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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI

SPECIALMENTE INTORNO

AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, Ai CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.

COMPILAZIONE

DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO

SECONDO AIUTANTE DI CAMERA

DI SUA SANTITÀ PIO IX.

VOL. LXXVIII. IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCLVI.

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La presente edizione è posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti, per quanto riguarda la proprietà letteraria, di cui l'Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni relative.

DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORI CO -ECCLESIASTICA.

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J.ORRECREMATA o TURRECRE- MATA o TORQUEMADA Giovanni, Cardina /^.Nacque in Vagliadolid inlspa- gna, e preseli cognome da una terra ap- partenente alla sua nobile casa, nella Ca- stiglia vecchia presso Palencia. Professò la regola di s. Domenico nel convento di Vagliadolid, dove fece rapidi progressi ne- gli studi, a'quali si applicò ancora in Pa- rigi con tanto fervore, che l'unico piacere che provava era nell' acquisto delle co- gnizioni scientifiche , per cui teneva per nulla le vigilie e le fatiche più gravi e diu- turne. Quindi non tardò ad essere rico- nosciuto per uno de' più famosi teologi e canonisti del suo tempo. Ottenuto il gra- do di maestro tornò in Ispagna, ed essen do zelante custode delle regole e costitu- zioni dell'ordine, fu eletto priore del con- vento di s. Paolo di Vagliadolid, poi in quello di Toledo , nel qual ministero si diportò in maniera, che eguale all'amo- re fu ii rispetto che per lui ebbero i suoi fiati. Divulgatasi anco per le remote re- gioni la fama del suo profondo sapere, non meno che delle sue virtù, Eugenio IV nel

i43i lo nominò Maestro del sagro pa- lazzo apostolico, e lo spedì per teologo al concilio di Basilea, del quale riparlai a Svizzera, dove gli fu commesso l'esame sulla controversia della Concezione Im- macolata della B. Vergine Maria (V.), ora dogma di fede pel narrato con tene- ra e divota esultanza a Teatine; e dove combattè valorosamente contro gli ussiti, esostennecon forza le ragioni della s. Se- de. Indi e colla stessa qualifica , insieme col cardinal b. Albergati, si condusse al concilio generale che il Papa avea trasfe- rito in Ferrara, donde passò a Firenze quando vi fu traslocato, ed in cui colla sua robusta eloquenza fece ammutolire Marco arcivescovo d'Efeso e fiero avver- sario della chiesa latina. Ivi tanto scrisse, ragionò e si adoperò, con pazienza ed e- nergia,e cogli esempi di condotta irrepren- sibile, che finalmente si ottenne la sospi- rata unione delle chiese latina egreca. In- caricato in seguito con V arcivescovo di Spalatro e due altri, del ministerodi nun- zio apostolico, per stabilirla pace tra 're di Francia e d'Inghilterra, trovandosi nel-

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J'Angiò ebbe la notizia, che Eugenio IV nel concilio fiorentino a' i8t)icembre 1439 l'atea creato cardinale prete, e poi gli con- ferì per titolo la chiesa di s. Sisto, donde secondo Cardella passò al vescovato d'Al- bano, ma rUghelli non ne parla neW'I- talia sacra; e poscia a quello di Palestri- naueIi455,cioèdiamministraloreecom- mendatore, il che nota Petrini nelle Me- morie di Palestrina, mentre Pio II nel 1460 Io dichiarò effettivo vescovo, e nel seguente anno il Papa onorò di sua pre- senza la città, ma ne'suoi aurei Commen- tari la dipinse troppo in istato deplora- bile, che realmente non era tale; indi Pio li trasferì il cardinale nell' altro vesco- vato suburbicario di Sabina nel r 464? al dire di Sperandio nella Sabina sagra e dell' Ughelli, e Petrini anticipa tale desti- nazione a' 1 o maggio 1 463. Inoltre Euge - ilio IV l'inviò legato ala tere al re di Fran- cia contro l'antipapa Felice Vdi Savoia, per confermarlo nell'ubbidienza e divo- zione della s. Sede, presso di cui nell'as- semblea di Bourges ne sostenne con gran vigore i diritti, e restituitosi a Roma me- ritò dal Papa il glorioso titolo di Difen- sore della fede. La fermezza di questo grand'uomo nelle materie riguardanti il dogma e la cattolica religione, fu tale, che ne per preghiere, per minacce giara mai avrebbe ceduto d' un punto, da ciò che la sua mente e il suo animo avesse creduto poter nuocere alla verità ortodos- sa. Gli fu commesso dal Papa l'esame del- le Rivelazioni di s. Brigida , delle quali dopo accurato e diligente studio diven- ne impegnatissimo difensore. Ridusse al seno della chiesa cattolica due principi e retici, assai potenti nella corte del re di Boemia. Compartì immensi benefìzi al convento e Chiesa dis. Maria sopra Mi- nerva del suo ordine de' Predicatori (V.), di cui fabbricò 1' ampio chiostro e l'ab- bellì di pitture, rappresentanti le storie del Testamento vecchio e nuovo. Edificò la volta di quella vasta chiesa, e alcune parti del convento, della cui privata libre-

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ria fu benemerito per le preziose opere da lui donate, edificando pure la ricca e ma- gnifìca cappella della ss.Annunziata, esot- to questo titolo vi fondò il sodalizio poi arciconfraternita (la quale ora nobil- mente restaurò la cappella, nella gene- rale riduzione della chiesa a gusto goti- co, che descrissi nel voi. LXXV, p. 216, ed a*25 marzoi855 in essa vi si tornò a celebrare la cappella papale per la festa della ss.Annunziata), che ha per morale, benefico e generoso istituto di contribuire con opportuni sussidiidiDotea'oiaritaggi delle povere e onoratezitelle, e alle mona- cazioni di quelle impotenti a effettuare la loro pia vocazione,e ne fa la dispensa per la festa della ss. Annunziata. Istituto che ce- lebrai in tanti luoghi,comenel voi. LVIII, p. 147: nondimeno qui mi limiterò al se- guente cenno. Dopo che il cardinale per onorare la B. Vergine istituì sotto la sua invocazione la societàdi 200 cittadini ro- mani, e ne formò le costituzioni, secondo le quali univausi in alcuni giorni nella delta chiesa, essi neh 465 stabilirono di rendersi utili al prossimo, raccogliendo le limosine per dotare povere fanciulle; in- di Gregorio XIII nel 1 58 1 eresse la pia v unione in arciconfraternita, e successiva- mente molti benefattori, fra'quali Urba- no VII> promossero con pii legati e doni l'eccellente intrapresa. Pio VII vi deputò un cardinal visitatore , e Gregorio XVI ne restituì la libera amministrazione al so- dalizio sotto la protezione del cardinal Vi- cario, e neli85o furono distribuite 632 doti per la complessiva somma di scudi 20,020. Neh 855 poi se ne distribuiro- no 679 per la somma di scudi 21,375, dalla quale però furono detratti scudi 1000, onde impiegarsi a soccorrere i po- veri orfani del cholera che afflisse Ro- ma nel i854, secondo il volere del Pa- pa. Tenacissimo il cardinal Torreere- mata delle costituzioni dell'ordine da lui professato, non volle giammai cambiare neppure la forma dell'abito, ritenendo nel cardinalato lo slesso metodo di vita, che

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avea intrapreso da fiate. Essendo stato fatto nel i455 da Calisto III peli. abba- te commendatario dell'abbazia di Subia- co (V.)t ebbe l'onore di ticevervi Pio II (il cardinale abitò pure in Subiaco, oc- cupandosi nella riforma degli statuti ab- baziali, il casamento in via della Valle, cbe appartenne a'Contestabile, cognome derivato a tal famiglia per avere alcuno esercitato la carica di contestabile in Su- biaco, ufficiale comandante di 5o solda- ti, che eleggevano 1' abbate di s. Scola- stica e 1' università di Subiaco, per im- pedire le risse eomicidii che per ispiritodi parte succedevano tra'primari sublacen- si), che avendogli conferito il vescovato di Leon, non potè prenderne possesso per la manifesta contrarietà d' Enrico IV re di Casliglia, che pertinacemente glielo im- pedì, lo che fu cagione di molestie e di- sturbi fra il re e il Papa. Da Pio II nel 1460 ebbe altresì i vescovati di Mondo- nedo e Orense nella stessa Spagna. Final- mente dopo aver scritto molte opere, che risentono della barbarie e secchezza sco- lastica di sua epoca, delle quali ci die l'e- satto catalogo rOldoino ne\\* Ateneo Ro- mano, ed i pp. Quietif ed Echard, Degli scrittori domenicani; e dopo aver man- tenuto stretta corrispondenza co' primi letterati contemporanei, comeBiondo,Pe- rotti, Campano, cardinal Bessarione e al- tri, la morte in Roma neh 468 a'26 set- tembre lo trasportò pieno di meriti, co- me ci giova sperare, alla regione de' bea- ti, in età di sopra 80 anui, e fu sepolto nella detta chiesa di s. Maria sopra Mi- nerva, col solo nome e titoli vescovile e presbiterale, scolpiti sulla lapide sepolcra- le, che riporta l'Ughelli. Nella stessa chie- sa, al destro lato della sua cappella della ss. Annunziata, si vede il bel monumen- tino col busto del cardinale in metallo as- sai naturale e ornati simili, avendolo e- relto con magnifica iscrizione il sodalizio da lui istituito e tuttora floridissimo. Da Francesco Sverzio si ha la Vita del car- dinal Tur recremata in latino , che sta

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colle Meditationes in vilam Christi del medesimo cardinale, Coloniae 1607 e An- tuerpiae 1607.

