleva affrancarsi dal potere altrui; ma due partiti divide- vano la città, l'uno che al popolo voleva conservato il dominio, l'altro che lo bra- mava confidato a un solo, potente e va- loroso; capi del i.° erano i Tonatasi, del 2. i Sergi, antica famiglia d'origine ro- mana, doviziosa e in grande onoranza, cui appartiene il suddescritto arco. Nel- 1 agro polense e parenti no eranvi grandi distretti tributari delle chiese d'Aquileia,

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di Parenzo, di Pola e de'conti d'Istria, i quali poi l'ebbero dagl'imperatori, dicen- dosi vassalli d'Aquileia e vicari del pa- triarca, con molti onori e privilegi, co- me di nominare i nodari di Pola, armi- geri per genio e per politica, prontissimi a collegarsi per combattere. Monfìorito di questa famiglia, venuto a contesa col vescovo di Parenzo per certe in vestite feu- dali, nel 1260 armata mano in quella città assalì l'episcopio e gittò in marcie carte che avrebbero chiarito la questio- ne, in Pola i Sergi tenevano palazzo e pel loro potere solevansi eleggere capitani ge- nerali del popolo, carica che divenne lo- ro ereditaria e come esercente il potere militare preparava la via alla signoria per- petua. Allora i Sergi, lasciate le antiche residenze, abitarono la rocca di Pola, l'an- tico Campidoglio, vasto castello fortemen- te torritoa uso di guerra, eretto ne'tempi di mezzo, che stando nel centro della cit- tà la dominava intieramente. Dal castel- lo, che ormai in loro proprietà tenevano i Sergi, presero nome di signori di Castro Polae o Castropola e ne assunsero la for- ma nelle insegne gentilizie. Coi polani i Castropola tenevano le parti del patriar- ca, onde facile era loro chiedere in feudo la città. I polani mal comportando la nuo- va signoria, ne avendo forza a distrugger- la, ricorsero al tradimento^ e fatto capo nella famiglia lonatasi giurarono la di- struzione de'Castropola e l'effettuarono la sera del venerdì santo 1271 in s. Ste- fano e nel castello; un solo fanciullo fu involato alla strage di tutti e potè poi rial- zare la potenza di sua infelice famiglia. Corre tradizione che Dante visitasse Po- la e albergasse nell'abbazia di s. Michele de'camaldolesi; di che si ha conferma lad- dove nella sua Commedia accenna i tanti sepolcri che cuoprivano le vicinanze di Pola. Cambiando nell'Istria la cosa pub- blica, Parenzo, Rovigno e altri luoghi venivano signoreggiati dai veneziani, che sostenevano i movimenti popolari delle città istriane per profittarne. Nel i328

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Fola (li nuovo pnrlegglò pel genovesi, ne'quali spera va sostegno alle liherlù mn- lìicipali ed ai traffichi. Sopraffatta poscia dalle armi venete, presa e abbandonata al saccheggio, lontana da Genova, non polendo sperare aiuto dal patriarca, e vo- lendo 1 Castropola impegnarla in fazioni di guerra, cresciuto il malcontento del po- polo, la città nel i33i deliberò di darsi alla repubblica veneta ebandir l'irrequie- ta famiglia. Il doge Giovanni Contarini (secondo Randler, mentre in quell'anno era doge Francesco Dandolo) accettò la dedizione con diverse condizioni, rinun- ziando i polani alle appellazioni in Ra- venna e ricevendo un podestà con titolo di conte. Sebbene la convenzione non sal- vasse i diritti del patriarcajpurei veneti gli promisero 2^5 marche d'argento per Po- la, Dignano e Valle, e fu un'appendice alla pace del iSio, per la quale la re- pubblica dopo il compromesso del Papa erasi obbligata pagare al patriarca 45*0 marche per le giurisdizioni istriane. Nella feroce gtierra tra Genova e Venezia, i ge- novesi nel i354 presero Pola e la trat- tarono a ferro e fuoco; nel iByg dopo la vittoria riportata dinanzi al porto nel canale de'l^rioni la ripresero e vi fecero pesare tutto il loro sdegno, non rispar- miando il duomo e le altre chiese. Per- tanto a questo secolo si riporta la distru- zione di Pola, e al suo cadere non pre- sentava che un mucchio di rovine. I fre- quenti assedi, le ripetute prese della cit- tà costrinsero a por mano negli antichi edifizi per trarne materiale da rattoppa- re le mura, contro il divieto de'patriar- chi che multarono di loo zecchini chi levasseunapietradall'anfìteatroo dal tea- tro; sopraggiunsero le pesti, che si rin- novarono continuamente, venne la po- vertà a dare l'ultima mano, l'aria comin- ciò a farsi grave e pestilenziale. Nel se- guente secolo XV si die opera a ripopo- lare la città; nuove genti vi furono tras- portate, cui si concessero terreni ed esen- zioni; nuovo statuto delle leggi compila-

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to, purgala la città dalle rovine, rialza- to il duomo, ma tutto ciò inutilmente; il commercio al di fuori era cessalo per le cambiate condizioni de'paesi intorno all'Adriatico; le pestilenze si ripeterono dal r5oo al i63i ; di 72 ville che con- tava il territorio, i3 appena ne conser- vavano nome e segno. Nel 1 G3o la repub- blica veneta per porre argine alle scor- rerie degli uscocchi, tribù d'origine sla- va deiriIliria,Cioazia e Dalmazia, famo- si per le piraterie nell'Adriatico, ordÌLÒ la costruzione della fortezza nel sito già tenuto dal Campidoglio, all'ingegnere francese Deville, adoperato con successo nelle fortificazioni di Levante. L'ultima peste avendo tolta quasi tutta la popo- lazione a Pola, potè appena giungere a 600 abitanti, quando nel l 'ji^j la repub- blica di Venezia scioglievasi, onde seguì i destini dell'Istria e di Parenzoj nondi- meno quasi tutte le chiese sussistevano, vi risiedeva il vescovo, v'erano le mo- nache di s. Teodoro, i francescani in s. Mattia e in s. Francesco, gli agostiniani alla Misericordia, ma diserte erano dive- nute le abbazie. La soppressione de'con- venti e delle chiese operatasi nel 1806 e le fortificazioni fatte in allora, di molti antichi monumenti furono rovina^perchè le chiese crollarono o vennero smantel- lale, l'antica lanterna distrutta. Conta in oggi Pola circa 2,000 abitanti, i quali di molto si aumenteranno per la prospera condizione in cui il governo imperialc3 ha posto la città, ed è a sperarsi il suo rifio- rimento.

Polaricevelle la luce evangelica insie- me a Trieste eAquileia fino dal i ." seco- lo, essendone patrono s. Porporino mar- tire;dltri protettori della citlàsonos. Mas- simiano arcivescovo di Ravenna, nativo di Vistronel territorio polense, s. Florio ve- scovoj s. Ottone polano martire (altro po- lanoè il b. Germano); della provincia Io sono s. Giuseppe e s. Marco; protettore della diocesi s. Tommaso apostolo, della cui chiesa sono restati pochi indizi. Ap-

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pena rassodalo in Pola il governo greco «) bizantino, gli ordinamenti di chiesa si foggiarono sulle forme solite d'oriente; capitoli, abbazie, monasteri si moltipli' t^arono; la religione cristiana sfoggiò in Foia pompa maggiore che non il culto idolalio, precipuamente per opera di s. Massimiano, il quale costruì il magnifi- co tempio della B. Vergine di Canneto. Kandler crede istituito il vescovato nel 524, anteriore come Trieste a quelli delle altre città istriane, e lo dice il piti insi- gne della provincia, per l'estensione della diocesi, la quale comprendeva i due ver- santi del Monte Maggiore e la slessa città di Fiume (capoluogo del litorale unghe- rese nel golfo Quaruero con porto fran- co, già sede del vescovo di Modntsca), per la dominazione temporale che esercitava su gran parte di quella, per la qualità delle abbazie e de'capitoli, per la copia del cle- ro, per la sontuosità degli edifizi sacri. Al- lorquando ne'tempi addietro il nuovo ve- scovo prendeva possesso della sede, la cit- tà di Fiume mandava in omaggio unca- \allo, uno smeriglioneo uccello di rapi- na e due cani bianchi. Castua o Rhostau, antica capitale della Liburnia poi incor- porala alla Carniola, in occasione di vi- sita offriva 80 braccia di tela, 60 Mo- schcnizze borgo sul Quarnero. Il vesco- vo di Pola avea numerosa corte di vas- salli che a lui giuravano fedeltà, tra'quali gli stessi Sergi o Castropola signorotti di Pola; non meno di undici capitoli, nu- merose arcipreture^ conventi, monasteri e ricco patrimonio ecclesiastico. Quando il patriarca d'Aquileia si portava a Po- la, il vescovo gli andava incontro coi sa- cerdoti e col clero in pianeta, colla cro- ce, coi cerei e coll'incenso, cantando sa- cri cantici; i giudici col popolo uscivano coi vessilli e lo accoglievano coi miglio- ri onori. Entrato il patriarca nell'episco- pio, a'suoi piedi il vescovo ne poneva le chiavi, che il patriarca dava al proprio maggiordomo e questi disponeva del pa- lazzo per 3 giorni ; nel 4-° J^ patriarca

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passava nel proprio alloggio. Com man- ville, Hist. de lous Veveschcz, dice che il vescovato fu eretto avanti il 5oo,suffra- ganeo del patriarca d'Aquileia, poscia se- condo un mss. di Gio. Pietro Ferretti si vuole passato sotto l'arcivescovo di Ra- venna, e che nel 1028 ritornasse alla sog- gezione del metropolita d'Aquileia. Be- nedetto XIV dopo avere soppresso il pa- triarcato, nel I 753 erigendo Udine in ar- civescovato, tra le chiese suffragauee vi comprese Pola. Nello smembramento del- la diocesi avvenuto nel 1790, 20 par- rocchie furono tolte a Pola e date a Trie- ste. Pio VII nel 18 18 unì Pola alla sede vescovile di Parenzo (^.)^ ^ ^^ dichiarò suffraganee del patriarca di P ciiezia, ciò che meglio stabilì Leone XII nel 1828; finalmente Pio Vili sottopose nel i83o le due sedi unite all'arcivescovo di Go- rizia {V)y al modo detto a Parenzo.

L'Ughelli, Italia sacra t. 5,p. 474>e t. IO, p. 325, descrive le notizie di Pola e sua diocesi^ riportando la serie de' ve- scovi. Egli dice che la fede cristiana vi fu predicata a'tempi di s. Ermagora i." vescovo di Aquileia e discepolo di s. Mar- co ; che le dignità del capitolo erano l'ar- cidiacono, lo scolastico o teologo, con 9 (12 scrive Coleli) canonici; indica le re- liquie che si venerano nella cattedrale, presso la quale era l'episcopio; parla del- la chiesa di s. Nicola di rito greco, de'pii stabilimenti, e che la mensa rendeva 1 5oo ducati, tassata in fiorini i5o ue'libri del- la camera apostolica. Antonio fu il i.° ve- scovo di Pola che si conosca, cui scrisse Teodorico re de'gotij che lo divenne d'I- talia nel 493, come si ha da Cassiodoro lib. 4, cpìst. 44- 1^2.° Veuerio o Vene- rioso che intervenne ai concilii romani a- dunati da Papa s. Simmaco nel 5o i e5o2. Indi alcuni pongono Isaacio che nel 546 sottoscrisse la donazione di s. Massimia- no di Ravenna. Fiorironosuccessivamen- te Adriano che nel 579 fu al sinodo d'A- quileia o Grado (F.)j Massimo del 590 vescovo di Pola sive Jidiae al dire di Ba-

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roniOj contraddetto da Luceozlo. Pon- tenzio o Potentino fu al concìlio Late- ranonel 649. Ciriaco intervenuto al con- cilio di s. Agatone Papa nel G79. Pietro del 7^4) clic spogliato della sede dal pa« triarca di Grado, venne poi reintegrato dal Pontefice. Neil' 806 ad istanza di Carlo Magno s. Leone III ne fece amministra- tore Fortuna to patriarca di Grado. War- iierio, sotto il quale il re Lodovico eresse la chiesa di s. Maria che die ai cassine- si; ignorandone il nome TUghelli, vi sup- plì Luceuzi, Secondo Randler neir857 era vescovo Andegiso, poiché in talean- DO ricostruì il duomo ed era abbate di s. Maria di Canneto. Giovanni nel 933 sottoscrisse la pace tra la repubblica di VeneziaeWinticherioconte d'Istria. Ger- boldo o Gaspaldo nel 967 firmò la let- tera di Giovanni XIII contro l'arci vesco- vo di Salisburgo. Bertaldo del 998. Gio- vanni del loSi.Adamans morì nel 1075. Hellenardo del 1 1 18, alle cui istanze fu fatta una donazione da Sigifredo ed He- liza coniugi parentini al monastero di s. Michele. A nfredo del 11 49- Warnerio prestò giuramento di fedeltà nel i i5o al doge veneto (o meglio nel 1 148) Moro- siuij in uno ai cittadini di Pola, ed ai suoi successori, di rispettare i veneziani in ter- ra e in mare, e somministrare alla basi- lica di s. Marco due migliara d'olio al- l'anno, ed altre cose promisero. Filippo nel 1 177 intervenne in Venezia alla pa- ce fra Alessandro HI e Federico I. Pie- tro del 1 180. Prodrano con Olderico di Città Nova fu giudice in una controver- sia col vescovo di Parenzo. I. vescovo di Pola quale dilapidatore della chiesa fu sospeso dal patriarca, appellò ad Onorio HI che nel 1 2 1 8 ne commise la causa al vescovo di Feltre e Belluno, indi nel 1 22 1 provvide che fosse eletto altro pastore i- doneo. Enrico del 1228. Guglielmo ar- cidiacono di Pola, eletto dal capitolo nel 1237, Gregorio IX ne cassò l'elezione e di sua autorità nel i238 lo creò vesco- vo: nel 1246 è nominato nella sentenza

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del patriarca d'Aquileia per la contro- versia tra il comune di Parenzo e il pro- prio vescovo, riportata da Tomassini m Istriat cornmcntariis. N. il cui nome non è espresso nella lettera d'Innocenzo IV del i25i, con la quale lo facollizzò ad assolvere dalle censure incorse il pode- stà e consiglio di Pola. Matteo morì nel 1 3o2. Oddone Sala domenicanonel 1 3o3 trasluto da Terralba, indi passò nel 1 3o8 a Oristano, donde fu trasferito a Pola altro Oddo: ma Bima nella Cronologia degli arcivescovi di Oristano chiama am- bedue Oddone, il secondo dice che pas- sò nel i3o8 alla chiesa di Pola, indi re- gistra Sala.

Nel 1 329 fu eletto Guido da Fossom- brone camaldolese; nel 1 33 1 Sergio, mor- to in Avignone nel i342, in cui fu tra- slato da Dolcigno Grazia de'minori. Nel 1349 Leonardo pievano di s. Geminia- nodi Venezia, traslato a Chi usi e nel i353 stesso succeduto da Benedetto vescovo di detta sede. Nicola del 1374. Guido o Vin- cenzo Memmo nobile veneto, poi di Ve- rona. Nel 1409 Bartolomeo Recoverali primicerio di s. Marco, ma Lucenzi dice che errò Ughelli, non essendo stato ve- scovo di Pola. Alessandro V nel i4io nominò Biagio Molin nobile veneto, nel 1420 promosso a Zara, ed in sua vece fu trasferito da Città Nova Tommasino ve- neto domenicano; questi passando nel 1424 a Urbino, da Modone fu traspor- tato a Pola Francesco de Franceschi. Nel 1426 Domenico o Dondeo de Lucleriis o deEusebiis canonico di Pola. Nel i^'^i MosèBuffarelli, poi di Belluno nel i465. Michele morì nel i497- Altobello Ave^ roldo nobile e dotto bresciano nel detto an- no; Leone X lo spedì a Venezia per affa- ri e Clemente VII lo fece pro-legato di Bo- logna: scrisse alcune opere. Nel i532Gio, Battista Vergerio di Capo d'Istria: con^ sacrò vescovo di Modrusca il dottissimo fratello Pietro Paolo già nunzio pontifi- cio, poi vescovo della patria, indi aposta- la luterano, ne'cui errori trasse misera»

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mente il fratello. Per morte di questi nel 1 548 fu vescovo di Pola Antonio Elio di Capo d'Istria, poi patriarca di Gerusa- lemme, ritenendo il titolo patriarcale, co- me notai nel voi. XXXV, p. 1 8 1 , dicendo che qual vicario della basilica di s. Pietro (com'è scritto sulla lapide sepolcrale), ri- cevè nel trionfo M. A. Colonna: Cancellie- ri uè Possessi l'avea creduto vicario di Ro- ma. Per traslazione di Gregorio XI 11 nel 1572 divenne vescovo della patria.- Mat- teo mori nel 1 583 e gli successe Claudio Sozomeno di Cipro oNicosia; per sua ri- nunzia nel i6o5 il concittadino Corne- lio Sozomeno, lodato per zelo e scienza. IVel 161 8 Uberto Testa veneto. Nel 1624 Innocenzo Serpa canonico regolare late- ranense. Rodolfo Sforza giureconsulto pa- dovano nel 1625, sepolto in cattedrale con onorevole epi tallio. Giulio Saraceni nobile vicentino nel 1627, letterato e scrittore. Nel i64i Marino Badoario ve- neto benedettino. Da Sebenico nel 1648 fu traslalo Luigi Marcello patrizio vene- to somasco; portatosi in Pioma ad limi- na vi morì nel 166 I, sepolto in s. Maria, ove pose onorevole iscrizione F. Bartiro- ma arcidiacono di Pola e vicario gene- rale. Gaspare Calanco veronese nel 1662. A mbrogio Fracassini nobile bresciano, do- menicano e inquisitore veneto nel i663. Bernardino Corneaneus veneto, professo- re di Padova, nel 1 664- Eleonoro Pagelli nobile vicentino arcidiacono di sua patria nel 1689. Giuseppe M.^ Bottari venetoge- nerale de' conventuali e predicatore e- gregio nel 1695. Con questi l'Ughelli ter- mina la serie de'vescovi di Pola, che com- pirò colle7Vbz/z/e di Roma. 1 7 29 Lelio Va- lentiuoContessini Eltorio della diocesi di Capo d'Istria. 1782 Gio. Andrea Balbi di Veglia traslato da Nona. 1772 Francesco de Polesini di Montona diocesi di Parenzo, 1778 Gio. Domenico Juras di Arbe, che morto neh 806, la sede restò vacante fin- ché venneunitaa Parenzo, enei 1827 per I vescovo d'ambedue venne scello meri- tamente l'odierno mg.*' Antonio Peteani.

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POLEMIANI. Eretici del 873 segua- ci di Polemio difensore d'Apollinare ve- scovo di Laodicea nellaSiria (abusò del- le sue dotte cognizioni per ismania di di- spulare : i discepoli fecero passare molte sue opere sotto il nome di vescovi catto- lici, per cui molti furono ingannati ), il cui principale errore fu la mistione che dice va essersi fatta del Verbo e della ca rne. V. ApoLLiNARisri co'quali furono confusi, condannati anche da s. Damaso I (f^.y POLEMONlO.Sede vescovile del Pon^ to Polemoniaco sotto Neocesarea, eretta nel V secolo. Sei vescovi riporta Y Oriens dir. t. i,p. 5 1 6. Polemonio, Polemonien^ è un titolo vescovile in parlibus dell'ar- civescovato di Neocesarea. Lo conferì Pio VII, come dissi nel voi. XL, p. 78.

POLI Fausto, Cardinale. Nacque in Usigni di Cascia e portatosi in Roma pei' sua gran fortuna entrò al servizio con Bar- berini , chierico di camera, poi Urbano VI 11, la cui grazia essendosi guadagnata, fu promosso a quelle cariche palatine e cardinalato che descrissi nel voi. XLI, p. i52 e 256 (essendo arci vescovo consagrò in Roma la chiesa da' cappuccini), dell'or- dine de'preli col titolo di s. Grisogono, e nel 1645 vescovo d'Orvieto (nel i644di" ce Cardella), che governò con infaticabile zelo, convocando nel 1647 il sinodo, qua- le fece stampare nel i65o. Accrebbe gli alunni del seminario e arricchì la sua chie- sa di preziose reliquie e de'corpi santi dei martiri Tiburzio e Faustina, Dai fonda- menti ristaurò e ampliò 1' episcopio. Fu al conclave d'Innocenzo X che lo riguar- dò sempre per giusto e integro, non seni- brando allatto veroche abbiagli domanda- to conto delle gravose spese fatte nel pas- saggio della regina Maria per lo stato ec- clesiaslico, per cui si disse morto di malin- conia in Orvieto nel i 653, ma di male spa- smodico di pietra, d'anni 72, dopo aver gittata lai." lapide nei fondamenti della chiesa di s. Giuseppe. Trasferito il cada- vere in Roma, secondo il testamento fu sepolto in s. Grisogono al destro Iato del-

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la cappella dell'Angelo custode, in sem- plice nicchia con hnslo ili marmo e iscri- zione (riporlala da Renazzi, Demnggìor- iiomìjdìe nel ixìstoetiv) creilo dal nipo- te Sisinio Poli. L*Amidenio Io proverbiò al modo che riporta Cancellieri nel 3Ier' calo, p. 21 I e 281.

POLIANa o POLIANINA. Sede Te- scovile di Macedonia sotto la metropoli di Tessalonica , chiamata pure Bardìo' /arwm, eretta nel IX secolo. Ebbe 3 ve- scovi. Oriens dir. t. 2, p. 91.

POLI BOTA, Polybotiwl Sede vesco- vile della Frigia Salutare sotto la metro- poli di Sinnada, indisuffraganea d' Amo- rio, eretta nel V secolo. Ebbe 3 vescovi, fra*(|uali Giovanni che il menologio gre- co e il martirologio romano chiamano taumaturgo a' 5 dicembre. Oriens chr.

t. i,p.844.

POLICARPO (s.), vescovo di Smirne e martire. Si convertì al cristianesimo verso l'anno 80 di Gesù Cristo, in età as- sai giovanile, approfittando delle istru- zioni degli stessi apostoli. S.Giovanni e* vangelista, a cui egli particolarmente si strinse, lo ordinò vescovo di Smirne cir- ca l'anno 96. Fece un viaggio a Roma, affine di conferire col Papa s. Aniceto in- torno la differenza con cui usavano le chiese di celebrare la Pasqua (1^.). Du- rante il suo soggiorno in Roma, condus- se all'unità della Chiesa un gran nume- ro di eretici. Ritornato a Smirne, men- tre ferveva la persecuzione contro i cri. stiani, Policarpo fu preso e condannalo ad essere brucialo vivo; ma le fiamme si incurvarono a guisa d'arco, e come una vela di naviglio gonfia dal vento si ste- sero intorno al santo. Allora i suoi per- secutori ordinarono ad un confetlore (co- sì chiamavansi coloro ch'erano destinali a dare l'ultimo colpo di morte agli uo- mini e alle bestie che rimaneano ferite neiranfiteatro) di dargli una pugnalata; e ciò eseguito ne sgorgò tanto sangue che estinse il fuoco. Leggesi ne'suoi alti, che egli soffrì il martino ai 25 d'aprile. Til«

POL lemont lo colloca nel 166, e Basnaglo nel i6t) (epoca clie sarebbe da ritenersi per conciliare la confereuza di s. Policarpo col Papa s. Aniceto, che fu eletto nel 167). Egli morì di 120 anni, secondo lo slesso Basnagio; e s: Ireneo, uno de' suoi discepoli, parla di lui come d'un uomo decrepito. Vedesi ancora la sua tomba a Smirne in una piccola cappella, e la sua festa si celebra ai 26 di gennaio. Di tutte le lettere che s. Policarpo avea scritto, non ci rimane che quella ai filippensi , la quale fu tanto stimala dagli antichi, che leggevasi pubblicamente nelle chie- se d'Asia.

POLICASTRO (Polìcasiren). Città con residenza vescovile nel regno delle due Sicilie, nella provincia del Principato ci- teriore, distretto, a 8 leghe da Sala, 22 da Salerno e una da Boriati o Vibonati ca- poluogo di cantone, ove suole dimorare il vescovo e le civili magistrature, peres- servi passata la maggior parte de'primi- tivi abitanti , tanto perchè la città è ro- vinata, quanto pel suo litorale deserto e aria malsana almeno per 6 mesi dell'an- no. Si trova alla base d' una collina, in fondo al golfo del suo nome, che ha 8 le- ghe di apertura sotto 4 di sfondo. Il fiu- micello Busento (onde per esso e per l'o- monimo vescovato cui successe fu chia- mata PoUcastriim Buxenlwn) entra in mare a poca distanza , trovandosi que- st'antica città presso la sua sinistra riva. Sicuro è il suo porto e abbondante la pe- sca. Nei contorni sono alcune antichità e iscrizioni romane. Tra gli uomini illustri Cardella vi novera il cardinal Braticali (P^.)y ma nacque altrove, però della dio- cesi di Policaslro,alIa cui chiesa di s. Gia- como servì. La cattedrale basilica con fon- te battesimale e cura d'anime, ammini- strata dall'arcidiacono, è buonedifìzio di gotica struttura e sacra alla B. Vergine Assunta, possedendo tra le reliquie il cor- po di s. Oronzio : prossimo è l'episcopio di lodevole fabbricato. Il capitolo ha due dignità,!.' l'arcidiacono, 2.^ il cantore,

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IO cnnonicl compresi il le(jlogo e peni- tenziere, ed altri preti. Nella città non vi è altra chiesa parrocchiale; fuori di essa trovasi l'ospizio de' certosini, ed un con- vento di francescani. Vi è pure il semi- nario con alunni. Il Rodotà , Rito greco in L'alia^ t. r, p. 356, narra che nell' Vili o IX secolo fu introdotto in Pii vello, città della diocesi di Policp.stro, ed ivi per lun- go tempo fu rispettato e pressoché segui- lo da tutti. Si videro ivi sorgere le col- legiale con arcipreti, di s. Maria del Pog- gio numerosa di clero greco, e di s. Ni- colò composta di sacerdoti Ialini. Ne'pri- mi tempi i parrochi de'due riti procede- rono pacificamente nelle cure divise delle loro anime, e gli ecclesiastici greci della diocesi ricevevano gli ordini sacri dal ve- scovo di Policastrodi rito latino, non tro- vandone del loro. Ne'primi delsecoloXVI il rito greco decadde per gli oltraggi che i chierici ricevevano dai latini, laonde il K clero greco verso il 1^72 domandò ed ot- tenne dispensa da s. Pio V di passare al latino, ciò che fece eseguire il vescovo Spi- nelli, sehbene i greci si fossero pentiti del cambiamento. La collegiata di s. Maria continuò ad essere uffiziata dai greci di- venuti latini ; ma in seguito la maggio- ranza di matricità e le prerogative d'o- nori tra le due collegiate furono cagione di gravi contese, massime per le pretensioni della già collegiata greca sulla latina di s. Nicolò. Piicorsi alla s. Sede, questa nel 1746 proferì la decisione in favore del- la chiesa di s. Nicolò e di preminenza su quella di s. Maria, la quale dacché da greca divenne latina riguardavasi come membro dipendente dall'altra collegiata. Policastro venne edificata sulle rovine di Velia, antichissima colonia di Sibari, la quale fu famosa per possanza, per la sua corruzione (ne farò parola a Pranzo) e per la sua caduta, Strabone la crede succeduta a Pitunzia. Anticamente fu Policastro cit- tà di qualche considerazione, ma venne ro- vinata da Roberto Guiscardo nel i o65, in- di dal re Ruggiero fu magnificamente rie-

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dificata e con titolo di contea la die al suo figlio Simeone. Nel 1 299 pervenne in po- tere di Giovanni Ruffo, indi sotto Giovan- na l l'ebbero Gabriele e Luciano Grimal- di. Ne fu pure signore Antonio Petrucci, poscia Giovanni Carafftidi Spina beneme- rito del regno, sotto i cui successori fu pre- sa, diroccata e saccheggiata dai turchi nel 1542.

La sede vescovile secondo Comman- ville fu eretta verso l'anno 5oo, e fatta siìffraganea di Salerno, di cui lo è anco- ra, dicendola succeduta alla sede di Bu- xentnin (^.), della quale meglionetrat- ta V Italia sacra, 1. 10, p. 32, registran- do 3 vescovi : R.ustico che fu al concilio romano del 5oi; N. per la cui morte s. Gregorio I nel 5g2 ne affidò la visita a Felice vescovo d' Àgropolij e Sabbazio che disputò contro i monoteliti nel con- cilio romanodel 640. Lucenzi annotato- re d'Ughelli osserva che nel 1079 » ^^" ordinarsi s. Pietro Pappacarboni in vesco- vo di Policastro, si rinnovò la sede vesco- vile di Buxento e se ne restituì la digni- tà. Ili.° vescovo di Policastro fu il detto Pietro patrizio di Salerno, monaco della Cava, nominato col voto del popolo e di Gisolfo principe salernitano. Questo de- gno prelato non resse a lungo la sua chie- sa, perchè rinunziò la dignità nel 1079, pochi mesi dopo la sua elezione , ritor- nando al suo monastero di cui diventò 3." abbate, econtai gradofuaiconcilii di Be- nevento e Melfi, ottenne pe'suoi abbati da Urbano II, del quale era stato precettore, l'uso della mitra; indi rinunziata l'abbaziti mori nel 1 1 2 3, fu tumulalo presso lo zio s. Alferio, e meritò d'essere annoverato fra i santi, riportandone Ughelli la vita, 1" talia sacra ^ t- 7> P- ^4^ ^ ^^S* ^' 2.° ve- scovo di Policastrofu Arnaldo, ricordato in un documento deli i io. Non si cono- scono i di lui successori fino al pontifi- cato d'Innocenzo III, sotto il quale N. ar- ciprete di Saponaria ne' Marsi dal capi- tolo di Policastro fu eletto vescovo pre- via la pontificia licenza. Innocenzo III nel

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131 1 approvò l'elezione, annuliando riti- trusione nella sede di Giacomo medico di Federico II. Gli successe Guglielmo de Licio francescano del 1222. Per gua liioi te una parte del capitolo elesse l'ar- cidiacono, ma Gregorio IX nel 1287 cas- sandone l'elezione destinò N. in vescovo. Il cardinal legato nominò 6."* vescovo Gio- vanni Casteilomata nobile di Salerno , raccomandato dal capitolo e confermato nel 1254 da Innocenzo IV. Gli altri ve- scovi degni di particolar memoria sono : Francesco Capograsso salernitano già de- cano di Capua, consagralo nel i 356 da Innocenzo VI. Nicola abbate di s. Gio- Tanni a Piroeletto dal capitolo, nel i4i 7 lo conferirlo Martino V. Carlo napoletano, agostiniano e dottore esimio in teologia, nel 1445 'o c>'*^ò Eugenio IV. Nel 1468 Enrico Languardo palermitano e dome- nicano, confessore regio. Nel i47' ^^* briele Attilio di Lucania peritissimo nel- l'idioma latino, lepido poeta, in somma estimazione nella real corte e precettore di Ferdinando re di Napoli. Gli successe liei 1 4^5 il domenicano Girolamo A Iraen- sa napoletano, esperto teologo, pieno di prudente esperienza, in gran reputazio- ne della corte clie lo spedì ambasciatore ad Alessandro VI. Nel 1 493 questa chie- sa fu data in commenda al cardinal Lui- gi d'^rngona, il quale col diritto di re- gresso nel 1 5o4 la cede a Bernardino Lau- reo spolelino, e neli5i6 a Giovanni na- poletano. Neli53o fu fatto amministra- tore il cardinalBenedetto^cro/f/, che la rassegnò nel i535, per cui Paolo III la conferì al cardinal Palmieri, ìndi per sua morte nel 1 53 7 fece vescovo Fabrizio A r- cella nobilissimo napoletano, traslato da Bisignano. Lo s lesso Papa nel i542 eles- se amministratore il cavàìnal Gambara, il quale con regresso nel 1 543 lasciò che gli succedesse Nicola Francesco Massanel- la napoletano, morto nel 1577. Gli fu so- stituito Lodovico de'conti Benti voglio bo- lognese, che neli58i Iraslalo a Città di Castello^ gli successe Ferdioando de'du-

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chi Spinelli napoletano, già dlNeocastro; indi fu vescovo Filippo cardinal tS/^//u/- //, del quale come de'precedenti cardina- li sono a vedersi le biografìe. Paolo V gli surrogò nel i6o5 Ilario Cortesi teatino napoletano dotto e virtuoso. Urbano Vili nel 1 63o nominò Urbano Felice aquilano che nel i632 celebrò il sinodo e lo fece stampare in Roma, egregio autore di va- rie opere. FilippoGiacobi nobile di Mes- sina nel i655 tenne il sinodo diocesano, fu acerrimo difensore dell'immunità ec- clesiastica, e nel palazzo vescovile d'Ur- sacia operò ampliazioni, lo rifece, restau- rando nella sala tutte le memoriede'suoi predecessori. Qui noterò, che il vescovo di Policaslro era signore di Torre Ur- sacia e di Torre Petrasia luoghi della dio- cesi. Vincenzo de Sylva nobile napole- tano e domenicano degnamente fu fatto vescovo nel 1671 : rifabbricò l'episcopio di Policaslro, celebrò il sinodo, difese le ragioni di sua chiesa contro Fabrizio Ca- rafa conte di Policastro, che armala ma- no assalì l'episcopio d'Ursacia, onde sen- tenziò r interdetto e nel 1679 fu trasfe- ritoa Calvi. Gli successe Tommaso de Ro- sa vescovo di s. Angelo, the si pacificò col conte, riparò la cattedrale che minaccia- va rovina, scrisse opere erudite, e moren- do in Ursacia fu sepolto nella chiesa par- rocchiale con isplendido elogio. Giacinto Maradeo nel 1696 lodalissimo, morì in Ursacia, lasciando erede la cattedrale, ove fu tumulato con magnifico elogio. M.An- toniode Rosa napoletano, eleltonel 1 7o5, rifece in miglior forma la cattedrale, re- staurò il seminario, concesse de' beni ai benefìcii ecclesiastici di s. Mauro e di s. Michele, difese la chiesa contro il conte di Policastro, e fu sepolto in Ursacia pres- so lo zio. Andrea Roberti nel 1 7 i 3 fu tra- sferito da Ragusi e con questi nell'Ughel- li si termina la serie de' vescovi, quale si continuò nelle Notizia di Roma sino al- l'odierno mg.^' N icola M.^ Ladislao di Sar- no de'redentoristi, trasferito da Bova nel 1824- Ogni vescovo è tassalo iu 4^0 fio-

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lini , essendo le rendite circa 2000 du- cali con qualche peso. La diocesi sieslen- deper4o miglia econtiene le anticheab- bazie di s. Nicola in Bosa, unila al capi- tolo Valicano, e di s. Giovanni a Piro del- l'ordine di s. Basilio, unila alla cappella Sistina di s. Maria Maggiore, di cui par- lai nel voi. XII, p. 121.

POLICRONIO, Polycronìon. Inno di acclamazione con cui nella chiesa diCo- slanlinopoli il propalaste o primo can- tore implorava da Dio per gì' imperato- ri una lunga e felice serie d'anni, corri- spondente all'augurio de'Iatini : Ad nml- tos dnnos. /^.Natale, Acclamazioni, Do- mestico, Palazzo Lateranense, Hosan- WA,DoMiNUS,ed il Buonarroti wq P'etri aii" tichi. Dell' elezione del Papa per accla- mazione parlai nel voi. XXI, p. 212, 217, 218, 219.

POLIDORl Paolo, Cardinale. Nac- que in Jesi (V. il voi. XXXVIj p. 263) da civile famiglia di Loreto, i cui saggi genitori furono solleciti di educare la pro- le in modo che furono ampiamente be- nedetti da Dio, imperocché con tre figli no- li e due figlie tutti si videro consagrare al Signore, quelli abbracciando lo stato ecclesiastico, queste professando i voli sot- to la regola di s. Benedetto. Luigi il mag- giore, sacerdote, meritò l'amore e la con- fidenza del conte Mellerio di Milano, il cui nome è elogioj coltivò la classica let- teratura, col suo vasto ingegno e profon- da erudizione potè pubblicare diverse dis- sertazioni di archeologia sacra , del suo sapere e delle sue virtù aveiydone parla- to Paolo Ballerini con necrologia ripor- tala negli Annali delle scienze relig,, se- rie 2." voi. 6, p. 147. L'encomiai co'fra- telli nel voi. XXXlX,p. 2 12; essendo il 2.° Arcangelo, da Gregorio XVI fatto ve- scovo di Foligno, che celebrai nel voi. XXV, p. i4i; il 3.** è Paolo di cui par- lai in più luoghi del Dizionario, da lui assai gradito, sino a pregare più volle a- morevolmenle Iddio affinchè me lo faces- se compiere a sua gloria e della s. Sede.

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Vantando di aver goduto per mollissinù anni la benevolenza dell' illuslre porpo- rato el'adezionede'degni fratelli, mi go- de l'animo ancheiu questo articolo di tri- butar loro un affettuoso omassio di rive- rente ammirazione, che sebbene tolti al- losguardo mortale, vivono ancora presen- ti al pensiero e al cuore di quanti li co- nobbero. Paolo fu mandalo come i fra- telli agli studi dell'università di Perugia, e quelli con somma lode e felice succes- so compiuti^ passo in Roma nel 1 797. De- dicatosi allo stato ecclesiastico^ 3 anni do- po ottenne il sacerdozio. Dimostrando in ogni allo un vivo esempio di clericale vir- tù, percorlesiaed eloquenza di modi soa- vissimi , risplendente per singoiar pietà e prudenza, perito nella teologia, profon- do nel giuscanonico, il vescovo di Viter- bo Conuestabili bramò averlo per vica- rio generale nel 1 8o3 , ufficio che funse 3 anni con gran beneficio della diocesi. Restituitosi in Roma ebbe la coadiutoria d'un canonicato di s. Maria in Via La- ta, quindi subito il celebre cardinal An- tonelli decano del s. collegio e vescovo di Ostia e Velletri lo dichiarò suoaiulanle di studio e vicario generale del vescova- to d'Ostia, non checonvisitatoreper la sa- cra visita in Ostia e in Velletri, ma am- bedue soltanto poterono in persona com- piere quella della città di Cori nel 1807, a cagione delle circostanze politiche del- l'occupazione imperiale francese: gli atti della visita scritti con quell'aurea latinità tanto famigliare a Paolo, furono altamen- te encomiati da desiderarsene la slampa, sia per la purezza della lingua attinta da classiche fonti, che perlebellee sanie nor- me delle regole ecclesiastiche e de' sacri canoni in cui era tanto versalo. Occu- pata Roma dai francesi. Paolo essendosi distinto pel suo zelo e attaccamento al pontificiogoverno,fuimprigionatoequin- di deportato in Milano. Fu allora che il fratello Luigi colpito d'acerbo dolorecor- se in quella metropoli per essere di con- forto all'amato fratello e per le contrat-

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te ragguardevoli amicizie vi si slabifi. A- ventlo l*uolo riacquistala la libertà, si con- dusse a Loreto e vi dimoi ò sino al 1 8 1 4* In (|uesl'anuo restituito Pio VII alla sua sede, tornando Paolo in Roma, fu dal Pa- pa ascritto tra 'cani erieri d'onore. 11 nuo- vo vescovo d'Ostia e Velletri, rispettabi- le cardinal Mattei, aflìdò a Paolo la di- rezione di tutti gli affari delle due dio- cesi, ed opera di questi fu il sinodo del 1817, poi pubblicato colle stampe e pari- menti lodalo per l'erudita latinità degli atti. Anclie il can. Dauco, nella 2." edi- zione della Storia di Vtlletri , encomiò il Polidori per ambedue le compilazioni. Quando l'insigne prelato Mazio fu spe- dilo in missione diplomatica all' estero , ebbe a sostenere le sue veci comeoCgre- tario delle lettere latine ^ quale perfetto elegante scrittore e dotato di estese co- gnizioni pel rilevante impiego. Per que- sti ed altri onorevoli servigi prestati al- la s. S)t(\Q y Pio VII lo rimunerò prima col nominarlo canonico della patriarca- le Liberiana, e poi nel 1823 conferendo- gli la prelatura domestica. Leone XII lo promosse a segretario della congregazio- ne concistoriale, cui è congiunta la cari- ca di segretario del sacro collegio, pel qua- le gravissimouffizio nelle sedi vacanti per morte di Leone XII e Pio Vili entrò nei due conclavi, disimpegnando le attribu- zioni di segretario di stato, compiendo- ne con sommi encomi le parti tutte ine- renti. Eletto papa nel 2.° conclave del i83i Gregorio XVI, per l'amore e la grande stima che ne aveva , per alcuni giorni gli fece esercitare il segretariato di stato e poco dopo lo nominò segretario della congregazione del concilio, oltreché appartenne ad altre congregazioni, ado- perandolo ne'piu delicati e gravi affari di quel memorabile pontificato. In premio di tante benemerenze, a'23 giugno 1 834 lo creò cardinale pretedi s. Eusebio, don- de Io trasferì al titolo di s. Prassede per quanto notai nel voi. XII, p. io. Lo an- noverò a II delle primarie congrcgnzio-

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ni cardinalizie, lo fece prefetto di quel- la della disciplina e nel 1841 di quella del concilio, come dissi nel voi. XVI, p. 1 79 e 192. Nel 184*2 lo dichiarò abbate com- mendatario e ordinario di Snbiaco, ed agli 1 I febbraio i844 'o consagrò vescovo di Tarso in partii iis. Inoltre Gregorio XVI lo deputò direltoredell'arciconfraternila degli amanti di Gesù e Maria e protet- tore di altrii3 sodalizi, de'rainimijdi Je- si e altre 1 5 città e luoghi, del monaste- ro di Falleroneedella collegiata di Can- tiano. Intervenne al conclave del 1846 e contribiììall'elezione del regnante Pio IX, cui era legato con sensi di tenera amici- zia ed estimazione. Coli* avanzarsi negli anni si aumentò in lui il nobile comples- so di sue rare virtù, del pari che la sa- cra scienza, onde si rese caro all'univer- sale, modello di edificazione, infaticabile e laborioso nel disimpegno delle còse a lui commesse, amplissimo ornamento del senato apostolico, per cui fu da tutti sin- ceramente pianta la sua perdita. Morìin Roma a' 2 3 aprile 1847, ^' ^""' 7*^ "^"^ compiti, dopo lunga e penosa infermità sopportata con mirabile rassegnazione. Le solenni esequie si celebrarono coll'as- sistenza del Pontefice, dolente per veder tolto alla Chiesa uno de'principali soste- gni, nella chiesa di s. Ignazio, ove fu se- pollo innanzi l'altare di s. Luigi Gonza- ga, a tenore della testamentaria disposi- zione. Il degno e chiaro parente cav. Cle- mente Folcili gli pose onorevole iscrizio- ne marmorea col gentilizio stemma.