TORREGIANl Luigi Mari a, Cardino* le. Patrizio fiorentino, applicatosi in Ro- ma allo studio delle leggi, sotto Innocen- zo XIII die le prime mosse nella carrie- ra dell'ecclesiastiche prelature, ed essen- dosi fatto merito non ordinario nel cover- no di varie città dello stato pontificio, la sua prudenza e integrità ricevè il giusto compenso da Denedetto XIII, che gli as» segnò un luogo tra' ponenti di consulta. Fu quindi nel 1738 promosso da Clemen- te XII al posto di segretario dell'immu- nità, eneli743 da BeuedettoXIV a quel- lo della consulta, dove avendo dato chia- ri segni di valore e disinteresse, a'2b no- vembre 1753 lo creò cardinale diacono de' ss. Cosma e Damiano. Iuoltre lo di- chiarò protettore dell'ordine de' minori e de* riformati, del 3.° ordine degli Olive- tani e di Monte Vergine. Clemente XIII nel 1758 meritamente lo nominò suo se- gretario di stato, e lo annoverò presso- ché a tutte le congregazioni cardinalizie di Roma. Perseverò nell'importante ca- rica in tutto lo scabroso pontificato di Cle- mente XIII, dopo la cui morte avendo maggior agio di frequentare le congrega- zioni a cui era ascritto, oltre al farlo con sollecitudine e diligenza mirabile t espo- neva in esse con franca ingenuità e pre- cisione i suoi sentimenti. La sua casa era l'asilo de'bisognosi, verso i quali non me- no in vita che in morte mostrò inaisem- pre viscere di carità e di compassione. In- tervenne a' conclavi di Clemente XIII, Clemente XIV, e Pio VI, il quale gli as- segnò la carica di segretario del s. ofBzio. Una morte repentina lo trasportò in un momento dal tempo all'eternità in Roma neli777,d'8o anni. Rimase sepolto nella chiesa naziouale di s. Giovanni de'fioren- tini, nella tomba che vivente erasi costrui- ta nella cappella di s. Filippo Neri, da lui quasi del tutto rinnovata, e con ecclesia- stica magnificenza abbellita e ornata.Que-

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slo porporato fu uomo d' ingegno pene- trante e sottile, amante del giusto e del retto, iufalicabile e paziente Dell' eserci- zio delle sollecite e gravi cure annesse al i,uo ministero. Amatore della giustizia e ammiratore dell'innocenza, sebbene per- seguitata accanitamente da' potenti, co- nobbe che la lega de'filosofi increduli erasi proposta per fine d'annientare la religio- ne col distruggere prima i gesuiti, e que- sti difese vigorosamente per coscienza.

TORRE ROTONDA. Sede vescovile d'Africa nella provincia di Numidia, sotto la metropoli di Cirta, ebbe a vescovo Do- nato che nel 41 * intervenne alla confe- renza di Cartagine e segui il partito de' donatisti. Morcelli, Afr. dir. t. i.

TORRE e SPADA .Ordine militare ed equestre di Portogallo, istituito dal re Al- fonso V quando creò 27 cavalieri in me- moria del numero d'anni cheavea quan- do prese Fez ai mori di Marocco, il che verrebbe a corrispondere verso V anno 145*9. Altri però riportano la conquista di Tatigcr nel regno di Fez al 147 ', per la quale e altre fatte dal re nell'Africa fu chiamato l' Africano. In processo di tem- po decaduto l'ordine cavalleresco dal suo lustro, lo ristabilì nel dicembre 1808 il re di Portogallo Giovanni VI, quando vi- vente sua madre Maria I era reggente del- la monarchia portoghese. Imperocché a- vendo i francesi insistito che fossero chiusi agl'inglesi i porti di Portogallo, disgu- stati gli esclusi si portarono con una flotta a bloccare il porto di Lisbona, onde il reg- gente prese la determinazione di trasfe- rirsi nel Brasile colla reale famiglia, e di stabilirsi nella capitale Rio Janeiro. Ad e- ternare quindi la memoria di questo tra- ^Incamerilo singolare, e per premiare chi crasi reso benemerito nel suo servizio, vol- le ripristinare il reale ordine portoghese di Torre e Spada. Siccome seguì la corte mg.r Lorenzo Caleppi nunzio di Lisbona, e perciò ili." nunzio del Brasile e il i.° a esser ivi creato cardinale, il re per la sti- ma che ne faceva lo nominò 1 gran ero-

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ce dell'ordine, aggiungendogli il titolo ad una commenda coli' assegnamento di 4 leghe quadrate di terra nell' impero del Brasile. Il prelato savio e virtuoso , ac- cettando nobilmente la decorazione ono- rifica , nella persuazione dell' annuenza pontificia , ne ricusò ogni emolumento. Giovanni VI nel decreto regio pel rista- bilimento dell'ordine, stabilì: Che il re ne fosse sempre il gran maestro, il principe reale erede della corona gran commen- datore, e gli altri principi della famiglia reale gran croci; giacché divise 1' ordine in gran croci, in commendatori ed in ca- valieri. Aggiunse poi a quest'ordine una medaglia d'oro ,espri mente da un lato una torre,dall'altro l'epigrafe: Calore e Leni- dadc. Questo medesimo motto forma la leggenda della croce dell'ordine di Torre e Spada, mentre la sua faccia rappresenta il busto del re.

TORRE TAMALL1ENSE. Sede ve- scovile d'Africa della provincia Bizacena, sotto la metropoli d'Hadramito, e si co- noscono i seguenti vescovi. Gaudenzio tro- vossi al couciliodi Cartagine nel 348, Sa- brazio intervenne alla conferenza di Car- tagine nel 41 1 j e Penlasio sottoscrisse la lettera che il concilio Bizaceno inviò nel 64» all'imperatore Eraclio Costantino contro i monoteli ti. Morcelli, Afr.chrX. 1 .

TORRES. V. Sassari.

TORRES Pietro, Cardinale. F.Ro- driguez Pietro.

TORRES Lodovico, Cardinale. Ro- mano , ma originario di nobile famiglia spagnuola(dello stabi li mento inRoma del- la nobile famiglia e del suo palazzo feci parola nel voi. LII, p. 284: forse appar- tenne ad essa quel conclavista Ferrante, di cui riparlai nel voi. XVI, p. 1 3), dopo aver applicato allo studio di giurispru- denza nell'università diPerugia o forse nel collegio della Sapienza vecchia, ottenu- ta in Bologna la laurea di dottore, si tra- sferì in Sicilia presso lo zio Luigi arcive- scovo di Monreale, e in età di 20 anni si die con fervore ad aiutarlo nella cura pa-

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florale di quella diocesi, in qualità di vi* cario generale. Condottosi a LI orna, tu (at- to vicario di s. Lorenzo in Dainaso, cano- nico Liberiano e scrittore apostolico; riu- scì talmente segnalati! nell'ecclesiastica e- iudizioue}che dipoi fu incaricalo da Paolo

V d'ordinare il Pontifica leRotnanojnsie- me con altri dotti prelati, e di rivedere a istanza del gran cardinal Baronio, che l'a- vea in alta stima e sommo pregio. le sue. ln- nolazioitin\ Martirologio RomanoAu ta- le tempo contrasse stretta amicizia col ce- leberrimo poeta Torquato Tasso, che di- morando in Roma usava conversare con uomini dottissimi, uno de'quali era il pre- lato^ l'altro l'Antoniano fornito di squisi- ta letteratura, co'quali Tasso tratteuevasi molte ore in eruditi ragionamenti. Morto lo zio, per favore di Filippo II ottenne da Sisto V ne'primideli588ilsuo arcivesco- vato di Moureale, eoa pensione di 1 0,000 scudi a favore del cardinal Bouelli. D'or- dine di Sisto V pose fine alle controver- sie insorte tra 1' arcivescovo di Palermo e il suo capitolo. Stimalo da Clemente Vili, fu destinato visitatore generale di tutte le chiese di Roma. Paolo V in pre- mio del suo sapere e virtù, aghi 1 settem- bre 1 606 lo creò cardinale prete di s. Pan- crazio, basilica che imprese a rinnovare quasi da'fondamenti con isplendida ma- gnificenza, quantunque la morte gì' im- pedì portare a perfezione. Di più Paolo

V nel 1607 lo ascrisse alla congregazione de'rili e ad altre, e dichiarò bibliotecario di s. Chiesa, lu Monreale fondò il semi- nario, a cui donò la propria biblioteca co- piosa di scelti libri, e comparti immensi benefìzi alla sua chiesa, non meno che alla città, con arricchire la 1 .a di vasi sagri, di preziose suppellettili, di lampade di gran valore, d'un nuovo pavimento di marmo, e di due conche per l'acqua santa, per gran- dezza e vaghezza mirabili, oltre due no- bili cappelle che vi fece costruire; ed a- dornò la 2.' con vari generi di edilìzi e di bellissime fontane. Sollecito del bene de' suoi famigliari e del sollievo de' poveri,