POLIEUCTO (s.), martire. Eia uffi- ciale nelle truppe romane, che stavano a quartiere a Melitina, nella piccola Ar- menia. Quantunque pagano, aveva stret- ta amicizia con Nearco cristiano zelan- tissimo, e questi gli parlò con tanta for- za della religione cristiana, che lo indus- se ad abbracciarla. Conosciuta la verità, Polieucto non desiderò più che di ren- derle testimonianza collo spargimento del proprio sangue. In fatti, accesosi il fuo- co della persecuzione, avendo dichiara-

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(o [Hibblicanìente ch'egli era cristiano, venne preso e condannato a soffrire la più crudele tortura. tali tormenti, le lagrime di sua donna Paolina, de'suoi figliuoli e di suo suocero valsero a vin- cere la sua costanza, per cui fu condan- nato a perdere la testa. Mentre veniva con- dotto al supplizio, esortava gl'infedeli ad abbcindonare le loro superstizioni pera- dorare Gesù Cristo, ed ebbe la consola- zione di convertirne parecchi. Nearco scrisse gli atti del suo martirio, che av- venne durante la persecuzione di Decio, ovvero di Valerìano, cioè circa l'annoaSo o 257. 1 cristiani seppellirono il suo cor- po a Melitina, ove nel IV secolo trova- vasi una chiesa a lui dedicata, e ve n'era altresì una magnifìca a Costantinopoli sotto l'imperatore Giustiniano. I greci ce- lebrano la festa di s. Polieucto a*9 di gen- naio, e il martirologio romano ne fa men- zione a'i3 di febbraio.

POLIGAMIA. V. Matrimonio § IH. Poligamiti si chiamarono quelli che pre- tesero poter l'uomo aver più mogli con- temporaneamente; tali furono gli ebio- niti, i valentiniani e altri eretici.

POLIGNACMelciijorre, Crtr^/«rtf/e. Nacque in Puy, ove il padre era gover- natore, d'antichissima famiglia, una delle più illustri di Francia, visconti e marche- si di Chalenson. Il rapido progresso dei suoi studi eccitò l'ammirazione nell'uni- versità di Sorbona e nella corte. Lo straor- dinario suo talento, congiunto alle più gentili e insinuanti maniere, alla nobiltà de' natali ed a vantaggioso aspello, gli conciliò l'amore e la slima del pubblico. Nel 1689 fu conclavista del cardinal Bu- glione e piacque ad Alessandro Vili, in- di Luigi XIV lo nominò abbate di Buon- porlo e nel 1698 spedì ambasciatore in Polonia, ove restò in tutto il regno di Gio- vanni HI, alla cui morte inutilmente si adoperòcon energico impegno perchè gli succedesse il principe di Conty. Richia- mato a Parigi nel 1698, dopo aver per- duto per istrada lutto l'equipaggio, il re

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malcontento di lui lo rilegò nella delta abbazia. Nella quiete di quella solitudi- ne die principio all'eccellente poema. All' li-Lucrezio, che poi gli fece tanto onore; conosciutasi la sua innocenza nel 1702 fu richiamato in corte e restituito agli an- tichi ministeri, nominato nel 1706 udi- tore di rota, si guadagnò la stima di Cle- mente XI. Indi nel 1 709 il re lo manda in Olanda plenipotenziario al congresso di Gertruidenbergh col maresciallo d'U- xelles, quantunque allora senza frutto; ma per morte di Giuseppe I s'intavolò un nuovo piano di pace, conchiusa nel I7i3in Utrecht dal maresciallo e da Po- lignac per la BVancia. Ivi prima di se- gnarla ricevè la notizia che Clemente XI a'3ogennaio 1718 loavea pubblicalo car- dinale prete ad istanza di Giacomo III re d'Inghilterra, ricevendo la berretta pel* istrada tornando in Francia, vicino adAn- versa in paese cattolico, secondo il con- venuto ; laonde dalla corte fu provvedu- to di 4 ricche abbazie e fatto maestro della regia cappella. Nella reggenza del duca d'Orleans, divenuto sospetto al mi- nistero, nel 1 7 1 8 gli fu intimato di ritirar- si nella sua abbazia d'Anchin e vi restò 3 anni tranquillamente, continuando i 5 libri del suo nobile poema. Uscito di tutela Luigi XV graziosamente nel 1722 lo richiamò in corte, e lo ammise agli af- fari più interessanti della monarchia. Por- tatosi in Pioma pel conclave del 1724» l'eletto Benedetto XIII gli conferì il ti- tolo di s. Maria degli Angeli, diverse con- gregazioni cardinalizie, e nel 1726 l'ar- civescovato d'Auch, visitandolo nella sua infermità. Divenne protettore dell'ordi- ne Trinitario e ministro di Francia pres- so la s. Sede, contribuendo a ridurre alla divozione di essa gli appellanti dalla bol- la C//z7ge/i77f/5. Dopo l'elezione di Clemen- te XII, cui si trovò presente, nel 1782 richiamato a Parigi, soggiacque a nuove vicende dispiacevoli, però nel 1733 fu di- chiarato commendatore dell'ordine dello Spirito santo.Studioso delle antichità, pò-

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in Roma farne scelta raccolta in mo- numenti (li marmo e metallo, ^vecÀ che latini, qnali collocò nel palazzo eli Pari- gi. Finalmente con fama d' uno de' più colli e scienziati del suo secolo, morì d'i- dropisia in Parigi nel i 74 > d'anni 80, non senza rimorso, per non aver mai visita- ta la sua chiesa, sempre distratto dagli af- fari, e fu sepolto nella chiesa di s. Sul* pizio. Le due sue disgrazie produssero Veduti 'Lue lezio, poema ispiratogli dalla religione e dall'amore della virtù, detta- to dalla sana filosofìa, ed eseguito da un ingegno ornato di tutti i fiori della elo- quenza e della poesia. Le diverse dispu- te avute in Olanda col famoso Bayle, su Epicuro, Lucrezio e gli sceptici» furono l'occasione dell'impresa. Il poema, diviso in 9 libri, contiene il più notabile della fisica, della cosmografia e della storia na- turale. Amò grandemente lescienze e pro- tesse le arti, gli artisti, i dotti egli eru- diti; in Roma fu amato e ammirato da ogni condizione di persone. Se ne legge l'elogio storico nelle Notizie Ic.Uerarie del 174^}?- 97 J "^''^ Memorie di Trevoux del 1741» ai't- 4^ J "^' Gabinetto curioso deUibri, l. P- 12 i : ne scrissero la vita il vescovo Corsignani, nella parte 4*' biel- le P'ite degli arcadi illustri j ed il p. Fau- cherche la pubblicò a Parigi nel 1777. POLIGNANO, Polinianum, Polynia- mini. Città vescovile del regno delle due Sicilie, provincia della Terra di Bari, di- stretto, a 8 leghe da Bari presso l'Adria- tico. E fabbricata sulla sommità d'un'e- Dorme roccia che sorge perpendicolar- mente sul mare, ed a pie di esso scoglio vedesi la così detta grotta del palazzo, che ha 25o piedi di profondità, e nelle cui vicinanze sopra una lingua di terra che sporge assai dentro il mare, giace il magnifico monastero dell'abbazia bene- dettina de' ss. Vito, Modesto e Crescen- zia protettori della città, i cui corpi ivi furono posti nel luogo detto Maria num, verso il 672 da Florenzia eroina illustre e principessa salernitana, fondatrice della

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cliiesnedel monastero, riportando Ughel- li la storia della traslazione; ma soppres- sa l'abbazia da Sisto V, le grosse rendi- te furono assegnate per la fonduzione del Collegio di s. Bonaventura (^.), presso la chiesa de'ss. Apostoli di Roma. Gravi scrittori questionarono intorno le reliquie di delti santi martiri, delle quali dilTeren- ti opinioni, oltre l'Ughelli, eruditamen- te trattò Piazza che citai a Chiesa de'ss. Vito e Modesto, ove parlai della virtù concessa da Dio a s. Vito contro i morsi de'cani rabbiosi, cui ancora non è uma- na medicina che giovi, giusta il detto di Ovidio, De Ponto lib. 2 ; per questo mo- tivo il santo suol dipingersi coi cani ap- presso, come osservò Pompeo Sarnelli ve- scovo di Biseglia nato a Polignano, Lett. eccl. t. 3, lelt. 6, profondo erudito che ci diede molte pregievoli opere, da me citate in questo mio Dizionario. La cat- tedrale è dedicata alla B. Vergine Assun- ta patrona della città, in essa tra le altre reliquie venerandosi il braccio e il ginoc- chio di s. Vito, come attestano Alberti e Ughelli. Quest'ultimo aggiunge, che il ca- pitolo si componeva dell'arcidiacono, del- l'arciprete, di 2 primiceri, di 1 5 canoni- ci compresi il teologo e il penitenziere, e di altri chierici. L'arciprete ha cura del- le anime, non essendo parrocchie le al- tre chiese della città. Vi erano diversi luoghi pii, e Pietro della Tolfa signore di Polignano nel i585 vi fondò il mona- stero di s. Pietro alle cistcrciensi. Il mar- chese di Polignano Marino Radolovich fuori della città eresse ai minori osser- vanti il convento e chiesa di s. Maria di Costantinopoli, col sepolcro per la sua fa- miglia originaria d'Illiria. Di essae in Po- lignano, che pur fu patria di altri uomi- ni illustri, nacque il cardinal Radolovich (f^-) La mensa vescovile rendeva 800 scu- di annui, ed ogni vescovo era tassato di 5o fiorini. Narra Ughelli, che Giulio Ce- sare in odio di C. Mario avendo distrut- to Mariano, non lungi dalla via Appia edificò una torre che prese il suo nome,

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quindi i greci fabbricarono Todierna cit- tà in salubre luogo, ferace dei prodotti della terra. Fu contea e poi marchesa* to, al quale spettava ancora la città di Mola sul mare, con forte rocca. Incerto il tempo dell'origine della città, neppu- re si conosce quando ricevè con sicurezza il lume della fede.

La sede vescovile fu eretta nel secolo X e fatta suffraganea di Bari, finché Pio VII colla bolla Z?e utiliovi, ai 26 giugno 1818 la soppresse ed unì al vescovato di Monopoli (^'.). Il i.° vescovo fu Pietro di cui se ne ignora l'epoca. Il vesco- vo fu Riccardo I delio35, dopo il quale non si trova memoria, se non che Riccar- do Ilviveva nel 1 1 o3, Ambrogio nel 1 1 1 6; Bonaventura nel ii4o. Nel iiyoMayo- ne nominato in una vendita fatta dal- l'arcidiacono di Polignarioa Giuditta fi- glia del vescovo e moglie di Maureliano conte di Monopoli: in detto anno Gugliel- mo II re di Sicilia concesse privilegi e con- fermò quelli che godeva l'abbazia dis. Vi- to in Mariano. Arpinofu al concilio Late- ranensedei i 179, cui scrisse Celestino III in favore del monastero di s. Benedetto di Polignano, immediatamente soggetto alla s. Sede, per l'elezione dell'abbate. 11 medesimo Papa nel 1 194 circa deputò Processo con altri vescovi in una causa tra il vescovo di Gallipoli e l'abbate Ne- ritino. Riporterò tra'successori quelli me- ritevoli di particolar memoria. Bonagiun- ta Boscholi nobile fiorentino del i332. Nicola domenicano di Bari del i35i, di cui è un singolare monumento in catte- drale. Nicola abbate e canonico di Ta- ranto cappellano del Papa del 1 363. Pa- vo de Griffis nobile di Giovenazzo,con- sagrato nel 1378 da Urbano VI, che lo spedì nunzio in Boemia, traslato a Tro- pea nel 1390: al suo tempo l'antipapa Clemente VII v'intruse Pasquale e An- gelo. Lupulo de Laco canonico di Mono- poli nel 1 390. Angelo o Anglono nel 1 39 1 poi visitatore apostolico del celebre mo- nastero di Subiaco, ebbe a vicario gene-

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rale il fratello Vito abbate di s. Vito. Rao- no o Paolo de Castro Mediano di Lecce francescano, esimio teologo dell 4?. 4j"^or- to nel i46o e sepolto in s. Francesco di Lecce, il cui convento ampliò. Neh 468 amministratore il cardinal Latino Orsini (V), che ebbe a vicario generale il ve- scovo diBoiano. Nel 147^ Giacomo To- raldo nobilissimo napoletano, assai lo- dato. Michele Claudio, di cui parlai nel voi. XXXII, p. 39. Giacomo Framarino patrizio di Giovenazzo nel i5i7 lodato per virtù. Nel i54o a'i4 luglio ammi- nistratore il cardinal del Monte, che si dimise dopoun anno, poi Giulio III (V.). A'28 novembre i54i Rosimano Casa- massima di Bari chiaro giureconsulto, e- dificò una chiesa alla B. Vergine,nel 1 544 cede la sede al nipote Pietro che mori in Roma nel 1570. Angelo Gazzino di Lu- go dotto teologo domenicano gli succes- se. Nel 1572 Pier Francesco Ferri ma- ceratese lodatissimo. Gio. Battista Guan- zato milanese sommo teologo, diletto e in- timo famigliare di S.Carlo nel 1598. Gio. M.^ Guanzelli, del quale trattai nel voi. XLI, p. 214, degnamente governò fino al 16 19 e fu tumulato in cattedrale nel sepolcro da lui edificato pei predecessori e successori. Francesco Nappi nobile an- conetano nel 16 19, di grandi meriti, go- vernatore di diverse città dello stato pa- pale, morto in Ascoli. Nel 1629 Girola- mo Parisani nobile tolentinate pruden- tissimo. Antonio de Pezio nobile napole- tano chiaro per virtù nel i638, traslato a Sorrento. Vincenzo Pineri di Monte- fiascone conventuale nel i65o, ornò la cattedrale, aggiunse al campanile un al- tro piano, ristaurò e ampliò il palazzo, compì la serie degli stemmi de'predecesso- ri, migliorò le rendite, istituì la confra- ternita del purgatorio, donò sei candel- lieri con croce d'argento di stupendo la- voro alla cappella de'ss. Vito, Modesto e Crescenzia, rinnovò quella del Crocefis- so. Nel 1672 Scipione de Martinis di Mu- ro traslato da Mariana, provvide di me- 3

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clicie iii£t1ìciiiAli i bisognosi, fece dorare la cappella dc'saiiti patroni. Nel i G8 1 Igna- zio M/Fiumed'A versa domenicano, com- plesso di \irlù e dottrina, come si rileva dalle opere, donò 6 vasi d'argento ai santi proteltorij caritatevole coi diocesa- ni, morì santamente. Nel 1694 Gio. Bat- tista Capilupi di Matera dottissimo, caro a Innocenzo XII, largo. coi poveri, rifece l'episcopio, abbellì diverse cappelle, assai lodato morì in Roma e fu sepolto in ss. Cosma e Damiano. Gli successe nel 1 7 1 7 Pietro Antonio Pino nobile di Matera, ze- lante e pietoso pastore, ornò la cattedra- le con pitture e altre decorazioni. Con questi rUghelli, Italia sacra t. 7, p.748> ù t. io,p. 323, termina la serie de' vesco- vi, proseguita àd\\e Notizie di Roma ^ fi- no a Mattia Santoro di Bovino del 17 75, che fu rultimo.

POLI MARZIO 0 BOMARZO, Poly- marlium. Città vescovile del Patrimonio dis. Pietro, nella delegazione di Viterbo, governo di Orte. Tra gli ediflzi va nomi- nato il palazzo baronale eretto dal duca Vicino Orsini nel i Si^ sull'area dell'an- tica rocca, con grandiosa architettura di Vignola, ornato di affreschi della scuola dei Zuccari. Del tempo degli Orsini si ammira un giardino con molte colossali sculture, alcuni avanzi delle decorazioni che lo abbellivano ed un vago tempietto eretto dal duca Corrado Orsini alla me- moria di Giulia Farnese sua amatissima consorte. La chiesa principale e antica cattedrale è dedicata a Maria Vergine, forse innalzata sulle rovine d'un tempio idolatrico, che pei successivi ristauri non conserva la sua primiera architettura. Al- tre chiese pur sagre alla Madre di Dio sono quelle del Pozzarello fuori le mura della città, fabbricata nel 161 3, in cui si -venera la sua prodigiosa immagine di- pinta sopra una tegola ; altra simile im- magine è nella chiesa della Madonna del Piano costrutta nel i 7 1 o ; la chiesa della Misericordia è sotto 1* invocazione della Vergine delle Grazie; ed un vago tem-

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pìetto della nobilissima casa Borgliese, in cui trovasi la miracolosa immagine di No- stra Signora che nel 1661 aprì gli occhi. Tra gli uomini illustri di Bomarzo al- cuni noverano Sahiniano (V.) Papa del 6o4, secondo il Biondo citato da Massa, De orig. et rebus falisco rum. 11 territo- rio in piano e in colle è ferace di produ- zioni, come osservò Calindri, Saggio del- lo stato pontificio p. 197. Su Polimarzio o Bomarzo abbiamo le importanti Me- morie archcologico-storiche sulla città di Polimarzio oggi Bomarzo , scritte dal- l'arciprete Luigi Vittori, Roma pel Mo- naldi 1846. Su queste l'ab. Pietro Arte- mi pubblicò un sunto con erudita lettera nel voi. 5, p. 2 1 5 del Saggiatore roma- no. In essa egli è d'avviso « che Poli- marzio fosse della Lucumonia Falisca, es- sendo Faleria, ài presente Falleri, pros- sima alle terre Polimarzesi, onde leggesi: Polymartium oppidum HetruriaeinFa- liscorum finibus . . . apud Maeoncm pa- gumFaliscorum ... E giova qui ripetere, Faleria essere situata sul Cimino, do- v'è oggi Falleri, luogo fecondo di tanti monumenti già disolterrati,il qual giu- dizio è conforme alla storia e all'archeo- logia; non potersi acconsentire per alcun modo all'opinione, che Faleria sorgesse un dove oggi è Monteflascone ". Sul- le diverse opinioni ove esistè Faleria, raccolsi alcune erudizioni in diversi ar- ticoli, come Civita Castellana, Galle- se, MontefiasconEjNepi, ne'quali parlai pure di Falleri. Circa poi la patria di s. Anselmo vescovo di Polimarzio, l'ab. Ar- temi concilia le opinioni de'bomarzesi e mugnanesi, con dichiarare loro comuni le patrie glorie per essere il castello Meo- niano V antica Meonia o luogo di essa, attualmente M ugnano, \\xo^o appodiato di Bomarzo, parte dell' antico Polimar- zio; perciò s. Anselmo, nato in Meonia- no, equivale al dire che gli fu patria Po- limarzio per esser Meoniano contrada o luogo della città.