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souiuiinistròa'primi tantoché bastasse lo- ro a menar vita comoda e agiata, e dispen- sò agli altri larghe Iimosine,oiide prov- vederne a'bisogni, laonde si meritò il glo- rioso titolo di padre de' veri. In tempo di carestia conducevasi in persona per la città, a oggetto d'informarsi delle mise- rie de'bisognosi, visitandone con singoiar/ diligenza le parrocchie. Recava sovente il ss. Viatico agl'infermi, e se il bisogno Io richiedeva lasciava loro copiosi so v venir- meli ti. Predicava il vangelo al popolo, e ne'dì festivi istruiva con somma pazienza i fanciulli ne'misteri della fede e uè' do- veri della morale cristiana. Manteneva pa- recchi vicari abilissimi, e uondimeno vi- sitava ogni anno l'arcidiocesi,avendo sul- la lingua e molto più nel cuore la gran massima intesa da pochi: Che non già a' vicari, ma sibbeue a' vescovi, posti dallo Spirito santo a reggere la Chiesa di Dio, incombe 1' obbligo della cura pastorale. Colmo di sante opere, rese lo spirito al suo Creatore inRoma nel 1 6og, d'anni 58, ed ebbe tomba nella chiesa del suo titolo sot- to rozza lapide, posta innanzi l'altare mag- giore, con semplicissima iscrizione scolpi- ta e che vivente erasi da se stesso com- posta.L'Amidenio lasciò scritto, che il car- dinale arricchì i suoi parenti, e che non vi fu uomo che quanto lui ambisse il car- dinalato, da cui Clemente Vili lo tenne sempre lontano. Queste sono calunnie ed esagerazioni viziose, di cui abboudano le biografie di quell'acre scrittore, il quale di propria autorità censurò 1 personaggi più rispettabili e degni. Il cardinale stam- pò il sinodo celebrato dallo zio in Mon- reale, scrisse le regole per le monache, la storia di sua chiesa, quella del monaste- ro di s. Maria Nuova, alcuni ragiouamenti sulla Salve Regina, e alcun' altre opere di minor conto. Il cardinal Baronio gli de- dicò il voi. XI de'suoi Annali ecclesia- sticijed Aldo Manuzio e GianoNicioE- ritreo gli scrissero parecchie lettere. La sua memoria è iu pereuue benedizione. La nobile famiglia de'suoi pareuli mar-

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diesi De Torres, è più d' un secolo che

si è stabilita nella città dell' Aquila, ove

fiorisce.

TORRES Cosimo, Cardinale. Nobile romano e oriundo spagnuolo, nipote del precedente, 01 nato di ragguardevole let- teralura, avendo dato saggio di straordi- nario talento nel riferire le cause nel tri- bunale di segnatura, dove mostrossi assai efficace ed energico, fu destinalo nunzio di Polonia, dove diporto»! con tanta sod- disfazione del re Sigismondo 111, che ri- masto pienamente appagato del suo pro- cedere, ottenne che Gregorio XV a'5 set- tembre 1622 lo creasse cardinale prete di S.Pancrazio, e protettore di Polonia pres- so la 1. Sede. Urbano Vili, al cui concla- ve intervenne, nel 1624 gli conferì il ve- scovato di Perugia, diocesi che governò con gran fama di pietà, zelo e prudenza, in cui celebrò il sinodo che poi fece stam- pare. Per nomina del re di Spagna, il Pa- pa nel i634 'o trasferì all'arcivescovato d\ Monreale, dove nel 1 638 tenne il sino- do diocesano, che parimenti fu pubblicato colla stampa nella stessa città, avendo già sino dal 1 635 incominciata la visita gene- rale dell'arcidiocesi, nella quale con gran- dissimo zelo emendò quanto eravisi in- trodotto non conforme alle leggi canoni- che ed ecclesiastiche. Attaccato da lenta idropisia, sperando di potersene liberare col beneficio dell'aria nativa, si traj>ferì in Roma; ma in breve la violenza del male lo ridusse alla tomba nel 1 642,di 58 anni come lo zio, e presso di lui fu tumulato nella titolare basilica di s. Pancrazio con illustre elogio. Meritava certamente più lunga vita, perchè all' insigne letteratura di cui era fornito, congiunse le più belle e amabili qualità. Era amico generoso, sin- cero, e insignemente officioso.

TORREZ Egidio, Cardinale.Spagnuo- lo e canonico della chiesa di Burgos, nel dicembre 12 16 Onorio IN lo creò cardi- nale diacono de'ss. Cosma e Damiano. Fu amministratore del monastero di Farfa in Sabina, e giudice ne' tribunali di Roma

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in molte cause gravi e interessanti. Elet- to dal capitolo di Toledo in arcivescovo di quella città, non potè ottenerne le bol- le da Innocenzo IV, perchè questi credè troppo utile e necessaria 1' opera sua in Roma, per valersene in servigio della chie- sa universale. Altri però con Bzovio an- nalista sono di contrario sentimento, e sostengono che fu realmente arcivescovo di Toledo, e che oltre le bolle riportò da Onorio 111 lettere commendatizie al re s. Ferdinando III, ad Alfonso X suo primo- genito e al capitolo della metropolitana. In vece Cardella co'registri Vaticani so- stiene, che in luogo dell'arcivescovo Ro- derico Zimenes, non già il Torrez, ma gli successe Giovanni cappellano pontificio e nipote del vescovodi Burgos. Pare clieO- norio III l'inviasse ad Alessandro II re di Scozia, per domandare soccorsi alla cro- ciata di Terra Santa, e tutto ottenne per quella sagra guerra . come leggo in Le- sleo, De origine Scotorum p. 23 1. Morì nel 1 254,senza sapersi in qual luogo,dopo essere intervenuto a'sagi i comizi di Gre- gorio IX, Celestino IV e Innocenzo IV, a parecchie bolle de' quali appose la so- scrizione del proprio nome.

TORRI Costanzo o Costantino, Car- dinale. V. Boccafuoco Costanzo.

TORSO Jacopo, Cardinale. V. Jaco- po da Udine, ed Udine.

TORTI VOLI, Turtibulum. Sede ve- scovile e antica città d'Italia, nella pro- vincia di Capitanata del regno di Napoli, lontana da Benevento per via di Paduli e Roseto 3o miglia, e 8 da Lucerà. Ro- vinata la città dalle vicende de'tempi, di- venne feudo rustico con comodo palazzo del duca Piguattelli di Monte Calvo. La sede vescovile già esisteva nel 1 io3 suf- fraganea della metropolitana di Beneven- to, poiché narra il Sai neìli, Memorie degli arcivescovi di Benevento .che in tale anno curn Turtibule usi Episcopo, fu mandato da Papa Pasquale II in Dalmazia, Unghe- ria e Belgrado il cardinal Agostino del ti- tolo de'ss. Quattro Jpochrisarius. Que-

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sto vescovo non fu conosciuto da Ughelli, il quale nell' Italia sacra, t. 8, p. 389: Turtìbulenses Episcopi , dice che igno- rasi il nome del suoi.0 vescovo, il quale venne postulato per la sede di Firenze dal capitolo di quella chiesa nel i 236 kal. no- vemb. al Papa Gregorio IX. Gli altri ve- scovi sono: Stefano da Ferenti no o de Fer- rentino monaco cisterciense di Fossanuo- va, eletto dall'arcivescovo di Benevento e confermato nel i 254 da Innocenzo IV; Egidio neoccupava la sede nel 1 286, e con altri vescovi confermò l'indulgenza con- cessa alla chiesa parrocchiale di s. Vin- cenzo di Tivoli; Bartolomeo nel 1 3oo; fr. Giordano deh 366 per la sua povertà fu dispensalo dalle tasse delle bolle, commu- ni subsidiojh\ Bartolomeo di Benevento domenicano nel i36y, fatto da Urbano V; Giovanni intruso come eletto neh 383 dall'antipapa Clemente V 1 1 ,che solvit so- litimi pensum ^'Bartolomeo vescovo di Le» sina nel i4°9 fu trasferito a questa chiesa dal Papa Gregorio XII. Quindi soppres- sa la dignità vescovile, la diocesi di Torti- voli fu unita al vescovato di Lucerà (F.). TORTONA (Derthonen). Città con re- sidenza vescovile, grande e antica del Pie- inonte, negli stati sardi , nella divisione d'Alessandria, da cui è distante 1 o miglia, da Voghera città vaga e piacevole quasi altrettante, e da Torino 5o, comechè si- tuata in cielo ameno tra Genova e Pia- cenza, colla quale confina Voghera. E' ca- poluogo della fertile provincia del suo no- me e del mandamento egualmente omo- nimo, presso la sponda destra dello Seri- via in pianura, ed appiè d'un'altura sul- la quale ancor veggonsi gli avanzi del ce- lebre e già munito castello di Tortona, e delle sue importanti fortificazioni. Que- sta rocca, situata iu eccellente posizione, dopo l'acquisto che ne fece il re Carlo E- mauuele 111, col paese denominato il Tor- tonese, di cui pure era capoluogo Tortona, in virtù della pace conclusa a Vienna nel 1789, fu da quel monarca resa formida- bile per le opere di difesa che vi aggiuuse;

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ma trovasi ora interamente distrutta, per aver incorsa la sorte di varie altre fortez- ze del Piemonte da quel re eziandio re- staurate o accresciute, che il trattato di pace co'francesi nel 1796 prescrisse do- versi smantellare. Poco degne d'osserva» zione tuttavia sarebbero rimaste si l'une, che le altre, per le mutazioni del sistema politico in Europa, e per l'apertura del- l'Alpi ne sarebbe stata ad ogni modo sce- mata l'importanza, se i loro avanzi non facessero ancor fede appunto delle virtù pacifiche dell' encomiato re. E' pur sede d'un tribunale dir.a istanza, e delle au- torità della provincia e del mandamento. La cattedrale è una bella chiesa sagra alla B. Vergine Assunta in cielo e sotto l'in- vocazione di s. Lorenzo martire, con fonte battesimale ch'è l'unico della città. Piife- risce l' Ughelli, Italia sacra t. 4, p. 623, Derthoncnses Episcopi. Cathedral Ec- clesiam primi UH christijìdelibus ere- xerunt) apud quam in acclivo colle re- giaspene et munificentissimas episcopa- lcsì canonicasque aedes exaedificarunty quae deinceps praeterito saeculo a re- giis ministris ann.i 554 ^n niunitissimam arcem accomodata, nec sine magno Der- thonensium moerore alibi translata ac a fundamentis constructa nova est ca- thedralis, ubi SS. corpora etc. et reli- quiis ss. Marlyrum Apolloniae, Vitalis et Agricolae solemni pompa ab episco- po Gambara translata fuere. Fra le san- te reliquie vi sono in grande venerazio- ne il corpo di s. Marciano martire, suoi vescovo e patrono della città, ed i corpi de'ss. Innocenzo e A.riberto vescovi e que- st'ultimo martire. II capitolosi compone di 3 dignità, la maggiore essendo l'arci- diacono (prima essendo di 5, cioè l'arci- diacono, il preposto, il primicero, l'arci- prete e il decano, con altri 1 7 canonici, secondo 1' Ughelli), di 16 canonici com- prese le prebende teologale e penitenzia- ria , e di altri preti e chierici addetti al servizio divino. Il palazzo vescovile, buo- no e decoroso edifìcio, è alquanto distante