A Lidia dissi che il suo regno si chia-

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ino Mconia^ ed a questo ailicolo parlai (Iella Sede vescovile nella provincia omo- nima, ed appiendesi dai geografi che Meo- nia, contrada dell'Asia minore, fu quella parte della Lidia situata verso il monte Tmolus, emeonii furono detti gli abitan- ti della Lidia, così i lidii stabilitisi nel- l'Elruria. Ciò premesso, il zelante della patria istoria citato Vittori narra, che i lidii o meonii condotti da Tirreno, dal greco arcipelago trasmigrati in Italia in- nanzi la guerra di Troia , si stabilirono nella regione Etrusca, che perciò fu pur detta lìhonia^ fondando la colonia nella parte superiore della riva del Tevere nel piano poi denominato Pian Meoniano presso Bomarzo, probabilmente ove edi- ficarono Polimarzio o Città di Marte lo- ro dio tutelare, nel cui agro eressero in suo onore un tempio , cioè presso Mu- gliano nella contrada polimarziese chia- mata Blavortana da Ma\'ors, Marte, vi- cinoal famigerato lago Fadìnione, di cui sono contermini i colli di Polimarzio (o- ve oggidì è il Laghetto vicino a Bassano nella Teverina), tenuto per sagro dagli etruschi e dai romani, dappresso al qua- le restò spenta la liberta etrusca. Inoltre i meonii innalzarono lunge quasi un mi- glio dalla città del nume tutelare e qual parte di essa o sua fortezza (come lo fu- rono Castelluzzo, Bocchette, Castello e altre di cui si rinvennero diversi monu- menti, ma tutte costituenti i sobborghi e la città di Polimarzio), altro luogo, al quale diedero il nome di 3Ieonia, di cui sussiste coll'antica denominazione la va- sta sua necropoli , opinando alcuni che da essa sorgesse l'odierno castello di Mu- gnano , fondati in diversi argomenti. In Mugnano fu un' abbazia di benedettini propinqua alla chiesa di s. Liberato pa- trono della terra. 11 castello nel i 194 si acquistò dai viterbesi, passò quindi agli Orsini, onde Matteo l'assegnò in feudo a Gio. Gaetanoche nel 1 277 divenne iV*- colb IH (^.). La potente famiglia Orsi- ni diede al castello un aspetto guerresco

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con fortificazioni e torri , onde munito dalla natura e dall'arte ebbe a sostenere vari assedi, come nel i4^5, in cui lo fe- ce espugnare Martino V Colonna e de- molirne le fortificazioni. Fu patria, al mo- do detto, di s. Anselmo vescovo di Poli- marzio, di Pietro possente signore che e- difìcò un castello cui die il proprio no- me, di Simorietto generale delle mili/ie di Pio II, di Biagio Sinibaldi intrepido viaggiatore.

La memorata Meonia, grandiosa ne- cropoli etrusca di Polimarzio, fu ferace di tombe etrusche,di sarcofaghi, d'ope- re di plastica, di copiose figuline e stovi- glie preziose per la loro varietà, di splen- didi vasellami con pitture di rappresen- tazioni simboliche o con soggetti mito- logici, eroici e storici; nonché di rare pie- tre incise, di avori lavorati, d'un prodi- gioso numero di medaglie, di bronzi, di ori, di armi e arnesi militari, ricchezze archeologiche che esercitarono dotte pen- ne e bellamente descrisse con ricerche sto- riche (massime nella topografia , forma delle celle e urne sepolcrali, delle pittu- re, de'fregi, bassorilievi e iscrizioni etru- sche) e artistiche V encomiato arciprete Vittori; alcuni de'quali monumenti pas- sarono a decorare il Museo etrusco (F.) eretto in Vaticano dalla sapienza dell'im- mortale Gregorio XVI, altri a formare il prezioso gabinetto del principe Mar- c'Antonio Borghesebenemerito degli sca- vi, da dove uscì quella classica tazzelta di Bomarzo, contenente l'alfabeto etru- sco, di cui parlai nel vol.XXXVJ, p. 16G. Vedasi la Lettera del p. Ranghiasci so- vra V alfabeto greco pelasgi co etrusco riti' venuto nell'atliguenze di Bomarzo, Ro- ma i85i. La totale rovina della necro- poli polimarziese si vuole avvenuta circa il V secolo dell'era cristiana, per opera de' goti e dei vandali. Non così accadde alla centrale Polimarzio, che per la forte e fÌAVorevole sua posizione trionfò del tempo e della forza delle armi, come va- do a narrare.

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Polimarzio^aldiredi Vittori, fu cospi- cua città dell'epoca ctrusca e non mollo seconda alle altre nobili e popolose del- l'Etruria; la sua etimologia fu fatta de- rivare da Plures ^/rt/Yc^, quasi che la nioltiplicità delle battaglie accadute nel luogo deirodierna Comarzo dasse origi- ne al vocabolo greco Polymartium. Si congettura che fosse governata dai lucu- moni di secondo grado o soggetti alle lu- cumonie formanti la lega etrusco-italia- na delle 12 metropoli, certamente con leggi etrusche. Seguì i destini ed i politi- ci sconvolgimenti dell'Etruria o Tosca- na, e con essa nel V secolo di Roma soc- combette al valore delle armi romane presso il lago Vadimone. Polimarzio fu quindi colonia romana , ed i suoi citta- dini, comeOrte, furono ascritti in massa alla tribù Arniese o Arniense, col godi- mento de* relativi diritti. De' tempi ro- mani si trovarono molte iscrizioni, le qua- li ricordano le illustri famiglie romane e polimarziesì, non che innumerabili me- daglie consolari e imperiali di bronzo e di argento, avendo Poli marzio sotto i ro- mani conservato la sua grandezza e splen- dore. Invasa T Italia dai barbari alla me- tà del secolo V di nostra era, la città di Polimarzio o Bomarzo occupata da'goti soffri le vicende comuni a tutta la regio- ne, non essendo riuscito al vescovo s. An- selmo di trattenere il re Totila dall' in- vaderla, ma pel prodigio operato da Dio in difesa del santo, quel barbaro conqui- statore umiliossi a lui. Vinti i goti da Narsete, successero nel SGg i longobar- di ad invadere le terre etrusche, ma Bo- marzo con altre città opponendo forza e valore pari a quello dell'inimico, tratten- ne il corso di sue vittorie, finche soggiac- que al dominio di Agilulfo divenuto re nel 59 1 , ma per pochi anni, per il discac- ciamento che fece de' longobardi Roma- no esarca di Ravenna. Liberata Bomar- zo dal giogo straniero, sul cominciar del secolo VII si pose sotto la protezione e signoria de'Papi, poi del tutto sollmen-

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dosi al dominio imperiale nel pontifica- to di s. Gregorio II, facendo parte del du- cato romano. Nel 740 occupala Bomai - zo di nuovo dai longobardi con tre altre città, per obbligare s. Gregorio 111, per quanto notai a Orte, a consegnare Tras- mondo duca di Spoleto, inutilmente il Pontefice si adoperò perchè fosse libera- ta, ciò che ottenne il successore s. Zac- caria, al modo toccalo a BoMABzo. La for- male consegna fu fatta dai ministri regi di Luitprando allo slesso Papa , che da Orle si recò a Bomarzo per riceverne il possesso. Non andò guari che Astulfo re de' longobardi avendo ripreso Bomarzo e altre città, Stefano III coll'intervento di Pipino ne ottenne la restituzione; fi- nalmente Carlo Magno ad istanza di A- drianol estinse il regno longobardico, ri- conobbe e ampliò il civil principato della s. Sede, onde Bomarzo in seguito fu no- minala ne' diplomi imperiali riguardanti la sovranità pontificia, alla quale fu sem- pre fedele inclusivamente nelle fazioni che divisero l' Italia, seguendo la parte guelfa. Leggo nelle Memorie di s. Non- noso p. 81 di Degl'Effetti, che fu neces- saria la fortezza di Civita Castellana per difendere il ducato romano, avendo ve- duto espugnare nel 726 Gallese e nel 789 le città di Bomarzo, Amelia, Orte e Bieda.

Verso il secolo X Bomarzo ebbe i suoi duchi o signori feudali, soggetti alla ro- mana chiesa, i quali la fortificarono o per prepotenza o per difesa. Bomarzo nel 1 2 25 con l'aiuto di Viterbo, che ne pre- se le difese, respinse gli orvietani che se ne volevano impadronire, i quali erano aiutati da buon numero di cavalleria ro- mana e da 200 cavalli senesi, come rife- risce Bussi, Ist.di Viterbo p. 118. Inve- ce racconta Monaldeschi, Comment.hist. d Orvieto p. 4> che il comune d'Orvie- to col consenso di Papa Onorio III fece esercito, andò sopra Bomarzo con l'aiu- to di 200 cavalli di Siena e 200 di Ro- ma, e preso il castello lo distrussero. La

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testimonianza però deirarciprele Vitto- ri è secondo la narrazione di Bussi, dal quale ancora si apprende, che nel 1293 Uffreduccio Risio, Veraldo e altri com- padroni di Bomarzo, lo venderono al co* mime di Viterbo insieme alla sua rocca e cassero, alle torri, mura, fosse e forti- ficazioni ond' era quasi inespugnabile. Divenne poi feudo degli Orsini (^.), e Matteo fu appellato Pater Palriae : be- nemerito della Chiesa, Gregorio IX gli cinse solennemente il capo con fascia d'o- ro, ed è la traversa che si vede nello stem- ma gentilizio degli Orsini. Nel i34o An- selmo Orsini era signore di Bomarzo. L' implacabile duca Corradino Orsini giunse a imprigionar la magistratura co- munale nel carcere della ragione ed im- pose eiiormi contribuzioni ai miseri cit- tadini. Del tempo baronale vi sono re- state negli archivi comunali orribili me- morie, delle barbarie e prepotenze colle quali oppressero i vassalli con inaudite e immorali sevizie, oltre le squallide pri- gioni sotterranee e gì' insidiosi traboc- chetti. Poco lunge dalla città tuttora e- siste l'antica rocca di Collecasale. Pres- so questa fortezza presidiata dagli Orsi- ni a'240 26 gennaio 1497 '' duca Car- lo figlio di Virginio Orsini, colla piccola sua armata formala di vassalli, di peru- gini, di lodini ealtri per soccorrere ^r^jc ciano assediato dall'esercito pontifìcio di Alessandro VI e difeso da Bartolomeo d'Alviano, per più ore arditamente com- battè e sbaragliò le milizie papali, che il Pontefice avea mosse contro le terre di Virginio e altri Orsini quali aderenti dei francesi. Il Reposati, Della zecca di Gub- bio t. I, p. 3 14, dice che la battaglia se- guì poco lunge da Soriano e Bassano d'Orle : il cardinal Conati legato dell'e- sercito , con Fabrizio Colonna si salva- rono colla fuga ; Guid' Ubaldo I duca di Urbino fu fatto prigioniero in un al con* te di Nugolara e molti altri uomini di condizione , restando ferito il figlio del Papa duca di Gandia , che precipitosa-

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mente corse a Ronciglione. Questo me- morabile fatto d'arme che accennai pure nel voi. XLIX, p. i5>7, il Sansovino de- scrisse a p. 132 e seg. ^eWHist. di casa Orsina. Dipoi nel i5o3 le reliquie dei ghibellini signoreggiando Bomarzo, Bar- tolomeo d'Alviano generale delle milizie della Chiesa la restituì ai guelfi, ponen- dovi in presidio i suoi partigiani e ami- ci. In seguito Bomarzo divenne ducato della famiglia Lante[F.). La fedeltà dei bomarzesi alias. Sede rifulse nell'inva- sione de' repubblicani francesi del 1798, con atterrare più volte il vessillo demo- cratico e rifiutando il maire. Nel i83i colle armi valorosamente difese dai ri- belli la sovranità di Gregorio XVI, ri- portando alcuni vantaggi sui medesimi: poscia spedì a Roma in deputazione al Papa Gio. M.^ Popoli e Domenico Vit- tori priore del comune, i quali furono ac- colti graziosamente e con paterna dilezio- ne ; il secondo in nome della patria rin- novò tale omaggio nel i84i in Viterbo, reduce Gregorio XVI dal santuario di Loreto, per attestare gli affettuosi sensi di venerazione e sudditanza de' bomar- zesi. Dal 1 837 n'è benefico duca il prin- cipe Marc'Antonio Borghesi, che comprò ì beni dei Lante insieme al titolo della ducea.

Il lume del vangelo probabilmente lo ricevè Bomarzo o Polimarzio ne' tempi apostolici dai ss. Tolomeo e Eutichio, che avendolo diffuso nelle vicinanze di Pe- rento e ritrovandosi essa cittadella Pe/t- tapoli[P^.) limitrofa a Bomarzo, sembra che ancor questa ne fruisse, tanto più che s.Eutichìo era ferentinate. Quanto all'o- rigine della sede vescovile, il Vittori nar- ra, che dopo la metà del VI secolo nel ponlrficato di s. Gregorio I il vescovato di Polimarzio fu di molto aumentalo per la riunione della prossima sede di Feren- te (^.), la cui diocesi rimase a Polimar- zio, perchè Bonito vescovo di Perento e di Polimarzio sottoscrisse il concilio del 649,0 per avere il Coleti, Italia sacra,

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l. IO, p. g3 (dopo riportati i Ire vesco- vi di Ferculo, Massiminodel 4^7, s. Bo- nifacio che fiori a* tempi dell'iniperalore Giustino, e Marciano che intervenne ai concilii del 5^5 e 6o i) notato, che dopo il 6o I deficiente civiiate Ferculi, episco- palem cathedram Polyniartium transla- tam conjiciliir ex Bonito , non tacendo l'opinione d'Olstenio, che Bonito possa a- ver sottoscritto per le due sedi, che pe- rò oppugna con altre testimonianze che dicono da s. Gregorio I unita la diocesi Ferenlina allaBomarzese. Il principio di questa è incerto, ma esisteva nel VI se- colo, imperocché, morto il vescovo di Po- limarzio, il clero e il popolo secondo la disciplina d' allora adunato nella catte- drale per procedere all'elezione del suc- cessore, prodigiosamente fu innalzato a tal dignità il bomarzese 6. Anselmo cir- ca la metà di detto secolo, il quale pare che all'autorità episcopale riunisse anche la temporale. Pastore zelante e modello di virtù, fece asprepenitenze,e pianto nel- la sua morte, accaduta negli ultimi pe- riodi del secolo VI, Dio lo illustrò coi mi- racoli, venendo sepolto in cattedrale, ed essendo il principale protettore di Bomar- zo. Il Vittori ne riporta la vita e la leg- genda con commenti. L'Arlemi nelle Me- morie storiche della città e diocesi di Ba- gnorea, pubblicate nel 1842, «egue le o- pinioni di quegli scrittori che dicono s. An- selmo nato inMugnano, alle quali il Vit- tori rispose con diverse ragioni, quali fu- rono poscia conciliate con la Lettera ci- tata di sopra. Il 2.° vescovo chesi cono- sca è Bonito summentovato, sotto il qua- le la diocesi di Perento si crede incorpo- rata alla sede di Bomarzo, onde i di lui successori si sottoscrissero solamente co- me vescovi di Polimarzio o Bomarzcr.Bar- baziano fu al concilio romano del 680; Maggiorino a quello del 72 1, ed a quelli del ySi e 732. Giovanni trovossi al con- pilio romano del 753 e ricevette in Bo- marzo s. Zaccaria. Maurino fu al conci- lio di Laterano del 769; Àgato o Agate-

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nesì sottoscrisse nel concilio romano del- 1*826; Giorgio fu presente a quello del- l'853. Grimoaldo fu destinato con altri das. Nicolò I neirSGG legalo in Bulgaria per istruire que'popoli nella fede cristia- na, ed ungere l'arcivescovo: morto il Pa- pa prima che partisse, il successore Adria- no II lo confermò nella legazione, ov'eru ancora nell' 870. Tornato in Roma per essere stalo cacciato dai greci , che pre- tendevano appartenere la Bulgaria alla giurisdizione del patriarca di Costanti- nopoli, senza il permesso di Adriano II, questi altamente lo censurò, con la tac- cia di aver seco recalo innumerabili ric- chezze. Il vescovo Marino fu decoro e splendore della cattedra Polimarziese , giacché nel pontificio nome presiedè al celebre concilio d'Ingelheini (P^.) nel 948, e fu bibliotecario della romana chiesa , luminosa carica che conferivasi ai sapien- ti e dotti. Lamberto trovossi all'inven- zione e traslazione de'corpi de' ss. Mar- ciano e Giovanni nel 998 in Civita Ca- stellana, ed al concilio romano dell 01 5. Dopo questi non si trovano altri vescovi di Bomarzo ; nell'Ughelli, Italia sacra^ t.io, p.i59, sono riportali i detti vescovi, tranne Maurino, leggendosi di s. Ansel- mo, che Polimarzio sacrwnque possidet s. Anselmi corpus, cujus pastorali cura prefecisse fertur. Con la diocesi di Bo- marzo furono aumentale le limitrofe di Or te, Viterbo e Bagnorea, ma sembra che la sede fosse congiunta a quella di Bagnorea verso il secolo XI , cioè dopo il vescovo Lamberto, citando Vittori l'au- torità di Assemanni.

Leggo nel Supplemento alle Addizìo' ni alla prima parte delle Memorie ist. della città di Nepi, cap. i, unadi sa mi- na delle Tliemone dell' arciprete Vitto- ri , scritta dal eh. p. Ranghiasci , in- titolala : Bomarzo oli'ni Polimarzio del- la regione falisca. Egli è di parere, che i ruderi, la necropoli e le scoperte fatte presso Polimarzio appellinoaì tempi pri- mitivi dei pelasgi venuti da Tessaglia iu

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Italia dopo i siculi , che crede i primi abitatori del luogo, e non già dai meo* nii o lidii ossia dai tirreni, i quali secon- do Erodoto vennero da Macedonia, vale a dire da quella parie chiamata (anche Retonia eTirrenìa da Tirreno figlio d'A« ti o Atide re di Lydia o Lidia, e fratel- lo di Lidio) poi Meonia (i geografi rife- riscono che la Lidia j provincia d' Asia minore, fu denominata anche Meonia, cioè l'alta e la bassa; questa fu detta Meo- nia poi Ionia ), che diede uno de' nomi che portò /ittìf//^(/^.) in quella parte e ma- re delle coste d'Etruria dallo stesso Tir- reno e dai suoi a poco a poco conquista- ta , mentre i tirreni divennero padroni di quelle toscane contrade dopo la deca- denza de'falisci (di cui nel voi. XLVII, p. 283), cioè dopo che il loro duce Ale- so di Micene (ne parlai ai relativi arti- coli ) fu ucciso da Fallante nella guerra di Turno, onde i falisci fecero lega coi fini- timi etruschi, formando una sola nazio- ne. Aggiunge il lodatop. Ranghiasci,che in quell'epoca, come prova Nardini, for- marono tutta una gente, giacché prima di tale alleanza i falisci possessori delle ter- re di Polimarzio e delle altre propinque erano separati e vivevano da sé, al dire di Strabone. Inoltre opina , che se Poli- marzio fosse stata una sontuosa città nei tempi primitivi, ne avrebbero parlato le antiche storie, eche ancora Annio, citan- do Strabone, attribuì ai tirreni ciò che spetta ai pelasgi- tessali. Gonchiude il p. Ranghiasci , che i ritrovamenti di Poli- marzio sieno pelasgici- tessali od arcadici, mischiati coi posteriori degli etruschi o tirreni, i quali fecero lega coi falisci già piima di essi conquistatori di quella re- gione d'Italia che trovarono occupata dai pelasgi-tessali, avvertendo Nardini che in processo di tempo anche i falisci ebbero comune il nome cogli etruschi. Crede poi che il nome di Polimarzio sia piuttosto derivalo dalle formidabili guerre avve- nute in quella parte nel VI secolo; e per non dir di altro^ ritiene il p. Ranghiasci

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che non si debba annoveitire tra le città della Pentapoli elrusca de'falisci o Pen- tapoli falisca nell' Elruria Gisminia. Fi- nalmente, quanto al credere s. Tolomeo promulgalore del cristianesimo in Poli- marzio, dice il p. Ranghiasci potersi ac- cordare; che sebbene nelle Meni. dlNepi e. I, e. IO, p. 73, e e. 38, p. 261, avesse ri- portato che il santo fosse il discepolo di s. Pietro, pure nel cap. i.^dellecitatey^^- ^/z/o/zi sostiene che s. Tolomeo fu vesco- vo e martire del III secolo, fiorilo con Ro- mano sotto Gluudio che per aver disfatto i goti fu detto il gotico jQ\\q regnò dal 268 al 270, e perciò diverso da Claudio Ce- sare figlio di Druso, morto nel 54 di no- stra era.