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dalla cattedrale. Fra le altre chiese, sono parrocchiali seuza batlislerio quelle di s. Maria de'Canali, di s. Giacomo, di s. Mat- teo, di s. Michele, la i.a già insigne col- legiata cou preposto e canonici. Vi sono un monastero di religiose, ed i cappucci- ni, alcuni sodalizi, fra'quali inerita men- zione quello dell'oratorio della B. Vergi- ne Annunziata per le pie e generose ope- re che esercita, due ospedali, il monte di pietà, l'ainpioseminario cogli alunni, il col- legio regio,e vari altri stabilimenti istrutti- vi e benefici. Tortona fu patria di molti uomini illustri per santità di vita, dignità ecclesiastiche e per la scienza. Mi limiterò a ricordare i cardinali Enrico Rampino, Gio. Paolo Chiesa, Carlo Alberto Caval- chi/ii, che poco mancò ad essere eletto Pa- pa, e Francesco Guidobono Cavalchila. Di Bosco poi diocesi di Tortona, furono il glorioso Papa s. Pio V, ed il suo nipo- te cardinal Michele Bonetti, a cui Filippo 11 die la stessa terra di Bosco con titolo di marchesato. La città conta più di i o,5oo abitanti; possiede de'palazzi e delle belle case, ha manifattura di seterie, per la gran copia di sete che produce, e fabbriche di preziose slolIe.Abbonda di granaglie,legu- mi, riso, vino, bestiame, e funghi che iu notabile quantità manda a Genova. Tra Tortona e Voghera si passa il fiume Ca- lorie, e l'occhio si spazia iu bella campa- gna sparsa d'inuuinerabili alberi di tuo rocelsi, e negli amenissimi luoghi de'din- torni. Tortoua , Derthona , Darthana, Terdonam e Torlonum nella Liguria, ce- lebrala dagli scrittori antichi, si vuole e- dilìeata da'liguri, o secondo altri da'galli penetrali in Italia sottoBrenuo,che la chia- marono Antilia e poi Terdonatab eventi- bus tribus,quimortalium videntur rape- re adi ni ratio ne ni, vomii riporta l' Ughelli. .Varrai/ 1 cniiii primu/n praedurum sa- xuni uber rimani exsudasse oleum j se- minio in s. Joannis Baptistae pervigi- Ho te imeni alioq itili scaturiginem liber- tini.-, lagnasse aquisj tertio nobiles quos- que Dcrtlioncnses propinqui fati fuisse

TOR solitos admoneri eum a sefractus panis maduisset cruore: quae quis non v ideai fabulosa esse, dignaque anilibus coro- iiulis? Al tempo de' romani divenne co- lonia e fu commerciantissima, chiamata Coloniam Juliam Derlhoiiam. Soggiac- que successivamente a'goti ed a'iongobar- di, i quali tolsero alla chiesa romana il p i- trimonio che vi possedeva colle Alpi Co- ziej le quali con Tortona e le altre città che comprendevano, restituì a Papa Gio- vanni VII nel 707 A liberto II re de' lon- gobardi. Nel 773 distrutto il regno lon- gobardico, Tortona divenne dominio de- gl'imperatori franchi e germanici, facen- do parte dello stato di Milano più tardi. Mentre in Pavia trovavausi nell'877 Pa- pa Giovanni Vili, e l'imperatore Carlo II il Calvo, il nipote di questi Carlomanno scese dall'Alpi con un esercito per com- battere lo zio. Sbigottito per tale notizia l'imperatore si fuggì con Giovanni Vili a Tortona, nella qual città non tosto l'im- peratrice Puchilda ebbe dalle mani del Pa- pa l'imperiale cousagrazione,che essa pre- se col tesoro che seco avea la fuga per Mo- riaua. Si trattenne nondimeno alquanto col Papa 1' imperatore in Tortona ; ma quando inlese ravvicinamento di Carlo- manno precipitò frettoloso in Savoia, e il Papa immediatamente tornò a Rom a. Per quanto dirò a Toscanella, sembra che V imperatore si fermasse in Pont-Yon, dove il pontiGcio legato Giovanni vesco- vo Tosca uiese gli presentò l' impera tri - ce. Indi Tortoua si eresse in repubbli- ca, e come le altre città italiane si go- vernò colle proprie leggi. Eletto in Clu- tiy Papa Calisto II, uel recarsi a Roma si fermò in Tortona, al modo narrato da Ughelli. Neh 1 55 l'imperatore Fede- rico I per compiacere Pavia, e in odio del vescovo di Tortona fedele a Papa Ales- sandro III, prese Tortona, l'arse e abbat- tè da'fondamenti, come poi dirò. Indi i milanesi la riedificarono, si formò poscia come le altre città italiane iu repubblica, e ne fu conte il proprio vescovo, e poi fo-

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ce parte del ducato di Milano, e alle va- rie sue molteplici vicende andò soggetta. Neh 538 recandosi Paolo IH a Nizza per pacificare Carlo V con Francesco I, pare chea'3 maggio si recasse da Piacenza aTor- tona. Neh 734 s'impadronì della città il marchese di Maillebois, che poi il duca di Modena gli ritolse alla testa degli austria- ci, dopoché era stata riunita Tortona ai domimi dell'augusta casa di Savoia , per quanto già notai. Pio VI nell'essere con- dotto alla sua penosa deportazione a Va- lenza di Francia, l'onorò di sua presenza nel 1 799, quando già i francesi che lo te- nevano prigione se n'erano impadroniti nel 1 796, e avendo fatta saltare in aria la ricordata fortezza. Dopo avere il Papa pernottato a' 18 aprile in Voghera , nel palazzo de'conti Dattili, s'incamminò per Tortona, incontrato divotamente in folla da'torlonesi, alcuni de' quali però vi ac- corsero per curiosità o per ischerno, co- me narra con particolari dettagli il Bal- dassari del seguito pontifìcio, e descritto- re del viaggio, Relazione de' patimenti di Pio VI. Il vescovo mg.r Fassati accolse con venerazione nell'episcopio il veneran- do Pio VI, a cui prodigò le più delicate cure: diversi del corteggio furono corte- semente e lautamente ospitati dalla rag- guardevole famiglia Ratti. 11 Papa con- cesse diverse facoltà straordinarie al ve- scovo, secondo i bisogni della diocesi, e ricevè benignamente al bacio del piede diversi tortonesi che lo bramarono, es- sendo nella massima parte sinceramente affezionati alla religione e ossequiosi al su- premo capo della Chiesa. Per l'inflessibi- le e riprovevole durezza dello spietato co- mandante di piazza, ad onta che la Seri via per le pioggie si fosse gonfiata, convenne al Papa nel suo stato infermiccio e lagri- mevole partire nelle ore pomeridiane del 20, e guadalo il fiume e la Bormida tro- vossi a riceverlo mg.1 Mossi vescovo d'A- lessandria,per la qual città si diresse.! buo- ni tortonesi che tanto eransi premurosa- mente adoprati perchè il Papa in Torto-

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na vi restasse nella seguente notte , con pubbliche dimostrazioni segnalarono la loro divozione al vicario di Cristo, e mol- ti l'accompagnarono a piedi sino alle ripe della Scrivia. Poco dopo gli austro-russi tolsero a'fraucesi Tortona e il Piemonte, ma in conseguenza della strepitosa vitto- ria riportata a Marengo, l'una e l'altro to- sto tornarono nel dominio di Francia, e sotto l'impero Tortona fece parte del di- partimento di Marengo, finché neli8i4 divenne nuovamente soggetta alla monar- chia sarda.