POLISTAURIO, Polystaurìum. Ve- ste o pallio sparso di molte croci, parti- colare ai patriarchi di Costantinopoli ed agli arcivescovi greci di Gappadocia, Tes- sa Ionica, Efeso, Corinto ec, secondo Ma- cri. La descrissi in uno al significato nel voi. XXII, p. 1 47» Polistaurio fu pure det- ta la pianeta e altre vesti sagre tempe- state di croci , e perciò chiamate Multi- cruciutJij usate dai vescovi greci, di cui parlai nel luogo citato : fu anche deno- minata Gamniadia(V.)

POLISTILIO. Sede vescovile della 2.* Macedonia nell'esarcato del suo nome, sutfraganea di Filippi, eretta nel IX se- colo. Polistilio, Polystìlien, è ora un tito- lo vescovile in partibus sotto Filippi.

POLlTEISMO.Credenzadi molti Dei, sistema che ammette più Dei, pluralità di Dei, dalla voce greca PolyOteia, mol- titudine di Dei o molteplicità della Di* vinitày del quale vocabolo si servirono i santi Giustino, Epifanio e Agostino, co- me rileva Macri. Il politeismo è il Paga'» nesimo(V.) unito ^W Idolatria (F.). Fu- rono chiamati politeisti, dopo lo stabili- mento della religione cristiana,quegli ere- tici che seguirono ed ammisero il politei- smo: Basilide di Alessandria viene con- siderato il primo politeista, essendo stato il primo che propagò la dottrina di molti

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principfi supremi, e gli eretici suoi set- lari furono i Basilidianì (F.), ove par- lai de'loro sistemi. Abbiamo di mg/ Aii- tonino de Luca vescovo d'Aversa: Rifles- sioni critiche sulla pretesa attitudine del politeismo a preferenza del cullo ebreo e cristiano ad incivilire i popoli e a ren- dere le belle arti fiorenti j Roma i83o. POLLAN Roberto, Cardinale. V.

BOLLENO.

POLLIONE (s.), martire. Era lettore di Cibale, città della Pannonia, uomo di grande virtù e assai ragguardevole per la sua fede, di cui già avea dato non dub> bie prove. Essendosi recatoin quellacitlà Probo, governatore della Pannonia sotto Diocleziano, gli venne presentato Polivo- ne, ed accusato che parlava degli Dei nel- la più oltraggiosa maniera. Sottoposto al- l'interrogatorio ed intimatogli di sagri - iìcare, come prescriveva l'editto, vi si ri- fiutò costantemente. Perciò il governa- tore lo condannò ad essere abbruciato vi- vo; lo che fu eseguito lungi un miglio dal- la città, a'27 aprile del 3o4. ^. Pollione è nominalo nei martirologi il di 28 di detto mese.

POLO Reginaldo, Cardinale.De du- chi di Suffolch del regio sangue de' re d'In- ghilterra, illustre pel zelo della cattolica religione, per l'innocenza della vita e pei soavissimi ed aurei costumi, fu ben pre- sto provveduto del decanato della chiesa d'Oxfbrd. Di 19 anni si recò in Francia e in Italia, prima in Parigi e poi in Pa- dova con grande ardore applicossi allo studiodella filosofia e dell'eloquenza, con- traendo stretta amicizia con Bembo eCon- iarini poi cardinali, e con Caraffa poi Pao- lo IV. Nell'anno del giubileo 1 525 por- tossi in Roma e soddisfatta la sua divo- zione, ritornò in patria, ove la sua dot- trina congiunta ad amabili e gentili trat- ti, lo resero l'oggetto dell'amore e del- la slima universale. Avendo Enrico Vili ripudialo la sua legittima moglie per u- nirsi ad Anna Bolena, ambedue procura- rono guadagnarlo perché approvasse il di-

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vorzio, offrendogli uno de'due vescovati di Winchester o di Yorch che ognuno rendeva 3o,ooo scudi. Portatosi dal re per soddisfarne il desiderio senza compro- mettere la propria coscienza, la provvi- denza dispose che non potesse proferire parola di quanto si era proposto, ed in vece rappresentò vivamente la detesta- bile azione, che il re non abituato a sen- tirsi contrariare con tanta libertà, irri- tato fieramente per due volte fu in pro- cinto di trafìggerlo con lo stilo. Invola- tosi pertanto dall'adirato sovrano, passò in Avignone, indi a Padova, dove si con- giunse in amicizia con Sadoleto poi car- dinale, e altri dotti ed eruditi di que'tem* pi, che a lui cedevano nella eloquenza, per averlo in credito del più eccellente ora- tore vivente. L' acquistala fama deter- minò il re a scrivergli onde riconosces- se il suo divorzio, promettendogli ampia ricompensa, ma n'ebbe negativa risposta, ritenendo illecito il divorzio e deploran- do il suo scisma. Il re che ad ogni costo voleva guadagnarlo al suo partito gli man- dò la propria apologia, a cui il Polo ri- spose col libro intitolato: Difesa dell'u- nità della C^/e.9a, dedicandolo allo stes- so Enrico Vili, con la prefazione diretta al figlio Odoardo VI, che si legge nelle Amenità ecclesiastiche di Sehelchornio. Paolo III in premio di grandi meriti e zelo ortodosso, e quale erudito nelle lin- gue greca, ebraica e latina, perito nelle di- scipline filosofiche e teologiche, come nel- le sacre scritture, stabilì di elevarlo alla porpora; laonde lo chiamò in Roma, per incaricarlo della riforma della disciplina ecclesiastica. Ma Polo conosciuta l'inten- zione del Papa, con preghiere e persua- sive ottenne dilazione alla sua promo- zione. Non pertanto Paolo HI nel conci- storo de'22 dicembre 1 536, mosso da in- terna ispirazione, lo creò cardinale prete de'ss. Nereo ed Achilleo. Ciò saputo dal re e montato in furore, lo privò delle ren- dite ecclesiastiche, fece decapitare il fra- tello, il nipote e la madre del cardinale set*

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tuagenaria, col falso pretesto di rùacchi- nar congiiwe, ed allreltanto avrebbe fat- to cogli altri fratelli, se con pronta fuga noit si fossero salvati. Inoltre il re promi- se 5o,ooo scudi a chi avesse ucciso il car- dinale, lo che tentarono 3 italiani e 3 in- glesi ; ma imprigionati, con eroica viriti il cardinale ottenne ai primi la libertà, e restò dolente che i secondi dopo bolla- li col ferro rovente fossero condannati in galera. Altro sicario bolognese confessò poi di aver dimorato lungo tempo a Tren- to per assassinare il cardinale,avendo per- ciò ricevuto buona somma di denaro da Enrico Vili, il quale irritatisslmofece di- chiarare dal parlamento il cardinale reo d'alto tradimento e tanto si adoprò col re di Francia, che questi si scusò di ri- ceverlo, benché inviato a lui legato rt In- tere per tentare un riconciliamento del suo sovrano col Papa. Ritiratosi il cardi- nale in Cambiay sempre insidiato, per- chè non errasse per le Fiandre il vescovo di Liegi cardinal Mark gli offri per asilo la sua città, il che conosciuto da Enrico Vili fece grandi esibizioni al senato delle Fiandre se gli consegnavano Polo, il qua- le senza turbarsi era disposto a sacriii- cnrsi per la religione e suo capo visibile. Ma richiamato in Roma dal Papa, gli as- segnò guardie per sua difesa, nominan- dolo legato di Viterbo e del Patrimonio, poscia uno de'presidenti del concilio di Trento, ove" col cardinal Pacecco difese con grande ardore il mistero dell'imma- colata Concezione (^.), per cui nel de- creto sul peccato originale il concilio di- chiarò non essere sua mente e intenzio- ne di comprendere in esso la Madre di Dio. Nel 1 55o per sua virtù non fu elet- to Papa, per quanto narrai nel voi. XXI, p. 24' J l'eletto Giulio 111 gli permise ri- tirarsi presso Verona, nel monastero be- nedettinodiMaguzzanOjdel quale era pro- tettore. Morto Enrico VI Ile Odoardo VI, njontò sul trono la regina Maria zelante cattolica, che ottenne per legato a Intere il cardinale. Avendo riportato nel voi.

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XXXV, p. 8i e 82, quanto mirabilmen- te operò in Inghilterra pel ristabilimen- to del cattolicismo, qui aggiungerò che tenne un sinodo in Lnmbalh, in cui fu- rono fatti 1 2 decreti ed alcuni canoni, a fine di restituire all'antico stato la chiesa d'Inghilterra, che si leggono in Labbé t. i4, p- 1733, ed in Bercastel.il pai lamen- to nel 1554 lo ristabilì ne'precedenti dirit- ti ed onori ; ed egli in nome di Giulio 1 li presentò alla regina ed a Filippo II suo marito lo stocco e berrettone, con la rosa d'oro benedetti, mediante lettera ripro- dotta da Rocca, Opere t. i, p. 210. Indi Paolo IV nel 1 555 Io promosse all'arci - ■vescovato di Cantorbery, ciò non pertan- to gli sospese l'esercizio di sua legazione e sostituì a lui il cardinal Peto^ destina- zione che, siccome dissi nella sua biogra- fìa, la regina tenne occulta per non pri- varsi del richiamato Polo, divenuto pre- sidente del consiglio reale e suo confesso- re. 1 motivi che indussero il Papa a tale risoluzione sono discrepanti negli storici; alcuni dicono per non essersi il Polo in Vi- terbo dimostrato rigoroso quanto si con- veniva contro i sospetti di eresia; altri che in Inghilterra fosse troppo condiscenden- te cogli eretici ed i sacerdoti e religiosi ammogliati, poiché considera va quelli che erano caduti in errore come tanti fanciul- li ammalati, che bisognava guarire e noa uccidere; altri pel processo fattogli dal- l'inquisizione e presentato a Filippo li, perché conoscesse procedersi per giustizia non per passione , essendo intrinseco di Carnesecchi eretico ostinato fatto poi bru- ciare da s. Pio V, e di Marc'Antonio Fla- minio sospetto in eresia. Avendo il cardi- nale penetrata la sua sospensione, compo- se un'accurata apologia in sua difesa con- tro le procedure di Paolo IV, forse con zelo poco discreto perchè feriva la sua ri- putazione; ma avendola fatta copiare in buon carattere, nel rileggerla pacatamen- te, disapprovando l'energia frizzante da lui adoperata, virtuosamente la gettò sul fuoco, dicendo : ne discooperias verenda

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patris lui. Iiuli mandò a Roma Ormane- to datario della legazione, in segno di som missione al Pontefice, giacché la regina impedì l'andarvi in persona. Da slesso depose la croce e tulle le insegne di lega» to, ne si vergognò comparire così umile in quel regno, ove pel favore sovrano e per essere venerato dai popoli poteva fi- gurare quasi un altro Papa. Questa edi- lìcante rassegnazione rese più illustre la sua memoria. Paolo IV si mitigò per l'e- semplare condotta del cardinale e per le discolpe fatte dall'Ormaneto, contentan- dosi di soprassedere, finché il cardinal Ca- raffa ne trattasse con Filippo II e suoi mi- nistri. Continuò Polo di fatto quale lega- to a governare l'Inghilterra, ch'ebbe la disgrazia di perderlo per isfìnimento di for- ze prodotto da febbre che involò vita preziosa nel i558, i6 ore dopo la morte della regina, d'anni 53, o 60 secondo al- cuni. Ebbe tomba nella sua cattedrale , nella cappella di s. Tommaso da lui fon- data con due cappellanie per celebrare messa quotidiana a di lui suffragio, col so* lo nome inciso sulla lapide sepolcrale. I benefizi e le grazie che dipendevano dalla sua legazione, erano gratuitamente con- cessi; con una saggia economia però tro- vava i mezzi di esercitare la sua immen- sa carità versoi poveri. Tutti gli scrittori, anche protestanti, hanno concordemen- te encomiato la dottrina, lo spirito, la mo- derazione, la saviezza, la mansuetudine e la carità del cardinale, che possedette eminentemente i talenti di uomo di stato e le virtù d'un gran vescovo. Come scrit- tore volle imitare Cicerone, ma si dice in- feriore a Bembo e Sadoleto. I suoi trat- tati dommatici sono scrìtti con metodo e chiarezza, altri con eleganza ed erudizio- ne. Le sue opere sono: Pro unitale ec- clesiae ad Hetiricuui FUI, Romae. 2.° Orazione della pace a Carlo P', Roma 1 558. 3.° De concilio, Romae 1 562. 4-° De summo Pontifici s ufficio et potestà te, Lovanio 1 569. 5.° Reforniatio Angliae^ Jlomae i556. 6.° Tractatus de j usti fica-

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elonsy Lovanio 1569. 7.' De haptisnio Constantinì, Romae i56i. B,** Discorsi detti in parlamento o diretti a Giulio III. 9.'' Il Messale^ Bresfiario e Rituale di Sa- lisbury riveduti e pubblicati nel i554. Altre opere, e molte Lettere per ricon- durre nel seno della Chiesa ([uelli che si eranoda essa separati, che il cardinal Qui- rini pubblicò in Brescia dal 1744^^ '^747' La Fila del cardinal Polo fu scritta da mg."^ Beccatelli, Venezia i563; Bernar- dino Tomitano, Venezia 1 563 e Londra 1690, La traduzione in francese di Mau- croÌK fu aggiunta a quella, De schisma- te anglicano di Sandero, Parigi 1677. Altre notizie si leggono nel Moreri e nel Godwino.

POLONIA (di) Jagellone Federico Casimiro, Cardinale. Figlio del re di Po- lonia Casimiro I V e fratello di s. Casimi- ro, di elegante e grazioso aspetto, in età di 19 anni ottenne il vescovato di Cra- covia, e poco dopo a'21 settembre r493 da Alessandro VI fu creato cardinale dia- cono di s. Lucia in Septisolio e chiama- to il cardinal di Polonia. Ad istanza del fi'atello re di Polonia gli venne conferito l'arcivescovato di Gnesna, dove celebrò il sinodo. Nel i5o2 nella cattedrale di Cracovia impose la real corona al fratel- lo Alessandro duca di Lituania eletto re di Polonia, che nella sua assenza dal re- gno lo dichiarò governatore di Polonia. Ricolmò di molti e segnalati benefizi la chiesa e città di Gnesna; la prima arric- chì d'ogni genere di suppellettili d'oro e argento e di preziosi arredi; la seconda d'un ospedale che fondò presso le sue por- le. Ma le immense ricchezze che posse- deva contribuirono non poco a fomenta- re i disordini di sua gioventù, i quali più che le malattie gli accorciarono la vita, che perde nel bel fiore nel i5o3, in età di 29 anni, e fu sepolto nella cattedrale di Cracovia, ove alla sua memoria fu eret- to un sontuoso mausoleo. Cromerò fe- ce del cardinale un'assai svantaggiosa de- scrizione, a cui Samuel, Porpora PannO'

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ìiica p. 20, non si potè indurre a prestar tutta la fede.

POLONIA, Polonia. Regno dell'Eu- ropa orientale, annessoall'iiupero di Rus- sia il piti grande della terra, di cui for- ma la parte più occidentale, cioè una pic- cola parte in proporzione dell'antico va- sto regno di Polonia, e trovasi situato fra il 5o° 4 e ^3° latitudine nord, e fra il 1 i o'e 2 1 "4^' longitudine est: si estende nel- la superficiedi 4>ooo leghe quadre. I con- fini sono al nord e all'est le provincie po- lacche incorporate all'impero russo, cioè la Curlandia, Saraogizia, Lituania , Po- lesia e la Volinia; al sud la Galizia e Lo- domiria provincia polacca aggiunta al- l'imperoauslriaco, insieme al territorio di Cracovia; all'ovest le Provincie polacche di Posen, della Slesia e della Prussia orien- tale, già Prussia ducale ossia de'cavalieri Teutonici (f^.)y vassalli di Polonia, riu- nite alla monarchia prussiana. L'antico regno di Polonia estendevasi dal 4^° ^^ 5o° circa latitudine nord, e dal ali 8" longitudine est del meridiano di Roma. La sua lunghezza era dÌ25,ooo leghe qua- die. Lo cingevano, al nord il Baltico, la Svezia e la Russia , all' est la piccola R.ussia e la Russia meridionale o piccola Tartaria, soggetta allora agli ottomani , al sud la Moldavia, l'Ungheria e la Tran- silvania, ed all'ovest la Boemia, la Sas- sonia eia Prussia. L'antica Polonia fu ri- nomata per le arti, per le scienze, perla gloria militare, per li progressi dell'agri- coltura e per l'ingegno de' suoi abitanti. Essa era il saldo baluardo della cristia- nità control turchie gl'invasori del nord: tristi avvenimenti ne operarono la deca- denza, ma non men prodi, comechè di- spersi, diedero in ogni tempo i polacchi sublimi esempi di valor militare. Anche le belle lettere con successo vi furono col- tivate; le odi di Casimiro Sarbiewki o Sarbievio gesuita polacco, possono essere paragonate colle migliori prodotte dalia latinità moderna. Questa già possentissi- ma nazione, sempre valorosa, non di ra-

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do fu sventurata per politiche vicende, i conquisti polacchi del secolo XV, che si estesero alla Livonia, Estonia, Moravia, Lusazia, Servia, Moldavia e Valachia non si sono mai considerati come territorio nazionale. La Polonia primitiva si divi- deva in grande e piccola Polonia, e com» prese poscia il granducato di Lituania (/^,), formandosi delle provincie che di- rò. Il nome di Polonia significa paese pia' ìio^ecì indica benissimo le vaste pianure di cui è composta la ragione, soltanto al sud si osservano alcuni deboli rami che sporgono i Carpazi, e le principali cime de'quali toccano tutto al [>iù 2,000 pie- di sopra il livello del mare: secondo al- tri il nome di Polonia qualifica la sua po« sizione favorevole alla caccia, per la co- pia di selvaggina che contiene. In polac- co si chiama Folska, in v asso Po Idia, m tedesco Polen o Polilen.