La sede vescovile è una delle più. anti- che degli stati sardi di Terraferma, poi- ché ne'primordii della Chiesa ricevè il sa- lutare lume della fede. Neil' anno 73 di nostra era, s. Marciano o Marziano I, di- scepolo di S.Barnaba, ne fu eletto peri.0 vescovo, e governò la chiesa /\.5 anni san- tamente,decapitato a'6 marzo circa il 1 20 regnando l'imperatore Adriano, sebbene il Martirologio romano riferisca aver pa- tito glorioso martirio sotto Traiano, ma esso era morto nel 1 1 7. Il suo corpo ven- ne deposto da s. Secondo d'Asti in un'ur- na di terra cotta, e sepolto con l'iscrizio- ne: Hic rea uiescit corpus Mar tiani, epi- scopi et mar ty ri 's. Il martirio essendo sta- to ordinato da Saprazio Pelleta prefetto romano in Asti, egli fece poi altresì deca- pitare s. Secondo. Gli successe s. Àriber- to ordinato verso il 128, e dopo i5 anni colla corona del martirio riposò nel Signo- re a'5 maggio. Il can. Bima nella Serie cronologica de' vescovi di Tortona, an- ticipa l'elezione di s. A liberto al 1 20. Que- gli inoltre afferma che neli52 gli succes- se s. Ammonio , che I' Ughelli vuole nel 161, e dopo io anni morì a' io gennaio. Indi circa il 175 s. Terenziano, martiriz- zato nel 186, e la sua festa celebrasi il i.° settembre. Nel 187 s. Costanzo o Co- stantino, che dopo 5o anni di vescovato ottenne la palma del martirio. Nel 240 o 246 s. Lorenzo, anch'esso martire dopo 2D anni. Nel 272 s. Anastasio che passa- li nella sede 5 anni, patì il martirio. Nel

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277 s. Marcellino martirizzato nel 291 0 nel 294* In questo gli fu surrogato il suo diacono s. Giuliano, che dovè soccombe- re a penoso martirio per non aver voluto offrire l'incenso agl'idoli, dopo 6 mesi o nel 3oo circa, fuori porta Pavia: fu sepol- to di notte da Quinzio presso il fiume Ge- lubio, creduto l'odierno Scrivia. Verso il 3 1 o o il 3 i 5 s. Meliodoro levita, ordina- to da s. Materno vescovo di Milano, del- la quale metropolitana divenne suffraga- lieo il vescovo di Tortona. Nel 3 18 s. ln- nocenzio figlio di Quinzio tortonese e di nobilissima madre, consagrato da Papa s. Silvestro I a'24 settembre d'anni 33: se- condo i Bollandisti non sarebbe parti lo per la sua diocesi prima del 326, perchè a- vrebbe da Roma date le disposizioni acciò fossero riparati i disordini cagionati dai presidenti gentili, ad onta chel'imperalo- re Costantino Iavea concesso il libero cul- to a'cristiani; ed osserva il can. Bima, che forse per questo l'Ughelli lo registra nel 326, Egli fece eseguire gli ordini pon- tifìcii e imperiali, obbligando colla pena d'esilio tanto i gentili che gli ebrei ad ab- bracciare la fede cattolica: distrusse i tem- pli di Giove e di Ercole, e la sinagoga con- vertì in chiesa di s. Stefano, fondò un mo- nastero di sagre vergini, ricuperò i beni di sua chiesa, e fece costruire la primiti- va cattedrale ei2 chiese minori in onore de' 12 Apostoli. Trovò il corpo di s. Mar- ciano coll'anipolla e la sponga del vivido suo sangue, e con solenne pompa lo de- pose nella chiesa edificata in onore del suo nome e consagrata a'20 ottobre. Gli atti dell'invenzione del corpo di s. Marciano li riprodusse l'Ughelli. Morì s. Innocenzo trionfante de'suoi nemici e calunniatori ai 17 aprile 34^, glorificato da Dio con mol- ti miracoli. Nel 343 Giovanni I, qualifi- cato per santo dal Massa e dal Galizia, e sedè 2 anni. Nel 364 o nel 3y4, e secon- do il Coleli nel 38r,s. Esuperanzio oSu- peranzio già canonico di Vercelli e disce- polo di s. Eusebio, che nel 38 i assistè al concilio d'Àquileia contro Palladio, co'ss,

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Ambrogio di Milano e Massimo di Tori- no, i quali ne scrissero le lodi, negli alti del concilio leggendosi questo suo voto. Pallàctiumfqui sec.tam Ariiì vel efus do- ctrinam damnare nòluit, ut caeteri con* sortes mei damnavere et ego condenti lo: Exmpcranlius episc. Derton. Ma se l'U- ghelli dice che governò anni, non pa- re giusta la data del suo annotatore. Nel 4o4 o nel 4*5 s. Marziano II, e sedè i5 anni. Nel 4^1 s> Quinto o Quintino o Quinziano, intervenne al concilio di Mila- no del 4^2. Nel 472 s. Marcello. Nel 4<S£ s. Albino non conosciuto da Ughelli. Nel 498 s. Albonio o Saturnino, fu al sinodo romano del 4g9, e governò con prudenza sino al 568, in cui gli successe Giovanni li, dal cari. Bima registrato al 557. Nel 579 o 58o Sisto santissimo e probo. Nel 602 o ne! 614 Procolo Peno visse 47 an- ni nel vescovato, che avendo recato mo- lestie al monastero di Bobbio , Papa O- norio I lo prese sotto la sua protezione. Malliodoro si sottoscrisse nel 649 al con- cilio di Laterano, mininius cpiscopusDer- tonensis. Nel 660 Beato, cui successe nel 662 Lorenzo intervenuto al sinodo di Mi- lano dell'arcivescovo Mansueto. Nel 679 Àudacio fu al concilio di Roma, e dopo di lui sederono nel 70 t Ottavio, nel 7 1 1 Be- nedetto, nel 727 Tondero di santa vita, nel 744 Giacomo, nel 753 Giuseppe, nel 765 Fla viario, nel 786 Girolamo, nel 793 Desiderio, nel 799 Roberto, uell'8o8 Va- lerio, nell'828 Giovanni III, nell'838 Rof- fredo, nelP848o858 Teodolfo, che nel- F876 fu al concilio di Pavia, ove Papa Gio- vanni Vili fece confermare l'elezione di Carlo il Calvo, ed a quello di Ravenua. Nell'878 Giovanni IV, nell'890 Gerar- do, nell' 898 lldegtno, nel 90 1 Garebal- do. nel9i3 Benedetto II, nel 926 Andrea Rada nobile piacentino, di cui V Ughelli pubblicò il testamento, monumento di sua divozione verso la B. Vergine. Nel 940 Giovanni V, nel g43 Geriprando o leri- prando,che intervenne nel 9)2 al concilio d' Augusta, e sottoscrisse diversi atti. Nel

TOR 984 Eriberto, nel 987 o 997 Litifredo, nel 1 oo4 Agirio che fu alla dieta di Ron- caglia con l'arcivescovo di Milano per Te- lezione del re d'Italia. Pietro I del io 1 4 intervenne al sinodo di Pavia neh 046, e \isse chiaro per virtù sino al 1 07 7. In que- sto Oddone, nel t 084 Vido o Vidone, nel I io5Laaibat*do e fu al sinodo di Milano, nel 1 1 1 1 Pietro II, ma consagrato neh 120 dall'arcivescovo di Milano Giordano nel- la chiesa di s. Marziano, in occasione che Papa Calisto II fu nella città. Il vescovo tenendo un legno in mano, investi i con- soli di Tortona del Monte Àrimannoe del castello, riservandosi alcune facoltà; e qui dirò con l'Ughein, che il vescovo di Tor- tona: IlabetduoOppida, Salcunum,Ca- stellettum alterimi prò medie tate tpro al- tera EcclesiisPapiensi}ac Januensi sub- jccta. Episcopus Comes Derlhonae sub- scrìbiturj in vigiliti Oppida, ac Villas liberam habuit, et absolutam jurisdi- ctionem cimi mero et mixto imperio} ac omnimoda gladii potestate. In cujusju- risdictionis argumentum hactenusex ve tustissima consuetudine, denunatum en- sem a latere deferre jubet. Pietro II in pena della poco onorevole sua condotta fu privato della dignitàepiscopale nel con- cilio di Pisa da Innocenzo 1 1. Nel 1 1 34 Gu- glielmo, neh 1 53 Oberto I preposito dei canonici regolari di Mortara,acui Papa Adriano IV con amplissimodiploma con- fermò i beni di sua chiesa, prendendola sotto la protezione di s. Pietro , enume- rando nel diploma le singole possessioni, come si può vedere nell'Ughelli. Oberto I nel 1 1 58 fu alla dieta di Roncaglia, e per mostrarsi fedele al Papa Alessandro 111 incorse V indegnazione del suo fiero nemico l'imperatore Federico I,onde vi- de co'suoi occhi l'estremo eccidio di Tor- tona, cosi narrato dalla Chronicidavipov- tata da Ughelli. Ann. 1 1 55xri hai. mar- iti,prima e t secundaferia in tran tis Qua dragesimae Terdonensis civitas, et sub- iti bium, obsessa est ab imperatore Fri- dcrìcoì et eatlcm civitas capta fui t xiv

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hai. maji, cu/usa. ad fundamcntum ne- quitta vicinorum fiat desolata, et in l il. maji per Mcdiolancnses est medi ficaia, et miserunt Epistola cwn tribus donis, scilicet tubae aeneae ad convocandum populum, vexillo albo cimi Cruce rubca, in quo edam erat Sol significata lìledio- lanum, et Luna significans Terdonam; miserunt edam sigillum ad sigillandum UtteraS) in quo erant sculptae duae civi- tate s^ Mediolanum vide lice t, et Ter do- na: quoniam sicut Sol et Luna sunt lu- minaria hujus mundi\ sic Mediolanum, et Terdona sunt totius luminaria regni. Profugit deinde Obertus episcopus ad Alexandrum III iram Friderici 1, et Victoris V antipapae declinans, a quo plura retulit privilegiorum ornamenta anno 1 1 6 1 sicut antea ab AdrianoIV re- tulerat. Oberto I pieno di meriti, inter- venne neh 1 79 al concilio generale di La- tetano III. Gli successe neh 1 83 Ugone, che foedus iniit, et concordiam cumeon- sulibus Dertlionensibus prò jugaticis a- liisque ' juribus sui Episcopatus, il cui at- to riprodusse Ughelli, fatto nel palazzo vescovile, in cui Ugone è chiamato Epi- scopum et Comitem Derthonensem, e fu sottoscritto l'atto al suono delle campa- ne. Questo vescovo fu caro a Federico I, il quale confermò tutti i privilegi conces- si alla chiesa di Tortona dagl'imperatori suoi predecessori. Neh 186 il vescovoGan- dolfo, eletto da Papa Lucio III, ottenne la conferma delle prerogative e privilegi goduti dalla sua chiesa. Neh 196 gli suc- cesse il vescovo Ottone , al quale scrisse Innocenzo III, quibus Mi potestà tem fa- ciebat religiosos viros suae diocesis coni- pellendi ad observantiam regularem. Anno 1 1 97 Commune prò una parte Ci- vita tis, prò alia parte marchionem Al- lertum Malaspinam, ejusdem nepotem investivisse Othonem. Neh 202 Opizzo- ne, che concesse privilegiai monastero di s. Maria de Peroalio; neh 220 Pietro III Buselto di Torlo, rinunziò nel 1 235 la se- de a favore del nipote e concittadiuo Mei-