In generale la Polonia offre l'aspetto di variati campi fertili in cereali, di step- pe incolte, di ubertose praterie, di lan- de sabbioniccie, di folte selve e di paludi estese. Tutto il regno appartiene al ba- cino del mar Baltico, ed ha la sua incli- nazione generale verso il nord : fiume suo principale è la Vistola, di cui la sorgen- te scaturisce dal monte di Skalzain Mo- ravia , e dalla Galizia scorre per mezzo il paese, ed entrando nel territorio prus- siano si di vide in due braccia, uno si get- ta nel seno di mare detto Fritsche-HalT non lungi da Ronisberga, l'altro shocca nel Baltico vicino a Danzica : il suo corso è di quasi 200 leghe, e peri4o incomin- ciando da Cracovia è navigabile. Tra i molti laghi sono i più considerevoli quel-r li diDuza,d'Augustowedi Wieger; tan- to i laghi che i fiumi sono pescosi. La Por Ionia è forse la regione nella quale vede- si la massima diversità di pietre ruoto- late o ciottoli, di quasi tutte le specie di roccie primitive, di transizione e secon- darie. Il clima è generalmente tempera- to e salubre, tranne i rigori del freddo dalla parte boreale e le impure esalazio-

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ni dc'Iuoghi utniJi. Sola malattia ende- mica è la plica polacca, che dui IV se- colo suole svilupparsi ne' capelli : spesso Je epizoozie produssero di molte stragi. L'agricoltura è trascurata; le principali produzioni in grani sono il frumento e la segala o granaglia del Baltico, l'orzo e l'a- vena. Generalmente parlando produce pochi frutti e poche vili ; il legname vi abbonda, cosi il lino e la canape; sonovi pingui prati e pascoli eccellenti ; la raz- za de'cavalli già in pregio trovasi dimi- nuita; numerose sono le pecore e le ca- pre, i porci, il pollame, le vacche, i buf- fali. Tra gli animali selvatici poi abbon- dano i cinghiali, le lepri e ve ne sono an- che di bianche, i conigli, le volpi, i lupi e gli orsi. Tra i volatili vi sono in copia i tordi, piccioni ed anitre selvatiche^ i gal- li selvatici neri e grigi scuri, i cigni , le gru, le pernici, le lodole, ec. Le api for- micolano nella Polonia e danno la ma- teria per fabbricare l'idromele, bibita di quegli abitanti, oltreché somministrano al traflico miele e cera. Trovansi minie- re di carbon fossile, alcuni metalli, ferro, zinco, zolfo, pietra calcare e da fabbriche, buona terra per vasi e maioliche, sorgen- ti minerali, ec. Un tempo formavano rie* chezze inesaurabili fino dal secolo XIII le saline presso Wieliczka molto rinoma- te perchè tenute una delle meraviglie del mondo. Fioriscono le manifatture di pan- ni, di sete, di tele stampate e altre; non che diversi stabilimenti di fonderie, cri- stalli, ec; nondimeno la condizione gene- rale del paese è agricola : non ha verun punto sul mare, ma gode di libera navi- gazione ne'corsi d'acqua e ne'canali per mezzo a tutta l'antica Polonia, e per con- seguenza sino al Baltico. Varsavia , Lu- blino eKalisch sono le principali piazze di commercio; la massima parte dei ne- gozi si fa dagli ebrei, i quali hanno qua- si il generale monopolio, prendono in af- fitto i beni della nobiltà e della cittadi- nanza, appaltano le tasse pubbliche , in una parola tutto il commercio all'ingros-

POL so e al minuto trovasi nelle loro mani , per cui chiamasi la Polonia il paradiso degli ebrei. Nel voi. XXI, p. 1 1 , accen- nai la nuovaGerusalemmeche ivi avea- no edificato.

Il regno di Polonia non è che una par- te piccola del primitivo, come quello ha per capitale f^arsavia(f^.) e sino al 1 844 si divise in 8 voivodieo patatinati o pro- vincie, suddivise in 89 obvodie 0 gover- ni 0 circondari; essendo le voivodie Au- gustow, Cracovia (diversa dalla summen- tovata), Kalisch, Lublino, Masovia eoa Varsavia percapoluogo, Plocko Plosko, Sandomir, Siedlec o Podlachia : però il decreto imperiale de' 2 1 agosto 1 844 oi'- dinò una nuova circoscrizione ne'gover- ni, per cui Sandomir e Rielec formaro- no quello di Radom; Podlachia e Lubli- no quello di Lublino; Kalisch e Masovia quello di Varsavia. La popolazione del regno di Poloniadali8i6si è quasi rad- doppiata, poiché nel 1 848 si dice giunta a 4,790,061 anime. La Polonia prussiana conta circa due milioni e 400,000 abitan- ti, la Slesia circa tre milioni, la Polonia au- striaca quasi cinque milioni, senza Craco- via, che conta circa 120,000 abitanti. A. dodici milioni poi si fanno ascendere quei delle Provincie incorporate integralmen - te all'impero russo, cioè i governi diWil- na, Grodno, Minsk, Bialistok, Witepsk, Mohilow, Volinia , Podolia , Ukrania , KioviaeCurlandia.Tredellequattro par- ti della popolazione del regno professa - no il culto cattolico e sono nella mede- sima proporzione gli originari polacchi. Gli ebrei sommano a più di 460,000, vi sono circa 1 00,000 greci ruteni, 200,0 o o protestanti per lo più tedeschi, 280^000 lituani, 400,000 russi, moltissimi arme- ni e altri. Avanti la divisione del 1772 componevasi la gran Polonia al nord o- vest de' 12 palatinati di Pomerelia o pic- cola Pomerania, Mariemburgo, Culm, Posnania , Gnesna , Kalisch, Lenciczka , Si radia, Plosko, Bava, Masovia e Podla- chia. La Lituania al nord abbracciava i

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ducati di Curlandia e di Samoglzia, e gli 8 palalinali di Troki, Wilna , Polosko , "Wilepsk, Novogrodeck, Minsk, Mscislaw o Miscislavia e Polesia. Nella piccola P.o- lonia al sud erano i 9 palalinali di Sando- niir, Lublino, Chelm, Cracovia, Beicz o Belzi, Lemberg o Leopoli, Volinia, Po- dulia ed.Ukrania. Le provincie polacche incorporale all'impero russo sono la Cur- landia, Samogizìa, Liluania, Polesia e la Volinia ; quelle riunite alla monarchia prussiana o Prussia occidentale o reale sono Posen, Slesia, Pomerania e Prus- sia orientale; la Galizia fu aggiunta al- l'impero austriaco, coll'ex repubblica di Cracovia, giàsotlola protezione dell'Au- stria, della Prussia e della Russia, ed il governo civile e militare della prima. Per la pace di Vienna del i4 ottobre 1809 la città di Cracovia col territorio adiacente fu staccata dall'impero austria- co e riunita al ducato di Varsavia, ma poi in conseguenza degli avvenimenti mi- Iilarideli8i2 conquistata dai russi, l'im- peratore d'Austria Francesco I convenne colle corti di Prussia e Russia pel tratta- to del 3 maggio i8i5, che Cracovia col territorio avesse a formare per l'avveni- re una città libera , sotto la protezione delle 3 potenze, colla condizione di non concedere dimora o rifugio a nessuna sorte di fuggitivi sudditi delle 3 potenze protettrici, e di consegnarli anzi alle com- petenti autorità. Ma Cracovia non adem- piendo tali condizioni, nel l83o diven- ne focolare di maneggi ostili contro le 3 potenze, di poi nel febbraio 1 846 si fe- ce arena di atti violenti, pericolosi e ri- voluzionari ', quindi la città fu occupata dalle medesime 3 potenze e posta sotto il governo provvisorio dell'Austria. Fi- nalmente per la convenzione di Vienna de'6 novembre 1846 le 3 potenze pro- tettrici rivQcando e annullando gli ante- riori trattati , Cracovia e suo territorio ritornò in perpetuo dominio dell'Austria e incorporata al suo impero. I polac- chi discendono da una tribù slava che

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abitava sullesponde del Danubio, innan- zi di stabilirsi su quella della Vistola: la fìsica sembianza assomiglia molto i po- lacchi agli schiavoni loro antenati ed ai russi. I polacchi sono una nazione pro- de ed entusiasta della libertà: gli uomi- ni hannogeneralmente bell'aspetto, mol- to brio , carattere franco e sincero; le grazie, i vezzi e lo spirito delle donne so- no dall'universale celebrate. La nobiltà numerosa è fiera, vana e credula , non senza belle qualità e maniere dignitose: il suo abito nazionale elegante offre un miscuglio di vesti mongole, svedesi e mo- scovite. La popolazione racchiude due estremi, i nobili e agiati cittadini, e gl'in- feriori : per mancanza della civile conve- niente graduazione, gli ebrei esclusiva- mente fanno ogni traffico. Gli agiati vi- vono nelle estesissime possessioni con tut- to l'apparato della pompa feudale, cir- condati da servi e cortigiani ; sono ospi- tali per eccellenza , generosi e. benefìcT. L'ordine inferiore abbraccia i contadini o servi della gleba, che appartenevano come il terreno in piena proprietà ai lo- ro signori , ed erano al pari di quello venduti; dal 1807 cessò questa deplora- bile condizione, godendo libertà perso- nale e il diritto d'acquistar proprietà. Grossolano e modico è il loro cibo. La lingua polacca, dialetto dello slavo, come notai nel voi. XXXVlll, p. 256, none ne armoniosa, ne ricca, senza però essere ingrata malgrado al gran numero delle sue consonanti ; l'uso generale del lati- no nelle composizioni letterarie ed anche nel conversare della classe superiore, noc- que al perfezionamento dell' idioma na- zionale, il quale nondimeno produsse pere pregiate nel nostro secolo e nel pre- cedente, flanno i polacchi una facilità os- servabile per apprendere le lingue stra- niere con perfezione, parlando diversi i- diomi.

La religione cattolica romana è stala sempre dominante in Polonia, ma all'e- poca dello scisma de' G/a7(F.), pareo-

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cliie chiese di questo rilo, che erano sotto il tiomiuio polacco, ebbero laclisgrnzia di lasciaivisi trascinare; nondimeno la mag- gior parte de'poiacchi rimase nella comu- nione della s. Sede: qnesli furono chiamati greci -ruteni 'Uniti e gli altri di<i denti. Le duecomunioni vivevano in pacee si fecero anchealcuni tentativi per la loro riunio- ne. Nel secolo XVll diversi vescovi gre- ci rientrarono colle loro greggie nel seno della chiesa cattolica; riconobbero i con- cilii generalità processione dello Spirito santo dal Padre e dal Figliuolo, la supre- mazia del Papa, e gli altri articoli di fe- de della chiesa romana; quindi fu loro in generale permesso di conservare i propri lisi e riti particolari. JNel 1720 i prelati greci ruteni uniti tennero un concilio in J?-a«io^A:f (F.), che poi approvò Benedetto Xill. Sebbene la religione cattolica era quella dello stato, pei dissidenti greci si avea piena tolleranza sino al 1772, quan- do essi cominciarono a reclamare egua- glianza di diritti e di privilegi. Caterina 11 favorì gli scismatici, perseguitò i gre- ci-uniti e li sforzò ad apostatare : da quel tempo si succedettero guerre civili, ed i tristi elFetti che le seguirono sono univer- salmente conosciuti. In diverse epoche gli eresiarchi diedero frequenti assalti alla sua chiesa. Vi penetrarono dapprima i proseliti di Giovanni Hus dalla Boeiaiia, \i predicarono quindi i seguaci di Lute- ro e di Calvino le loro erronee dottrine, ed il parteggiare animò fra \ polacchi le più vive esanguinose conlese. In fine pas- sò da Siena a seminarvi Fausto Socino gli errori suoi, e nuovi germi diffuse di religiosa ecivilediscordia. Malgrado tan- ti pericoli, il maggior numero mantiene la purezza della fede, sebbene sia libero il culto ai protestanti, ai greci scismatici, ai mennoniti , ai mussulmani ed altri , oltre gli ebrei che \i dimorano. Tutti hanno le loro chiese, gli ebrei delle cap- pelle, i turchi 1 moschee. Prima del 1 778 il rito latino del regno di Polonia conta- ta 80 sedi vescovili, comprese le sutfra-

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ganee, e dicci ne aveva il rito grecoru- leno-unito. Ne'suoi parlaggi, senza i suf- fraganei gli restarono dodici vescovi e due arci vescovi, Gnesna e Leopoli. Ecco il no- verodelleattuali sedi arcivescovili e vesco- vili tanto del regno di Polonia, che della Polonia austriaca e prussiana, che hanno articoli in questo mio Dizionnria, come lo hanno quelle non più esistenti, ed i luoghi in cui furono celebrati concilii./^Mg'M.y^oav, Brest, Breslavia^ Belzi, Chelma^ CracO' via^ Cujava, G/2e.?/z^ arcivescovato, Hai- licia o Alicia, Kalisch, Kaminiech, Leo- poli o Leniberg arcivescovato di rito la- tino, altro di rito armeno, altro di rito greco ruteno unito con Hnllicia o Ali- cia, Kiovia, Kaminiech jLublino, Luceo- ria o Lu'cko, Ostrog,Pinsco, PloskOj Po- dlachia, Polosko arcivescovato di rito gre- co ruteno unito, con le sedi uni te di Or- sa^ Mscislaw o Mscislavia e FitepskojPo- , sen o Posnania, Prezmislia, Sandomu\ Samboria, Saniogizia, Sanochia, Seyna, Turovia , FFladimiria , JVladislavia , Varsavia arcivescovato, Vilna, Zitome- ritz. Tra i santi polacchi nominerò i ss. Stanislao vescovo martire, Edwige e Cu- negonda duchesse di Polonia, Casimiro principe di Polonia, G/Vzfmto domenica- no, Stanislao Koslka gesuita , Giovanni Canzio e altri. Furono polacchi i seguenti cardinali , che come i precedenti hanno biografie: Denojf] Giancasimiro, Gian- nalberto, Polonia Federico, TJpski, Mac- z/eo^V5A-/o Maciejowski, Matteo, Marti» nusio j Olynitz j Oslo , Radzieowski o Radziejowski , Dolivac arcivescovo di Gnesna (V.) ^ Rndziwil. Oltre ai quali, granc^ è il numero di polacchi che fiori- rono in santità di vita, nelle dignità ec- clesiastiche, nelle scienze, nelle arti e som- mamente nelle armi. Furono illustri nel- le scienze e nelle arti, RochanoAvski,Szy- monowicz, Skarga, Bielski, Krasicki, Na- ruszewicz, ec. ; nelle armi , Carlo Chod- xiewicz, Giovanni Sobieski, Giovanni Za- moyski, Stanislao Potocki, Stefano Czar- niecki , Taddeo Kosciuszko, ec. L' istru-

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2 ione pubblica possiede a Varsavia e in allre città celebri licei, ginnasi, seminari, scuole ed altri stabilimenti. La sola uni* tersità polacca di tutta l'antica Polonia è in Cracovia, nonessendovene ne a Var- savia, uèaWiIna,nèinPosnania.In Cra- covia sono le tombe ove riposano le ce- neri degli antichi re di Polonia, da Bo- leslao I in poi, mirabili per la loro straor- dinaria magnificenza.

Quantunque il regno sia soggetto al- l'imperatore di Russia, veniva governa- to come una separata monarchia, in virtù della caria costituzionale data da Ales- sandro ] nel novembre! 8 1 5. L'imperato- re era re di Polonia, rappresentato da un viceré, nel quale risiedeva il potere ese- cutivo. Vi era un senato composto di 3o membri, cioè io vescovi, io voivodi eie castellani nominati dal re a vita; ed una camera di rappresentanti con 77 depu- tati della nobiltà provinciale. La dieta ordinariamente avea luogoogni biennio, ed era la riunione di detti due corpi; le sessioni non duravano che una quindici- na di giorni ; non era il sovrano tenuto a convocarla se non una volta ogni due anni, dovea votare se non le misure d'interesse generale, come le imposte, e gli atti suscettivi a modificare la costitu- zione. 11 debito pubblico fu diviso in due titoli: l'antico proveniente dal re elettore di Sassonia, ed il nuovo deriva lo dal gran- ducato di Varsavia : la Prussia assunse l'estinzione del i.°e 3 decimi del 2.°, gli altri 7 decimi l'amministrazione del re- gno di Polonia. Diverse utili istituzioni governavano il regno ; se non che pegli ultimi avvenimenti del i83o-3i le isti- tuzioni subirono molte ed essenziali mo- dificazioni, secondo il volere dell'attuale imperatore Nicolò 1, manifestato nel suo statuto organico de'23 febbraio i832 e delle cui disposizioni principali ecco un brevesunto. Il regno di Polonia è incorpo- rato per sempre all' impero russo di cui forma una parte integrante. Il regno a- vrà un'amministrazione separata, un co-

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dice civile e criminale suo proprio , e le leggi e i privilegi delle città e dei comu- ni rimangono in pieno vigore. Quind' in- nanzi gl'imperatori di Russia e redi Po- lonia saranno incoronati a Mosca con un atto unico alla presenza delle deputazio- ni chiamale ad assistervi. Se ricorra il ca- so di una reggenza dell' impero, questa estende il suo potere anche al regno di Polonia. E' guarentita la libertà de'culti; la cattolica religione, siccome quella pro- fessata dalla massima parte dei sudditi polacchi, è oggetto di speciale protezione e benevolenza del governo. I fondi appar- tenenti alclerocattolico, latino che gre- co-ruteno-unito , vengono riconosciuti quali proprietà comuni ed inviolabili; co- me del pari sacro ed inviolabile viene di- chiaralo il diritto di proprietà non me- no degl'individui che delle corporazioni in genere. La libertà personale è guaren- tita. Ninno può essere arrestato se non nei casi previsti dalla legge e nelle formeda essa prescritte. La confìsca de' beni non ha luogo che nel criminale di 1.^ classe, come ne'delilti di lesa maestà. La slam- pa soggetta a restrizioni. Conservate le pubbliche imposte quali erano in prati- ca sino al novembre i83o. Le relazioni commerciali fra il regno e l'impero saran- no regolate a seconda degli scambievoli interessi. Quind' innanzi uu solo esercita per la Russia e la Polonia; l'imperatore si riserva di determinare in appresso il contingente della Polonia. Gli abitanti dei due paesi possono essere naturalizzali nel- l'uno e nell'altro. L'amministrazione su- prema riposta nel consiglio d'amministra- zione presieduto da un luogotenente del regno e composta de' direttori generali, di un controllore generale e di membri no- minati dal sovrano. 11 consiglio d'ammi- nistrazione presenta i candidali arcive- scovi e vescovi, direttori generali, ec, che possono essere presi indistintamente fra tutti i sudditi dell'impero. V'ha inoltre un consiglio di slato, le cui attribuzioni riguardano la legislazione amministrati-

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Ta. Tulle le leggi d'imporlan/a genera- le ed i conli vengono nssoggellati alla

, revisione e approvazione del consiglio di slato dell' imperatore. Tulli gli oggetti amministrativi sonolraltati in lingua po- Jiicca. E mantenuta l'antica divisione del regno e così pure le commissioni delle voi* vodié. Continuano pure le assemblee del- la nobiltà, le comunali e quelle delle voi- "vodie. Ma per le successive vicende po- litiche questi ordinamenti ebbero diver- se variazioni.

L'antico governo polacco , quando la nazione era in fiore , cosi lo descrive il gesuita p. Bartoli. La nobiltà polacca non solamente nell'essere, ma nel far da signori, è qual forse altra non ve ne ha

\ in Europa che gli si agguagli. Ella ha re, ma cui vuole: cioè non di qualunque falla gliel dia la natura per legge di suc- cessione, ma cui ella per discernimento e giudizio di elezione approva e sceglie, fra molti degni per qualità reali , il de- gnissimo. Ne so, se a maggior gloria le tor- na il fare essa il suo re , o il poterlo e$« sere ciascun d'essa. Ubbidiente poi al fat- to re, ma in un tal mezzo fra suddita e libera, che a cui si soggetta per elezione, non può essergli sottomessa per oppres- sione : così gli ha misurata l'autorità al potere, col solo parutole conveniente a vo- lere, che tutto insieme voglia e possa dare, ma da re in repubblica. Perciò v'ha sena- to e consiglio, e in esso podestà di voce a de- cretare ne'pubblici affari. Il re n'è il ca- po: nesonoilcorpoin prima i vescovi, po- chi, perciocché grandi : appresso i palati- ni, tanti in numero, quante sono lepro- \incie, o come ivi dicono palalinati, nei quali tutto il regno è parlilo : e ciascun palatino è senza pari il sovrano nel suo. Succedono i castellani, che ne sopranten- dono alle parti. E finalmente, di rincon- tro al re, due cancellieri,, padri della cor- te e amministratori del lutto ; e due ma- liscalchi. Tutti insieme questi costituisco- no r ordine senatorio : soli essi siedono una col re,e seco diffinisconogliaifari del

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pubblico reggimento ".Tre ordini caval- lereschi ed equestri sono nel regno di Po- lonia, cioè dcW Aquila bianca (F.)^ di s. Stanislao (F.), del Merito militare^ di cui parlai nel voi. XLIV, p. 243. La s. Se- de ebbe già un nunzio in Polònia che ri- siedeva a Varsavia capitale del reame, dal quale la religione ricevè sempre im- portanti servigi e specialmente nella riu- nione de'greci-ruleni. Per ultimo Leone A// mandò ad assistere all'incoronazio- ne dell' imperatore Nicolò I come re di Polonia, mg.^' Bernetti che poi creò car- dinale. Il regno avea un cardinale per protettore presso la s. Sede, ove pure ri- siedeva un ambasciatore : ambedue go- devano la nomina d'un individuo per fa- re da apostolo nella lavanda che fa il Pa- pa il giovedì santo; su di che può leg- gersi quanto dissi ne' voi. I, p. 3o6, Vili, p. 298, XLI, p. 290 j mentre di alcuni ambasciatori elevati al cardinalato par- lai nel voi. I, p. 3o8 e 3og.

In Roma i polacchi oltre la chiesa e ospizio de'monaci Ruteni (^.), hanno la chiesa e Yospedale di s. Stanislao depo- lacchi nel rione s. Angelo, nella via delle Botteghe oscure. Questa chiesa è anti- chissima,dedicata al ss. Salvatore in Pal- co o de Pensili (forse perchè fabbricata sugli archi del circo Flaminio), come no- tò Marangoni p. 1 87, Ist. di Sancta San- ctoruni, dicendola vicina a s. Caterina dei funari ed a piazza Margana, perchè ta- li due chiese egli le crede una sola. Can- cellieri nel Mercato p. 26, narra che a destra dell'ingresso dell'ospedale eravi u- na lapide di Onorio IV Papa del i285: Rectori et clerico ecclesìae s. SaU'aloris in Pensili. Dat.apuds. Sahinanivi kal. nov. pont, an. i. Nel catasto del ss. Sal- vatore sotto il 1455 si legge: Paulus fi- lius Joannis Tutii sepultus in s. Salva- toris in Pesoli. Martinelli, Roma ex eth- nicasacra^ p. 390, parla delle due chie- se di s. Salvatore in Paleo e di s. Salva- tore in Pensili, la prima in Circo Fla- minio prope s. Catharinanìj l'altra inier

POL domus Pelli lìf argani.. , forsanerit idem Clini denominalo in Palco so Ilo la par- rocchia di s. Marco. Nel giardino si ve- dono i fondamenti di una gran torre, do- ve nel i527 pel sacco di Roma si ritira- rono da 60 persone gentiluomini e si- gnore, che aveano fatta gran piovvisio- nc di poi vere per difendervisi; ma aven- do preso fuoco, la torre volò in aria con tutti gli abitanti. Considerando il cele- bra lissimo cardinal Osio ( P^.) polacco, che mentre tutte le nazioni per la visita dei luoghi santi aveano ospizi, ospedali e chiese in Roma, e mancandone la pro- pria , domandò e ottenne daGregorioXlII la chiesa di s. Salvatore ov'eravi la par- rocchia, trasferita alla propinqua chiesa di s. Lucia, colle sue rendite. Venuto a morte nel 1579 le lasciò de' beni perchè si fondasse un ospedale pei malati, un o- spizio pei pellegrini, e si restaurasse la chiesa, a cui subito si diede opera, fab- bricandosi l'ospedale e l'ospizio, e riedi- ficandosi la chiesa in miglior forma sotto l'antico titolo del ss. Salvatore edis. Sta- nislao patrono de'polacchi, onde nella fac- ciata esterna fu posta l'iscrizione: S. Sai- vatorls et Slanislai Polonorum. Art. Do- mìni i58o. Fanucci che nel 1601 pub- blicò Y Opere pie, descrivendo a p. 1 12 l'ospedale, dice che sebbene non fosse an- cora condotto a perfezione, nondimeno nella parte compita con letti, ricettava i poveri pellegrini polacchi che si recava- noinRoma, somministrandosi loro il vit- to per 3 o 4 giorni almeno; se infermi si curavano e si provvedevano del bisogne- vole. La pia opera già aiutava con limo- sine i poveri nazionali. L'Amydeno, De pietate romana p. 44) ^'^^ descrivere que- sta chiesa e ospedale riporta la lapide se- polcrale posta al cardinale in s. Maria in Trastevere,sbagliata nell'anno della mor- ie, quale esaltamente si legge con bellis- sima ode nel Moretti p. 87, De s, Cali- sto et s. M. J'm/i5//Z»enm. Il Piazza, Ope- re pie o Eusevologio trat. 2,p. 109, de- scrive questo pio stabilimento, dicendo

VOL. LIV.

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chesecondo la mente del fondatore era go- vernato da quattro nazionali amministra- tori ecclesiastici, eletti dall'annuale con- gregazione composta de'polacchi o sud- diti di Polonia che trovavansi in Roma, tenendosi la chiesa con isplendoredi cul- to : aneli 'egli sbagliò, riproducendo l'epi- taffio del cardinale, sull'anno della mor- te. Tuttora in questo luogo i pellegrini polacchi debbono avere alloggio e vitto per piti giorni, che se ammalano si riten- gono fino al ricupero della salute, essen- do governato dal rettore e dagli ammi- nistratori. Descrivono la chiesa il Venu- ti, Roma moderna p. 669, e gli altri de- scrittori delle chiese di Roma, dicendo che il cardinal protettore avea giurisdizione sulla medesima econtiguo ospedale. Notò r Artaud, Storia di Pio FIII,^. 211, che l'imperatore Alessandro I fece restaura- re l'edifìzio, e che l'imperatore Nicolò I ordinò altri abbellimenti verso il i83o, curati dalla legazione russa residente in R.oma. Il suo interno è piccolo, ma di bel- le proporzioni, con diversi ornamenti, la- pidi e monumenti sepolcrali d'illustri po- lacchi ivi tumulali. Il quadro dell'altare maggiore, rappresentante Gesù Cristo in aria, ed in basso i ss. Stanislao e Giacin- to, fu dipinto da Antiveduto Gramma» tica. Il Cristo morto e s. Edwige regina di Polonia, in uno degli altari laterali, è opera di Simone Cekovilz polacco; l'al- tro quadro incontro venne eseguilo da Taddeo Runlz : degli altri de' due altari ne un cenno Venuti. A'7 maggio vi si celebra la festa del santo titolare.

I bastami ed i peucini furono i prin- cipali popoli che negli oscuri tempi abi- tarono questa parte della Sarmazia eu- ropea. In falli sarmati si appellavano, al- lorché nelle foreste germaniche penetra- rono le legioni romane. In seguito gli sve- vi ed i goti irruppero piti volte e fissa- rono ivi la loro dimora, ma furono di- scacciati poi dagli eneti, e finalmente da- gli slavi, de'quali i moderni abitanti si ri- conoscono progenie. Osservò Assemanni,

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Coniment. in calcnd. t. 2, e. '), p. 799,, che i polncchi, i boemi, i dalmati, gl'istria ni che s'impadronirono in diversi tempi del paese, ov'essi ora abitano, sono schia- Toni di origine. Gli antichi slavi oschìa> voni erano stabiliti in certe provincie di quella parte della Scizia e Samiazia che oggid'i è conosciuta sotto il nome di gran Russia o MoscoK'ia. Questo popolo era allatto differente dagli altri sciti appellati unni, com'anco da'goti, nondimeno fu- rono alcune volte confusi cogli unni. Le- sco o Leszko o Ledi o Lecco I ne con- dusse una numerosa colonia in Polonia verso l'anno 5o i, divenne fondatore del- la nazione polacca, che lo considera come loro i.° re o sovrano, e fabbricò Gnesna circa il 55o. Zecco suo fratello fondò un* altra colonia dello stesso popolo in Boe- mia,dopoavercacciatoimarcomanniche aveano vinto i boi alcun tempo prima: questi boi erano padroni di quel paese da quasi 6 secoli addietro, e i suoi abitanti ne portano ancora il nome. La forma- zione pertanto di uno slato regolare, se- condo altri, s'incominciò in Polonia verso il 55o, mediante signori di poco esteso dominio che assunsero il titolo di duchi, e di cui Lecco I fu il i.° DelToriginedei re o duchi polacchi la storia non porge sicure certezze sino alla celebre dinastia de'Piasti, che saPi al trono nel secolo IX. Nondimeno prima di tal epoca e dopo Lec- co I si registrano nella serie cronologica de'sovranio duchi di Polonia 12 palatini, quindi interregno, e nel 600 0 700 Cra- co. Poscia Venda regina, il governo di al- tri r 2 palatini, e nel ySo e 760 Premislaf o Premislao \. Nuovo interregno, Lecco ]I neir8o4sino all'B io, in cui gli successe Lecco III, ed a questi nell'BiS Popiel o Popiello I, che nell'83o ebbe a successo- re Popiel II sino air84o. Passati due an- ni d'interregno, neir842 fiorì Piasto Pia- ste duca di Polonia: questo divenne ce- lebre perchèda semplice paesano perven- ne alla dignità ducale, e si considera co- me lo stipite della 2.^ dinastia, detta dal

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nome suo de'Piasti, tanto cara ai polac- chi, incominciando dall'elevazione sua al supremopotereglì autentici fasti della na- zione, il cui regno si chiamavaZiec/i/V7,con Gnesna per capitale. Dopo di lui regna- rono, nelI'SGi Ziemovist, neir892 Lec- co IV, nel 91!^ Ziemomislaf o Ziemomi- slao, e nel 962 Miela o Mieczilaf o Miec- lislaw o Miecislao I che si fece cristiano. Si colloca nel X secolo lo stabilimento del cristianesimo in questo regno, ma può credersi che diverse circostanze, quali so- no la guerra ed il commercio coi boemi ed i moravi stabiliti inCracovia, vi aves- sero portato alcune cognizioni della vera religione assai tempo innanzi. A quell'e- poca erano i polacchi ancora rozzi e su- perstiziosi : la pietà e Io zelo d'una don- na furono l'origine della loro conversio- ne. Nel 965Dambrowska oDubrava fi- glia di Boleslao I duca di Boemia sposa di Miecislao I, colle sue istruzioni e col suo esempio, e coi suoi preti slavi, per- suase prima lo sposo a rinunziare al pa- ganesimo e solennemente ricevere il bat- tesimo (altri dicono che con questa con- dizione lo avea sposato) coi principali si- gnori, indi ambedue si occuparono della conversione de'loro sudditi. Avendo essi con una lettera rispettosa fatto consape- vole il Papa Giovanni XIII di loro con- versione e de'progressi della religione cri- stiana in Polonia, quel Pontefice vi spe- dì per legato il cardinal Egidio (/^.), con molti ecclesiastici missionari, per regola- re e perfezionare la grand'opera. La lo- ro ignoranza della lingua del popolo a cui volevano predicare il vangelo, fu dappri- ma un impedimento al successo delle lo- ro fatiche; ma quando fu superalo tale ostacolojil pcpoloabbandonò prontamen- te lesuperstizionij distrusse gl'idoli e ab- bracciò con ardore il cattolicismo. Ne di- venne tanto zelante, ch'è costume anti- chissimo in Polonia, che tutti gli assisten- ti alla messa, durante la lettura dell'evan- gelo, traggono fuori a metà della guaina le loro spade, in segno d'essere pronti a

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difenderlo col proprio sangue. Il cardina- le vi fece immenso bene sino al 995, epo- ca di sua morte: vi ordinò vescovi, sa- cerdoti e altri ministri, e vi stabiPi due arcivescovati, Gnesnn e Cracovia che i^oì restò vescovato, e sette sedi vescovili, Brc' slavia in Slesia, Kaminìec o Calma, Pio- skoy Posnania, Cruscuis poi trasferita a Drcslavìa, ora nella diocesi di PVladislU' i'ia, Lehus o Lubasz nel marchesato di Brandeburgo, indi soppressa per l'intro- duzione del luteranismo nel 1 555, e Srao- gra nella Slesia, riunita a Breslavia nel to35. Pel zelo e per le cure de'nuovi pa- stori successivamente si convertì alla fe- de cristiana l'intiera Polonia, come ripor- tano Cromerò e Rinaldi all'anno 965, n.** () e 7, il quale osserva, che il regno di Po- lonia sino allora oscuro e poco conosciu- to, illustralo coi raggi della divina luce, cominciò a risplendere nella repul^blica cristiana. Narra il Buller, a'2 settembre, che Micislao I circa 34 anni dopo la sua conversione fece pregare Silvestro 11 Pa- pa del 999 a confermargli il titolo di re che avea assunto: il Pontefice gli accor- dò quanto domandava, e gli mandò una ricca corona rpale colla sua benedizione. Mentre gli ambasciatori di iMicislao I erano in E.oma,egli morì nel 999, dopo aver guerreggiato con gloria, fatte alcu- ne conquiste e formata la felicità della nazione. Gli successe il figlio Doleslao I, che si meritò il soprannome di cliabri 0 intrepido o grande, il quale nell'anno se- guente prese il titolo di re e fu ricono- sciuto per tale dal Papa s. Silvestro II e dall'imperatore Ottone III, questi pro- da mandolo re cristiano de'polacchi o po- loni, e protettore di tutti gli slavi, allorché lo coronò colle sue mani : di ciò non con- vengono gli storici polacchi e pretendono che la Polonia non abbia mai riconosciuta la supremazia dell'impero. Questo princi- pe vinse i moravi ed i boemi, al cui du- ca fece cavar gli occhi; sottomise la Rus- sia rossa o Lodomiria presso Riovia, re- se tributarie la Prussia e la Pomerania,

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e porlo la Polonia a quel grado di pos- sanza, nella quale poscia lungamente si mantenne. In vero, discacciò i boemi dal- la Crobazia, vasto paese ch'estendeasi fi- no al Danubio e che prese il nome di Po- Ionia -piccola j nello stesso tempo che la Lechia ed i cantoni vicini assumevano quello di grande- Polonia, e trasportò da Gnesna a Cracovia la sede del regno. Dis- gustalo s. Adalberto o Alberto vescovo di Praga de'suoi diocesani, dopo essersi fatto benedettino col fratello Gaudenzio, passò in Polonia presso Boleslao I suo a- mÌG0,e deliberò di darsi, con Gaudenzio e Benedetto suoi compagni, alla conver- sione degl'idolaìri ch'erano restati nel re- gno polacco, ed ebbe la consolazione di vederli in buon numero abbracciare il cristianesimo; poscia portando il vangelo nella Prussia e a Danzica vi patì il mar- tirio: di poi Boleslao II riscattò il corpo del santo, che si depose nell'abbazia di Tiemezno, donde fu trasferito «ella cat- tedrale di Gnesna. Boleslao I contribuì molto allo stabilimento del cristianesimo, ai progressi della civiltà, ed assoggettò le truppe polacche alla disciplina militare, volendo con tal mezzo formare della Po- lonia una nazione guerriera, e per la sua grandezza innalzarla sulle altre nazioni. Promulgò buone leggi e creò un consi- glio di 12 savi,! quali divennero i me- diatori tra il trono ed il popolo, dando origine al senato di Polonia. Nel i025 per morte di Boleslao I, gloria de'Piasti, gli successe Micislao II, che si lasciò sfug- gire le conquiste paterne sui russi, boe mi e moravi; die in feudo la Pomerania a suo genero, e pei stravizzi divenne men- tecatto; abdicò nel 1082 e morì nel io 34- Nel I o 36, profittando dell'interregno, en- trarono in Polonia i boemi ed i ruteni o russi, predando tutte le cose tanto sa- gre, quanto profane, come scrive Longi- no.Quesli citato dalRinaldi all'anno 1 089 racconta, che la chiesa di Polonia man- dò a Benedetto IX Papa una legazione, lamentandosi che Bretislao I duca di Boe-

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mia, ail istigazione tli Severo vcscoto ili Praga, avesse spoglialo le chiese tlclle re- liquie de'sanli edegli ornamenti, ed uccisi molli fedeli. Pertanto furono da llenedet* lo IX. minacciati di scomunica il duca e il vescovo se non restituivano il tolto, citan- doli a comparire in Roma a discolparsi. I loro legati non poterono negare i fatti, solo procurarono scusarli, dicendo che per di- vozione erano state prese le reliquie ed i sa* gri vasi ; quindi guadagnati con duni i car- dinali, si limitarono a promettere restila* zione del tolto. L'interregno ebbe fine nel io4i, quando salì sul trono Casimiro I, già monaco e diacono, che vinti i nemi- ci, fece rifiorire il regno e le scienze, edi- ficando molti monasteri. Già ne' voi. IV, p. 3ig, XIX, p. 241, ?>4'2j X^X, p. 122, riportai quanto riguarda questo memo* l'abile avvenimento e celebre dispensa, poiché per l'anarchia e lagrimevole con- dizione in cui trova vasi la Polonia, ribel* lata pel cattivo governo di Micislao li, i •vescovi ed i baroni del reame spedirono ambasciatori a Benedetto IX, supplican- dolo istantissimamente di dispensare Ca- simiro figlio di Micislao li dal monacato e diaconato, per accettare la dignità re* già ch'era stalo forzato rinunziare e per prendere moglie; narrando purea quali singolarissime condizioni il Papa lo con- cesse. L' annalista Rinaldi iuttociò de- scrive all'anno i o4 1 , aggiungendo all'an - no 1045 che Casimiro I sistemate le co- se del regno, mandò ambasciatori a Ro- ma col già imposto tributo del denaro di s. PietrOy dopo essersi confermata la promessa nell'assemblea generale delle Provincie, per cui lo storico polacco Lon* gino osserva, che da quel tempo il regno di Polonia divenne feudalario e tributa- rio della s. Sede e del Papa, con lustro del reame. Altrettanto conferma Grelse* ro. De munificentia principum in sedcm aposlolìcani. Dopo il richiamo, Casimiro J pubblicò un perdono generale e si me- ritò il titolo di pacìfico. Ricuperò la Ma- sovia, ed i prussiani si fecero a lui dipen-

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denti. Mori pianto da lutti qual glorioso ristoratore del regno.

Wcl io58 divenne re Boleslaolir<7/Y//7o. Travagliala la Polonia da continue irru- zioni di barbari edalleprepolenzedi un a- mico straniero, sospirava da gran tempo l'indipendenza eia pace. A caro prezzo Ca- simiro 1 aveva ricuperato la Slesia, perchè datosi alla prolezione del redi Germania Enrico III, si aveva con ciò creato un pa- drone. 11 suo primogenito Boleslao li vin- citore de'russi,de'bocmi,degliungnri, sde- gnando un regno tributario al tedesco, me- ditava redimerlo dal predominio d'Enri- co 111. Avendogli questi intimato che for- nisse 2,000 cavalli alla spedizione contro Sassonia, pensò di avere un'occasione pro- pizia a scuotere il giogo di lui: perchè nella confusione del regno germanico, lacerato da guerra ci vile,si prometteva un successo tanto migliore, in quanto che sapeva dover con ciò piacere al Papa s. Gregorio VII. Pertanto autorizzato da questi pigliò la corona reale e fu consagrato dai vesco- vi, a grave dispetto di tutta l'Alemagna. Kra use. Storia dell' Europa , l . 4, p. 8 7 , os serva, essere incerto se Boleslao II abbia preso la corona di Polonia per segreto consiglio del Papa, o col consenso del mo- narca alemanno: da quanto ne dice Lamb, anno 1077,51 può conchiudere per la pri- ma ipotesi. Se Boleslao II si acquistò non poca gloria colle sue guerresche imprese^, disonorossi con atti orrendi di tirannia e ingiustizia, per cui fu chiamato il crudele, divenendo in odio ai sudditi per le sue dissolutezze e violenze usate alle più no- bili dame senza pudore alcuno. Il vesco- vo di Cracovia s. Stanislao più volte a- vendo procurato scuotere il re dalla sua riprovevole condotta, giunse a minac- ciarlo di scomunica e poi lo privò della comunione de'fedeli,onde il re colle pro- prie mani barbaramente l'uccise agli 8 maggio 1079. Per questo orribile assas- sinio i vescovi raccolti in concilio gemet- tero. Contristato s. Gregorio VII da que- sto esecrabile delitto, esclamò essere ne-

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cessarlo un tremendo castigo. Cancellò dal novero deVegni la Polonia nuova- mente da lui eretta in reame, pronunziò Bolesiao II decaduto dal trono, sciolse dal giuramento i sudditi, baroni o vassalli; dichiarò incapaci di qualunque ufficio ec- clesiastico sino alla 4'^ generazione i di- scendenti de'complici dei re, ed ordinò a Pietro arcivescovo di Gnesna che met- tesse sotto l'interdetto tutta Polonia , se- condo Longino. Bolesiao II fuggito col fi- glio, trovò ricovero ospitale presso Ladi- slao I re d'Ungheria: ma nemmeno in quella remota contrada potè nascondersi dalla punizione della s. Sede^ che lo in- seguiva assidua e tremenda, oltre il ri- morso. Al re Ladislao I scrisse s. Grego- rio VII, che dovesse bandir dai suoi sta- ti l'uomo grondante del sangue d'un mar- tire: e Bolesiao II cacciato di terra in ter- ra, ramingò sino alla morte, che fu nel 1 08 1 ,come riferisce Yoì^tySioria di Gre- gorio FU, p. 5o4- Per tale avvenimen- to i successori di Bolesiao II non furono più re fino al 1 295 o meglio al 1 3o9,ma solo principi.