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chiorre Busetto, già preposto della catte- drale e fu vittima sventurata del furore di Guglielmo VII il Grande, potentissi- mo marchese di Monferrato, che lo fece uccidere dalle sue truppe nel pomerio del- l'espugnata città, restandovi insepolto mi- seramente. Pertanto narrano il Rinaldi negli Annali ecclesiastici e l'UghelIi, che avendo Guglielmo VII neh 284 con gran- de impeto assediata e presa Tortona , i suoi soldati vi presero il vescovo e lo mi- sero in prigione, ove corso il marchese di Monferrato gli fece levare i ceppi; e per- chè alcuni parenti di lui tenevano certa rocca ben guernita alla difesa, vi fu man dato il vescovo Melchiorre accompagnato da più masnadieri, acciocché gl'induces- se a dare la fortezza; e mentre sopra di ciò si parlamentava, fu ucciso il vescovo con 3 altri. Udito l'atroce eccesso, il mar- chese mostrò di sentirne molto dolore, e fece fare al cadavere grandissime e bellis- sime esequie. Poco dopo il nuovo Papa Onorio IV indignato per l'assassinio e per la gravissima olfesa fatta alla libertà ec- clesiastia, commise con sua lettera all'ar- civescovo di Conza , ed al domenicano e provinciale dell' ordine in Lombardia e Dell'Insubri*, di prendere severa cogni- zione del crudele e sacrilego avvenimen- to. Ordinatosi quindi al marchese di com- parire innanzi alla s. Seóe per giustificar- si, allegò più. scuse, fra le quali , che se fosse partito dal Monferrato, il suo stalo soggiacerebbe a molti evidenti pericoli; il suo figlio non aver che 7 anni, il conte di Savoia essere suo nemico , i genovesi non permettergli d'entrare inGenova;non esser sicuro viaggiare per mare su legno genovese, per gli odii de'pisani, non poter venire sopra una nave raonese, ed esser- gli chiusi tutti i passi. Le quali cose udi- te il Papa, richiedendo per una parte l'e- normità dell'eccesso rigore, e per l'altra se valevano le scuse, l'equità esigeva che la clemenza temperasse I' asprezza del- la giustizia. Ordinò quindi all'arcivesco- vo e al provinciale, che se il marchese do-

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mandasse d'essere assolto, ne potesse pre- sentarsi al Papa, poiché avea giurato di stare a'suoi comandi e dato sicurtà d'ub- bidire perfettamente, gl'ingiungessero che andasse pubblicamente a piedi nudi, dal luogo nel quale fu preso il vescovo fino al- la chiesa di Tortona, e dalle porte di Ver- celli e di due altre città, cioè Ivrea e Alba, fino alle chiese cattedrali di quelle a pie- di, non portando veste veruna sopra la to- naca e senza niente in testa. Che se tut- tociò non faceva il marchese, con autori- tà apostolica Io privassero insieme alla sua posterità d'ogni padronato, feudo e enfi- teusi, ed altra cosa che teneva dalla chie- sa di Tortona, alla quale il tutto ritor- nasse liberamente; che la posterità sua non potesse sino a 4 generazioni ottenere benefizio alcuno da quella chiesa; che il marchese restituisse le castella e poderi, e le terre ad essa appartenenti: che dopo e- seguite le cose imposte,assol vesserò il mar- chese secondo la consueta forma della Chiesa, comandandogli che facesse un al- tare alla detta chiesa e Io dotasse di an- nue i5 libbre di Genova pel mantenimen- to di due preti che ivi di continuo dimo- rassero ; che dovesse finalmente passare oltremare per la crociata, o andare in pel- legrinaggio a visitare il santuario di s. Gia- como di Compostella,ed inoltre gl'ingiun- gessero digiuni, orazioni e altre opere pie, secondo la qualità dell'eccesso e avessero slimato bene per l'anima sua. Ancora vol- le Onorio IV, che dopo l'assoluzione gli comandassero da sua parte.che allorquan- do cessassero le scuse dal marchese addotte per sicuramente poter venire a Roma, si presentasse fra un anno avanti la s. Sede per udire e adempiere efficacemente ciò che gli fosse ordinato. Notai a Monfer- EATo,chedipoiGuglielmo VII morì in una gabbia di ferro! Quindi Onorio IV elesse in vescovo Giacomo II Calcinano di Tor- tona degli umiliati, dottore esimio ne'sa- gri canouijcheil can.Bima ritarda al 1 288, il quale egregiamente governò sino al 1 3oo. In tale anno gli successe Pietro IV

TOR Tasio di Pavia , che introdusse i dome- nicani in Tortona; nel i 3og il torlonese Manfredo Calcinano; nel i 3 i 3 Tiberio Tornano nobilissimo di Milano e cano- nico della metropolitana, poi traslato a Brescia; da dove Giovanni XXII nel 1 323 trasferì a Tortona Princivalle Fieschi no- bilissimo genovese, col quale il senato di Tortona per molli anni fu in gravi dis- sidi, occasione jugatici (ut vocant:/octf- lia, cose preziose, come gioie e altri or- namenti, ma nel nostro caso piuttosto do- nativi, regalie, censi tributari) quod ho- mi nvs Eni scopa lui olmo jcii cidem sella- tili a temporibus Vgonis episcopi solve- hant. Le quali deplorabili contestazioni furono terminate nel palazzo del comu- ne in Porta dorata nel i 347, Per 'atto di concordia e transazione concluso tra Raf- faele Fiesco conte di Lavagna e procura- tore del vescovo e conte di Tortona suo parente, e Giovanni Ferracavallo sinda- co della città, e riportato da Ughelli. Cle- mente VI nel i348 elesse Giacomo Vi- sconti nobile di Milano e canonico della metropolitana. Nel 1 363 d'Albenga vi tu traslato Giovanni VI de'marchesi Ceva, che nel 1 386 a mezzo del suo vicario nel castello di Surla di questo fece investir- ne Gio. Galeazzo Visconti signore di Mi- lano, con mero e misto impero, ed ogni giurisdizione, qual feudo libero, nobile e antico, e il Visconti fece al vescovo il giuramento di fedeltà. Nel documen- to d' infeudazione, riportato da Ughelli coti quello della ratifica fatta dal vescovo In s. Giorgio di Tortona, il vescovo s'in- titola: Dei grafia Episcopus Derthonen- sis et Comes in temporalihus generalis. Ma poi il Visconti espulse da Tortona Gio- vanni VI, che morì esule nel i3c)2. Nel 1 3g3 gli successe Antonio, che morto nel i 394,in questo Papa Bonifacio IX gli sur- rogò Pietro V De Giorgi pavese, che fu nel 1 4og al sinodo di Pisa, Derthonae do* minio Philippo Marine VicecomitiMe' diolani duci procuravit deferendum, e nel 1 4 f 3 passò alla sede di Novara. Papa

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Giovanni XXIII nello stesso anno elesse vescovo della patria Enrico Rampino no- bile toi tonese, che con atto presso P ri- ghelli neli4>4 confermò al duca di Mi- lano Filippo M.a Visconti l' investitura del feudo del castello di Surla detto il Ve- scovato e parte de'domiuii temporali del- la chiesa di Tortona, della quale il ve- scovo s' intitolava pure conte, colle sue pertinenze e regalie qual feudo libero ; nel i437 fu trafilalo a Pavia e poi a Mi- lano e creato cardinale. Nel 1437 da Co- mo vi fu trasferito Giovanni VII Barba- vara milanese, legato del duca di Mila- no a Papa Eugenio IV. Nel 1 /\.5i Fabri- zio I Maritano nobile milanese, che vis- suto un anno, Eugenio IV neh 453 no- minò il suo cubiculario Bartolomeo Ca- stiglione nobilissimo milanese d' esimia virtù, morto neh 4-55. In questo gli suc- cesse Giovanni Vili Marino; nel 1462 Michele Marnano nobile milanese, am- ministratore di Nocera e Foligno, e tras- lato a Piacenza. Nel i^j6 Fabrizio II Mai liano parente del precedente, e in sua morte nell'anno stesso gli successe a Pia- cenza con dispiacere de' tortonesi. Nel 1477 Giacomo IV Botta nobile pavese; neh496 Giovanni IX Zazio di Pavia, al quale Massimiliano Sforza duca di Mila- no, con diploma presso l'Ughelli, confer- mò i privilegi e le giurisdizioni del vesco- vato. Nel i5a8 Uberto Gambara bre- sciano, di somma estimazione, celebre nunzio apostolico, prolegato, di Bologna e chierico di camera,e cardinale nel i548, per cui rinunziò la sede al nipote Cesare Gambara, il quale colla sua prudenza e- gregiarnente governò il Piceno,enel 1 584 edifìcòil palazzo vescovil(j,leggendosi nel- l'iscrizione che vi pose: Antiqua Episco- porum sed olim in summo colle sita et Caroli V imp. jussu Arci construendae destr ucta, atquc a Philippo II re ae- re propterea penso, Caesar Gambara etc. Morto nel 1 5g r gli successe nel 1 5§i il nipote Matteo o Maffeo Gambara, che celebrò 5 sinodi, lodalo per pietà e sin-