Successe nel 1081 il fratello Uladislao I detto Ermanno, che ad onta del divie- to di s. Gregorio VII, che avea proibito ai principi reali di prendere il titolo di re e di essere unti dai vescovi senza il per- messo della s. Sede, l'imperatore Enrico IV lo fece coronare e consagrare a Gne- sna. Domandò al Papa che fosse tolto Tin- terdelto al regno, e intanto ne fece ria- prire le chiese : altri dicono che egli mon- tò sul trono col favore di s. Gregorio VII. Sottomise la Pomerania ribellata, ed as- segnò al suo figlio naturale Zbigniew per appannaggio la Masovia e altri ricchi do- minii; taleprima divisione è l'epoca fune- sta in cui cominciarono gli smembramen- ti e le calamità che oppressero per due secoli la Polonia. Nel 1 1 02 gli successe il figlio Bolesiao III, e prese il solo titolo di duca nel timore di spiacere al Papa, che dopo la scomunica di Bolesiao li avea proscritto il titolo di re in Polonia. Ri-

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bellalosi il fratello naturale lo fece ucci- dere, indi volle riparare il grave fallo con austera penitenza. Sconfisse grimperiali nel 1 109 presso Breslavia, e riportò van- taggi nell'Ungheria e Pomerania. Disfat- to poi dai russi, ne morì di malinconia, dopo aver diviso tra'suoi figli il regno in quattro parli, cioè la grande e la piccola Polonia, la Masovia, e la Slesia, in cui al- lora comprendevasi la Lusazia: fu uno de'sovrani più ragguardevoli della Polo- nia. Idi lui figli, piccoli sovrani indipen- denli,quantunque il duca diCracovia pos- sedesse una superiorità nominale, prete- sero d'imitare il padre: la Polonia fu sud- divisa all'infinito, ed il governo aristocra- tico de'signori sostituito al governo asso- luto dei re. Nel 1 138 o 1 189 come pri- mogenito successe Uladislao II, cui suo padre avea conferito il titolo di re, con autorità sopra i fratelli, benché non pos- sedesse che la 4-^ parte del regno. Volen- do riunire le Provincie divise, ne spogliò due fratelli, onde i vescovi ricorsero a Pa- pa Eugenio III, che occupato nella cro- ciata non die risposta, ma poi scomuni- cò la regina Agnese, autrice de'mali che affliggevano la Polonia. I principi rifug- giti a Posen furono assediati; l'arcivesco- vo di Gnesna scomunicò Uladislao II, che battuto fuggì a Cracovia e fu deposto nel 1 147, venendo innalzato al trono il fra- tello Bolesiao IV, il quale assegnò a Ula- dislao II la Slesia^ che d'allora in poi fu perduta per la Polonia. Eugenio III spe- dì un cardinal legato per la restaurazio- ne del principe deposto, ma non venen- do esaudito scomunicò i principi e fece chiudere le chiese nel \ i49- L'impera- tore Corrado III suocero di Uladislao li, colla condizionediessere riconosciuto per supremo signore, ne prese la difesa, ma inutilmente, rifiutandolo i polacchi, resi- stenti pure all'anatema rinnovato dal car- dinal legato. Federico l imperatore ot- tenne pei di lui figli la Slesia, che d'al- lora in poi restò separata dal regno. A- vendo Bolesiao IV conquistalo una parte

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della Pomerania, la fece ammaestrare nel vangelo da s. Ottone vescovo di Bamber- ga. Nel 1 168 il suo esercito fu taglialo a pezzi dai prussiani nelle loro paludi, in- di regnò con saggia amministrazione, la- sciando al figlio Lecco oLeszko i ducati -• di Masovia e Cujavia.

Micislao III figlio di Boleslao III nel 1 173 divenne duca , indignò i polacchi col cattivo suo contegno, i quali neh 177 gli tolsero la corona che offrirono al fra- tello Casimiro II signore di Sandomir e di Dublino, ma non l'accettò chea sten- to, facendogli omaggio anche Ottone fi- glio del deposto. Casimiro II si fece ama- re per la bontà e saviezza del suo gover- no, e voleva rinunziare al fratello, se non che i grandi del regno con ardire (che già cominciava a germogliare fra essi quello spirilo d'indipendenza, che più tardi pro- dusse le disgrazie della Polonia), gli rap- presentarono che gli avrebbe rovinati tor- nandoli sotto il dominio d* un principe perverso e vendicativo. Allora Micislao III attaccò guerra, che il fratello per gio- varlo non respinse con energia; nondi- meno Casimiro II die prove di valore, fa- cendo tributario il ducato d'Hallicia 0 A- licia. Micislao III governò in qualche par- te di Polonia dali iggalisoi e morì nel I202. Intanto Casimiro II neh 180, co- me riporta Rinaldi, mandò ambasciato- ri al Papa Alessandro III colle costitu- zioni del regno perchè le confermasse. Fu- rono ricevuti nel Tuscolo e benignamen- te trattati. Alessandro III in concistoro rese molte grazie ai polacchi, perchè e- rano stati costanti nella sua ubbidienza, non riconoscendo gli antipapi insorti con- tro di lui, come aveano fatto altre vicine nazioni. Longino riprodusse la formola con cui vennero confermali i delti statu- ti. Casimiro li col nome di giusto morì neh 194, lasciando tre figli. Lecco V che gli successe, Corrado duca di Masovia, il cui ramo si estinse nel i4i6 , e Salome moglie del figlio d'Andrea re d'Ungheria. Del cardinal legato nel 1 197 spedito in

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Polonia da Celestino III, parlai nel voi. XXXVII, p. 281. Osserva llurler nella Storia d'Innocenzo HI, voi. 2,p. 1 46, che la Polonia a questo tempo era fra tulli i paesi cristiani d'Europa quello che me- no di tutti si avesse pratiche e commer- cio con Roma. Ripartito com'era in di- versi stati particolari, non avea esso al- cuna politica importanza, posto a para- gone cogli altri regni. La civiltà romana e il consorzio germanico erano, dove più, dove meno, i legami che univano l'un con l'altro quasi tutti i popoli d'Europa. Or questi due elementi non conobbero i po- poli slavi, alcuni de'quali furono solo po- sti in comunicazione con Roma per la re- ligione eie discipline ecclesiastiche avu- te dall' occidente. Però questo poco filo d'unione bastò a renderli superiori agli altri popoli della medesima razza , e la chiesa latina essendo ordinata per ogni rispetto in modo assai più acconcio che non la chiesa greca , anche più saluta- re dovea esserne l'eflficacia da lei eser- citata sulle nazioni che riconoscevano la sua legge. Boleslao III col dividere la Po- lonia fra'suoi figli avea per lungo tempo affievolito il regno e sparsivi i semi di discordie intestine, sebbene uno di essi a- ver dovesse la dignità ducale e la premi- nenza sugli altri; ma quello appunto che dovea congiungerli li disgiunse. Neh 194 Lecco V il saggio duca di Cracovia , fu pupillo preposto ai principi di Polonia , potè in tal condizione mantenersi, se non combattendo con vario successo con- trolozio Micislao III principe della Polo- nia superiore, alla morte del quale aven- do la dieta di Cracovia, per partito posto dal palatino e da suo fratello, il vescovo di detta città, voluto imporre a Lecco V certe condizioni che a lui parvero incom- portabili colla dignità sovrana, egli vol- le piuttosto rinunziarla fra le mani di Ula- dislao 111 figlio di Micislao III, che otte- nerla a danno delle sue prerogative o do- verla conquistare con 1' armi. Pur non- dimeno insorse contro di lui il suo vas-

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sallo Romano principe d* Uladimiria e (rHaiIicia,di religione greca, chiamati i russi in aiuto suo ; ma nel 1 2o5 in Za- wichost fu rotto in battaglia da Lecco

V e perde principato e vita con gran per- dita de'russi. Volendo poi Lecco V uni- re gli stati dell'ucciso a'suoi, nel 1208 ne (iece tributo alla chiesa romana e ad In- nocenzo III, dal quale gli ebbe di nuovo in feudo, e il Papa fu contentissimo di ri- cevere sotto la protezione di s. Pietro la persona e il paese di questo principe, tan- to più che la Polonia intiera teneasi per tributaria della s. Sede, come si apprende da Cromer eda Alberico citati da Hurter.

Uladislao III eletto nel i2o3 duca di Cracovia, divenuto duca di Polonia per la virtuosa moderazione del valoroso Lecco

V suo cugino, colle proprie violenze disgu- stò la nazione, per cui fu deposto nel 1 207 dai grandi, che invitarono Lecco V a Cra- covia per riprendere le redini del gover- no. Tutta volta Uladislao HI per retaggio paterno conservandola gran Polonia, ivi tutto pose in disordine per le sue ingiu- stizie, massime contro il clero e Tarci ve- scovo di Gnesna Enrico, zelante dell'o- nore di Dio e del chiericato, che voleva trarre dalle immoralità in cui misera- mente era caduto con iscandalo de' po- poli. Per le necessarie riforme e per ave- re appoggio, Enrico ricorse ad Innocen- zo 111, chegl'impose di non ordinare che degni ecclesiastici e bandir dalle chiese le indecenze e le rappresentanze teatra- li che le deturpavano. Colpiti gl'indegni chierici dalle austere disposizioni dell'ar- civescovo, ricorsero al duca già usurpa- tore de'diritti della Chiesa, che di prepo- tenza conferiva i benefizi spettanti a En- rico, a cui tolse le reliquie, i sacri arredi e il tesoro della chiesa, ne sequestrò i be- ni, lo fece custodire presso la cattedrale, carcerando vari ecclesiastici. L'arcivesco- vo fuggì e si recò in Roma a portar le sue querele a Innocenzo III, che da al- tre parti ne avea ricevute contro le cru- deltà di Uladislao 111. A questi energi-

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camente scrisse il Papa, perchè si emen- dasse dei suoi gravi falli, minacciando le censure della Chiesa. Nulla avendo con- seguito, Innocenzo Ili autorizzò 1' arci- vescovo a scomunicarlo coi suoi aderen- ti, ed invocò i sussidi de' vescovi polacchi pel loro confratello esule per difendere le ragioni comuni. Per la presenza in Ro- ma dell'arcivescovo di Gnesna, Innocen- zo III prese piena cognizione dello slato della chiesa di Polonia , onde die opera a regolare la disciplina ecclesiastica e n- muoveregli abusi, principalmente dei du- chi nell'appropriarsi l'eredità de' vescovi, e intrudersi nelle loro elezioni a danno de' capitoli: per questi e altri gravami Innocenzo III concesse all'arcivescovo la dignità di suo legato, onde procedere eoa maggiore autorità e vigore. Tornato En- rico in Polonia convocò un sinodo, ove fe- ce giurare ogni ecclesiastico che avesse concubina di cacciarla, come attesta Du- ^ìoszy Hist. polon. Inoltre Innocenzo III scomunicò il vescovo di Posen per noa lispettare i suoi ordinamenti, e prese al- tre provvidenze sui bisogni della chiesa polacca. Non cessando Uladislao III dalle sue violenze, fu nuovamente scomunica- to e deposto, laonde espulso dai suoi sta- ti, mori nell'esilio l'annoi 23 1. Già fino dal 1227 a LeccoV era successo Boleslao V il casto al trono ducale di Polonia, ma dopo essere stato sotto la protezione di Enrico duca di Slesia il barbuto^ uscì di mi nori solo nel 1 2 3 7 . Avendo sposato s. Cunegonda figlia di Belali o IV re d'Un- gheria, com'essa fece voto di castità, sicco- me timido e condiscendente. Eppure non aveva la Polonia più d'allora avuto mai bisogno d'essere governata da un princi- pe fermo ed operoso. I tartari vi penetra* rono nel 1 240 e Boleslao V fuggì presso il suocero e poi in un monastero di Mo- ravia : la nobiltà polacca si rifugiò in Un- gheria, ed il popolo si nascose dentro le foreste. Aperta ai tartari e senza difesa l'infelice Polonia, fu posta a sacco e de- solata; dialrussero Kiovia, n^anomiscro

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Sandomlria, e si ritirarono quandoli scon- fìsse Varadirairo palatino di Cracovia. Ri- tornati a combattimento, vinsero il pala- tinoj depredarono e arsero Cracovia. Ri- voltisi contro Breslavia piena di popolo e di ricchezze, alle preghiere di s. Ceslao fu liberata, avendoDio mandato una co- lonna di fuoco che costrinse i barbari al- la fuga. In questo mezzo s. Edwige du- chessa di Polonia (come vedova di En- rico il barbuto duca di Slesia, che per un tempo era stato duca della gran Polonia quando fu cacciato Uladislaolll, e mor- to santamente neli 2 38^ onde il suo pri- mogenito Enrico il pio per 3 anni fu du- ca della grande e piccola Polonia e di Sle- sia), lasciato il monastero di Trebuitz, do- ve conduceva vita religiosa, si ritirò col- le monache di cuieraabbadessa la figlia Gertrude in Liguitz, mentre il duca En- rico suo figlio con autorità apostolica a- donato un esercito di crociati con eroi- smo combatteva i nemici, vi perde la vi- ta e con essa le armi cristiane la vittoria che già piegava a loro favore. La santa avea già predetto la morte del figlio , e virtuosamente si consolò uniformandosi alla divina volontà, tutto narrando Ri- naldi all'anno ii^\. Boleslao V dispre- giato dai sudditi che avea vilmente ab- bandonati, uscì dal suo ritiro dopo par- titi i barbari, i quali nel 1260 depreda- rono di nuovo le provincie di Lublino, Sandomir e le vicinanze di Cracovia. 11 duca rientrò ne' suoi stati donde n' era ripartito, e nel 1265 sconfisse i jadzvingi altri invasori. Nel 1266 il palatino di Cra- covia vinse i rutenio russi coi tartari nu- merosissimi, per le orazioni di s. Cune- gonda ed il patrocinio de' ss. Gervasio e Prolasio, in venerazione presso i polac- chi, come scrive Rinaldi ; ma nel 1267 l'esercito di Boleslao V fu disfatto dai rus- si. Sotto Boleslao V il Papa Innocenzo IV, che canonizzò s. Stanislao, spedì due le- gati in Polonia; nel 1247 il cardinal Ca- pocci j neh 25 1 Pantaleone poi Urbano ITj mentre nel 1267 il cardiiial legalo

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Guido di Borgogna celebrò un concilio a Eresia via. Nel 1 2 7 GClementc I V canonizzò 8. Edw^ige. Compianto dal clero e disprez- zalo dai grandi e dal popolo, morì Bole- slao V nel I 2 79, dopo a ver adottato Lecco VI il nero duca di Cujavia e fattane confer- mar la scelta con una specie di elezione nazionale. Nel 1282 volendo i jadzvingi vendicarsi de' polacchi che li aveano bat- tuti, si collegarono coi lituani; ma Lecco VI duca diCracovlaedi Sandomir, col pa- trocinio di s. Michele arcangelo, ne fece strage senza perdere un soldato; indi vin- se il duca di Masovia Corrado, perdonan- do al palatino di Sandomir e agli abitan- ti la ribellione. Nel 1287 i lituani,! rute- ni, i sainogizi oppressero la Polonia, on- de Lecco VI avendo ottenuto dal Papa contro loro la crociata, questa in vece ri- volse a danno di Corrado; ma Dio lo pu- nì coir invasione de' tartari, colla peste , colla sterilità de' campi, coli' inondazio- ne e con altri flagelli. Immenso fu il ma- le recato dai tartari, segnatamente in U- ladimiria,ove predarono migliaia di don- zelle. Tuttociò in punizione pure delle u- surpazioni commesse dai principi polac- chi sulle ragioni e sui beni della Chiesa; in questo tempo Enrico duca d'Uratisla- via vessando il vescovo Tommaso, ne fu pentito e lo reintegrò del tolto.

Nel 1 289 per morte di Lecco VI inco- minciò l'interregno che durò lino al 1 295-. per le devastazioni de'tartari, tanta fu la miseria del paese , che i piccoli principi polacchi furono costretti chiamar colonie tedesche per ripopolare le loro città de- serte. Nell'interregno i dominatori di Po- Ionia ebbero il titolo di governatori. U- ladislao IV il piccolo dopo Lecco VI fu eletto capo della monarchia, ed acclama- to dal clero e dalla nobiltà del palalina- to di Cracovia, contro gli abitanti della città che aveano eletto nel 1290 Enrico duca di Breslavia, il quale colle sue trup- pe costrinse l'emulo a salvarsi vestito da religioso. Morto Enrico insorsero tre com- petitori alla corona : Uladislao IV, Von-

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ceslaoll re (lì Boemia, ePiemisIaooPrze- 4iiislao duca della gran Polonia. Il par- lilo di quest'ultimo avendo pievalso, e- gli fu consagiato e coronato a Gnesna nel 1295, e secondo alcuni prese il nome di re e si chiamò Premislao li. Neil 2^6, dopo morte violenta di esso, Uladislao 1 V fu di nuovo scelto dalla dieta del regno, ma solo assunse il titolo di sovrano del- la Polonia, domiims regni Polonìae. Nel i3oo i nobili in dispregio de'giuramen- li lo dichiararono decaduto dai suoi di- ritti, chiamando alla corona Venceslao 1 1, che fu consagralo re. Cacciato dalle sue teri'e Uladislao IV, si ricoverò in Unghe- ria e di in Roma, ben accolto da Bo- nifacio Vili. Questi altamente disappro- vò che il re boemo avesse osato prende- re la corona polacca senza consultarne la 8. Sede. Spedì un legato in Polonia, con ordine d'impiegare ogni mezzo per allon- tanare Venceslao II e reintegrare Ula- dislao IV. Il Papa scrisse al re boemo. »i Senza esserestato chiamato dal Signore, voi avete avuto la presunzione temera- ria d' andare di vostra propria autorità in Polonia, di nominarvi re^ in onta alla sede apostolica a cui appartengono, com'è noto, le Provincie della Polonia. Noi vi facciamo divieto, ec. ". Uladislao IV re- duce da Roma, entrò nel ducalo di Cra- covia. Il suo partito neli3o5si fortificò colla morte di Venceslao II: suo figlio, che assunse il titolo di re, fu assassinato men- tre marciava su Cracovia , onde Uladi- slao IV fu nuovamente riconosciuto da tutti i palalinali, ad eccezione della gran Polonia, che scelse Enrico duca di Glo- gaw nella Slesia. Questi essendo morto nel 1809, la nobiltà di quel palatioato elesse Uladislao IV che fu in tal guisa ri- conosciuto solo sovrano della Polonia. La Pomerania orientale ancora lo riconob- be, mentre i cavalieri teutoni coll'impa- dronirsi di Danzica e de'paesi situati alla destra della Vistola, furono cagione d'una guerra crudele che desolò 1 5j anni la re- gioue, sino al trattato diThorn. Siccome

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Giovanni re di Boemia formava preten- sioni sulla corona di Polonia , Uladislao IV inviòambasciatori in A vignonea Gio- vanni XXII, richiedendo che volesse ri- conoscerlo e ornarlo del titolo reale. Il re di Boemia mandò ancorai suoi perciò impedire , pretendendo appartenergli il regno : però lo negarono i polacchi , di- chiarandospettarea Uladislao IV il prin- cipato per legittima successione. In suo favore era ben disposto il Papa, ma te- meva scontentare ilcompelitoreboemo. L'arcivescovodi Gnesna primate ed i suoi sulfraganei, coi nobili del regno, ancor essi aveano ricorso alla s. Sede in que- sto aliare, perchè il regno era immedia- tamente soggetto alla chiesa romana, iu segno della quale soggezione pagava ogni anno il censo chiamato denaro di s. Pie' tro 3 come riporta Rinaldi a detto anno. Giovanni XXII scrisse ai vescovi e nobi- li polacchi. Noi non pronuncieremo o- ra sulla promozione del duca Uladislao, che voi ci avete domandata. Con ciò per altro non intendiamo di recare pregiudi- zio né ai vostri diritti , ne a quelli degli altri , lasciandovi ogni libertà d' usarne come v'aggradirà ". Laonde fu stabilita la coronazione di Uladislao IV, e la ce- remonia, che sotto i re e duchi preceden- ti si era fatta a Gnesna, seguì a Cracovia. Uladislao IV vi fuconsagratodelpariche la regina Edwige sua sposa, e scrivendo poi al Papa s'intitolò, re di Polonia per