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gelare equità, morì cieco nel 1 6 1 2. Pao- lo V in tale anno gli sostituì Cosmo Dos- serio pavese,generale de'barnabiti, dotto e piissimo, fatto già da Clemente Vili vi- sitatore delle chiese di Roma, ottimo pa- store, riformatore de' costumi e limosi- niero. Nel 1620 Paolo Arese nobile mi- lanese, dotto teatino e facondo predica- tore, illustrò colle sue virtù la sede, ri- nunziò nel 1 644'Perciò Urbano "Vili con - feiì il vescovato a Francesco Fossati di Milano procuratore degli Olivetani e ab- bate di s. Maria Nuova di Roma, versa- to nella letteratura. Neh 653 Carlo Se- ptala nobile milanese e arciprete della patria metropolitana, e gli successero nel i683 Carlo Francesco Ceva nobile di Milano e di quella chiesa canonico peni- tenziere e vicario generale, e nel 1 70 1 Giulio Resta nobile milanese, già referen- dario e lodato preside di Norcia^ Jesi e Civitavecchia, Nel 1 y44 fi'- Giuseppe Lui- gi de Àndujar domenicano, del Forte di Fuenles diocesi di Como e oriundo spa- gnuolo, traslalo da Bobbio.Nel 1 783 Car- lo MorizioPeiretti. Nel 1796 fr. Pio Fas- sati di Casale domenicano, che dopo a- ver compianto con Pio VI le Iagrimevoli vicende de'tempi, sotto il governo fran- cese vide soppressa neli8o3 da Pio VII la sua sede di Tortona e unita a quella di Casale fatta suffraganea della metropoli- tana di Torino; per cui rinunziato il ve- scovato, si ritirò in patria ove morì. Nel ]8o5 fatto vescovo di Casale Gio. Cri- sostomo de Villaret parigino, già d' A- miens, ripristinato nel 18 14 il governo sardo abdicò nell'ottobre, e morì a Pari- gi nel 1824. Lo stesso Pio VII ad istan- za del re Vittorio Emanuele I, ripristi- nò la sede vescovile di Tortona, la dichia- rò suffraganea della metropolitana di Ge- nova e lo è tuttora, ed a'2 1 dicembre 1 8 1 8 preconizzò in vescovo Carlo Francesco Carnevale patrizio di sua patria Torto- na, e morto neli83r. Gregorio XVI nel concistoro de* 1 5 aprile 1 8 33, per nomina di re Carlo Alberto, preconizzò in vesco-

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vo l'odierno mg/ Giovanni Negri di Fon- tanetto arcidiocesi di Vercelli, in quel se- minario lodato professore di teologia e ca- nonico penitenziere della metropolitana, dicendolo vir gravitate, integritate, ze- lo aniniarum> et prudentia praeditus, ac optimis imbutus moribus} dignus prò - pterea censetur^ qui praefatae Eccle- siae in Episcopum praeficiatur. Narra il n.° 33 del Diario di Roma i833, che nella domenica de'2 1 aprile nella chiesa interna della casa della Missione il car- dinal Fransoni, assistito da'prelati Della Porta e Bottiglia, poi cardinali, consa- grò vescovo di Tortosa mg.r Negri, e ve- scovo d' Alessandria mg.1 Dionisio An- drea Pasio torinese, alla presenza di mol- li distinti personaggi. Mg.r Negri meritò che gli encomiati Papa e re lo facessero, iIi.°prelato domestico e assistente al so- glio pontifìcio, il 2.0 commendatore de* ss. Maurizio e Lazzaro. Sollecito e prov- vidissimo pastore, celebrò il sinodo dio- cesano e lo pubblicò con molta lode: Sy nodus Dioecesana s. Ecclesiae Dertho- nensis quamExcellentissimus ac Reve* rendissimus Dominus Dominus Episco- pus Joannes Negri habuit diebus 6, 7 et 8 septembris i843, Derthonaeex ty- pographoeo Episc. F. Rossi 1 844- Nello stemma gentilizio dell'illustre prelato si vede tra le insegne, oltre la mitra e il pa- storale, anche la spada in memoria del principato temporale de'predecessori, in- titolandosi Princeps Campi Beati. Que- sto sinodo fu ed è assai ammirato quale monumentoirn portantissimo e imperitu- ro della dottrina e pietà del celebrato ve- scovo. Ogni nuovo vescovo è tassato ne' libri della camera apostolica in fiorini 800, ascendendo le rendite della mensa a circa scudi 4°o° nonnullis oncribus gravati. Ampia è la diocesi che si esten- de a quasi i5o miglia, avendone circa 3 di circuito la città, e contiene molti luo- ghi e 282parrocchie comprese alcune suc- cursali, divise in 12 distretti o regioni e vicariati, inclusi vamente alle parrocchie

TOH della città ed a quelle suburbane de'Cor- pi Santi.

TORTOSA. V. AnTarada, e Tolosa per averla conquistata nel 1 1 02 dal conte Raimondo IV.

TORTOSA (Derthusien).C\llà con re- sidenza vescovile della Spagna, nella Ca- talogna, compresa nella provincia di Tar- ragona e a 16 leghe da essa distante , da Valenza 37.Giace in ameno e fertilesuolo, fra'monti e la pianura in cui si avvalla- no le acque del Tebro o Ibero, a poche miglia dalla sua foce nel Mediterraneo , all'estremità della piccola penisola d'Al- faques. II fiume va radendo il piede delle case^inserrandosi alquanto e sopra e sotto la corrente in largo alveo e assai profon- do, che il diviene ancor più allorquando ì venti cacciano le acque del mare con- tro del fiume. 1 vi è un ponte di barche nel- la parte più. stretta, ed è il solo che tro- vasi su questo gran fiume nel lungo tratto di cammino daSaragozza alla sua foce.SuI- la sinistra le estremità de' vari contrafforti che discendono dal monte di Nostra Si- gnora dell'Alba precipitano ripide nel pia- no della città e ne frastagliano le forme in più burroni di diversa longitudine e am- piezza. Sulla diritta i colli perdonsi a dol- cissimo pendio della pianura, e si aprono a più strade che conducono ne' regni di Valenza e d'Aragona. Quindi èche la biz- zarra natura del sito ha resa del pari ne- cessariamente varia e a saliscendi bizzar- ra la cinta della città. Un castello le giace nel mezzo sopra un masso di roccia che sporge più che gli altri verso l* Ebro, e benché angusto ha però pel suo dominio, siccome si alza sui dintorni a cavaliero, un'azione efficace alla difesa generale. La cinta poi ivi è doppia, altrove è sempli- ce o preceduta da forti; dappertutto però essa offre difficoltà non poche agli attac- chi, e perchè gli attacchi sono colti di fian- co o di rovescio da forti chesi elevano sui colli dominanti. Tali forti sono la Tene- xa nella parte superiore della città, ch'è propriamente un fronte bastionato con in-

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terno ridotto tutto piegato alla scabrosità del terreno; l'Opera a Corno ch'è costrut- ta sullo stesso contrafforte su cui giace il castello e fa parte sporgente del suo siste- ma di difesa; il forte d'Orleans costruito dopo le guerre di successione per la mo- narchia e assai più proprio a compiere l'a- zione difensiva dell'Opera a Corno, con- tro gli attacchi diretti sull'alto ripiano de' Carmi, di quello che a proteggere le o- pere della pianura nella parte inferiore della città. Havvi pure una testa di ponte sulla riva destra del fiume,e ancorché sem- plice, è dessa in efficace maniera dalle opere della città fiancheggiata, ch'è diffi- cile di prenderla, ove queste pure non sia- no al tempo stesso battute e vivamente assaltate. Tortosa è pur sede d'un gover- natore militare e civile, qual piazza forte, come difesa da 6 castelli, e vi si entra per 4 porle. Anguste ne sono le vie e in ge- nerale male insiniciate, come le case vec- chie male fabbricate; oltre la pubblica fontana, gli edilìzi più rimarchevoli so- no il palazzo della contessa di Vall-Cabra, il palazzo vescovile e la cattedrale che gli è prossima. Questa chiesa di stile gotico, grande e ben ornata, e nella quale am- miratisi de'bassirilievi di Cristoval di Sa- lamanca, secondo 1' ultima proposizione concistoriale esige delle riparazioni, ecosì l'episcopio. E' sotto l'invocazione della B. Vergine Maria de Stella, con battisterio e cura d' anime affidata al capitolo che la fa esercitare da ^rationarios. Antica- mente il capitolo era di canonici regolari di s. Agostino.L'odierno, secondo la detta proposizione concistoriale, si dice compo- sto di 12 dignità, di cui lai." è il priore maggiore, di 20 canonici comprese le pre- bende del teologo e dei penitenziere, to* tidem rationariis> tribus dìaconis, sex subdiaconis, atque scptem supra vigiliti beneficiatis divino servitio addictis.k te- nore del concordato o convenzione stipu- lata dalla regina Isabella II colla s. Sede neli85i, che riportai nel voi. LXVIir, p*i9g, dovrebbe essere quale nel mede*

VOL. LXXVIII.

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simo lo descrissi insieme alle rendite , e similmente dissi la statuita mensa del ve- scovo. Nella città vi sono 5altre chiese par- rocchiali, 3 delle quali munite del s. fonte, 3 monasteri di religiose, diversi sodalizi, I* ospedale, il seminario. Prima delle af- fliggenti condizioni della Spagna, le cui ultime deplorai a Toledo, 9 erano le case religiose inTortosa. Ameni sono i passeggi pubblici, ed il clima mitissimo. Vi si fab- bricano acquavite, seterie, lavori al torno, sapone, maiolica, carta, e vi si preparano corami; attiva n'é la pesca, essendo la sua rada accessibile a' mediocri bastimenti, energico essendone il commercio. Questo abbraccia precipuamente il vino e l'olio, i grani e il sale; grosse imbarcazioni pon- no risalire il fiume sino alla città, dov'è un porto che fa alcune esportazioni e il piccolo canottaggio. Delizioso il territo- rio e ubertosissimo, contiene miniere di ferro, piombo, mercurio, calamina, allu- me e carbone fossile; cave di marmo, a- labastro, diaspro de'colori più belli e don- de estraggonsi colonne magnifiche, sali- ne considerabili e acque minerali. Tor- tosa, Dertosa, Derthusìa, è antichissima, ed i romani la dichiararono municipio, dopoché i due Scipioni vi combatterono Asdrubale e Imilcone, accordandole vari privilegi. Fu poi presa nel 716 da'mori saraceni, e quindi diventò argomento di parecchie pugne accanite tra'mori ei vi- sigoti-spagnuoli, finché il conte di Bar- cellona Raimondo Berengario V a'primi la tolse neli 1 4*, dopo aver sposato Pe- tronilla regina erede del regno d'Arago- na, per cui a questo regno la riunì, onde segui le sue vicende e quelle della Spa- gna. I mori tentandone la ricupera con grande ardore,l'assediarono nel 1 1 49, e la più parte de'difensori cristiani ne rimasero vittime; onde essendo la città prossima ad essere espugnata, si armarono virilmente le donne alla difesa della pericolante pa- tria, e tali segnalate prove dierono di co- raggio, che obbligarono i maomettani a sciogliere l'assedio e ritirarsi. Raimondo

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Berengario V venuto in cognizione delle straordinarie prodezze faltedalgentileses- so, istituì a loro favore l'ordine delle cava- lieresse della Scure (V.). Questo esempio fu imitato nel secolo XIV dalle donnedi Placencia contro i portoghesi aiutati da- gl'inglesi,laonde Giovanni I re di Gastiglia fondò per premiarle l'ordine della Bau* da (V.). Anche in altri tempi Tortosa di- venne memorabile ne' fasti militari, sic- come contrastata con accanimento da fa- mosi capitani. Nel 1649 l'assaltò il fran- cese maresciallo Scomberg dalla pianura al bastione s.Pietro,e s'impadronì di Tor- tosa; ma passati due anni venne ricupe- rata dagli spagnuoli sotto Filippo IV. Nel- la famosa guerra di successione, occupò nel 1708 la città co'suoi francesi il duca d'Orleans e dopo un brillantissimo asse- dio, per Filippo Vdi Borbone re di Spa- gna. A quell'epoca un falso attacco fu con- dotto contro il forte la Tenaxa; l'attacco vero fu diretto sull'altura contro i forti de'Carmi e di s. Spirito. La notte del 26 ottobrei7i 1 ebbela Starhemberg. Il du- ca di Vendòme giaceva in Tortosa tran- quillo, come già Villeroy in Cremona, al- lorché il principe Eugenio cogl'imperiali lo sorprese nella piazza; i generali Sta- rhemberg e Wesel, accompagnati da'ge- nerali Stanhope,Estren e Roannes, si av- vicinarono improvvisamente e di tanto al- la piazza sopra due direzioni da'loro cam- pi di Tarragona, che mentre gli uni s'im- possessavano della mezzaluna del Tem- pio e applicavano le scale al bastione di s. Giovanni ed i petardi alle porte, gli al- tri assalivano dall'opposto lato il borgo Reucollins e la falda dell' alture del ca- stello.Tutlo fu dapprima vittoria nelle file imperiali , disordine e scompiglio nelle francesi; ma qui, come a Cremona, andò allora l'esito fallito per la virtù de'pochi difensori, per l'accordo mancato fra gli assalitori. Dopo quella formidabile e lun- ga guerra, nel 1708 Filippo V fece eri- gere il forte d' Orleans. Allorché Napo- leone I imperatore de'francesi, con que-

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sti e gl'italiani si propose la conquista Spagna per sostenervi il fratello Giusep- pe che avea dichiarato re, Tortosa di 10,000 abitanti avea 8000 uomini di pre- sidio, e molte provvisioni; ma gli anglo- ispani loro nemici sommavano a 20,000 nel 1 8 io. I generali Suchet e Macdooald con apparecchio formidabile marciarono suTortosa,tanto più meraviglioso in quan- to che trova vansi in mezzo agli eserciti ac- caniti degli spagnuoli uniti agl'inglesi di Catalogna , di Valenza e di Castiglia. Il maresciallo Suchet più accorto del duca d'Orleans, edotto de'suoi errori, fu a bel segno per respingere i posti esterni, invi- luppare la piazza , occupare all' intorno tutti i risalti per difendere e coprire. Ha- bert stette alla testa di ponte; Vallee gè* nerale dell'artiglieria imitò V Orleans e con un ponte volante facilitò il contatto reciproco de'carapi. A' 16 dicembre Ro- guiat generale del genio stabili d'assalire Tortosa pel lato della pianura fra l'Ebro e il forte d'Orleans, comunque i forti di quest'ultimo sembrar potessero minaccio- si alla marcia degli attacchi nel sottopo- sto piano, e comunque il prestarsi co' par- chi d'artiglieria inferiormente alla parte sinistra dell'Ebro con alla schiena e Tar- ragona e il mare apparisse un'impresa te- meraria. Due finti attacchi al forte d'Or- leans e alla lesta di ponte, e due simili alle alture doveano lasciar comodo all'attac- co principale, fingere quello che in elfetto operò l'Orleans: intanto trasportavansi le cose necessarie alla trincea dell' attacco principale, e nonostante il cannoneggiar della piazzasi adempiva la trincea e si dap- presso ad essa, che parve non che mera- viglia, miracolo. Gl'italiani furono posti a campo a cielo scoperto a Tarragona,fra Lerida e Tortosa a far viveri e foraggi , a proteggere i lavori che si moltiplicava- no d'approcci, costruzioni di batterie, pas- saggi di fossi, apertura di breccie, sino alle convenzioni d' accordo cogli spagnuoli ; spesso isolali, sempre in inauipoli diversi con grave pericolo di ciascuno di essi, coni»

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promesso il loro onore, più che la vita- 11 bellissimo e famigerato assedio di Tor- tosa servi alla fama de'francesi: senza gl'i- taliani non si faceva; e gì' italiani tenuti lontani, ma protettori, non si dissiparo- no, e ne' perigli furono più grandi. Su- chet espugnò Tortosa nel 1 8 1 1 . 1 francesi furono tacciati d'avere esposti nelle guer- re di Spagna gl'italiani. Scrive il general Vacani nelle sue storie,che gl'italiani spes- so lasciati con pochi uomini in difficili po- siture, spesso mandati a perigliosi assalti, spesso;negati d'aiuti, chiarirono amici e ne- mici che i cervelli vale vanoquanto le brac- cia: gl'italiani non mai affievolirono, e di- minuiti di numero crebbero d'animo, par- vero raddoppiarsi allorché li spazzava la mitraglia nemica.» Quelli ch'ebbero par- te alla loro studiata separazione, mentre gli altri corpi d' armata erano tenuti congiunti ad alte imprese, se nou furonvi mossi dall'invidia o dalla gelosia, il pos- sono essere stati da priucipii ancor più ignobili, da quelli cioè di esporre e fama, e vita a un tempo stesso di una truppa dotata, al dir di molti, di valore, di di- sciplina, ma pur troppo tenuta da altri poco meno al leata che ausiliaria, meno da nazione libera che nazione tributaria e schiava." Restituita la Spagna a'suoi re, Tortosa soggiacque ad altre vicissitudini, e nel 1 82 i fu devastata dalla febbre gial- la, che ne portò via gran numero di gente. La sede vescovile fu istituita in Tortosa avanti il 55o, fatta sulfraganea della me- tropolitana di Tarragona e lo è ancora. Ne furono primi vescovi Orso che sotto- scrisse al concilio di Tarragona del 5 1 6, e Maurelio che intervenne a quello di Leri- da nel 524. Nel grande scisma d'occidente all'antipapa Clemente VII successe in A- vignone l'autipapa Beuedetto XIII, e fu- rono ubbiditi dalia Spaglia e da Tortosa. Sottrattasi parte della Spagna da Bene- detto XI li, dopo il sinodo di Pisa, ove nel i4°9 l'eletto Alessandro V scomunicò l'autipapa, che il concilio avea deposto, Beuedetto XIH si ritirò io Per pìg nano t

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ed in Pauiscola (F.) nella diocesi diTor- tosa e poco lungi dalla cittadella quale poi si recò a dimorare. 11 p. Galtico,.4cto cete- remonialia^ p. 1 62 e seg., descrive il sog- giorno fatto dall'antipapa Benedetto XI li in Tortosa colla sua curia, e le funzioni, concistori e glandi atti che vi celebrò, vi- sitato a' 12 novembre i4'2 con solenne ingresso da Ferdinando 1 re d'Aragona, dalla regina e da'ieali infanti, che infeu- dò de* regni di Triname o Sicilia, di A- ragona, di Sardegna e di Corsica; iuve- stimenli seguiti con tutte le formalità a5

21 novembre i4>2 colla tradizione del- l'anello; ed il re fece giuramento di fe- deltà sugli evangeli, e quello d'omaggio ligio col porre le sue mani tra quelle del- l' autipapa, baciandogli i pollici posti in forma di croce, il piede e la mano. Bene- detto XII 1 con tutto il ceremoniale aven- do tenuto due volte a mensa il re co'falsi suoi cardinali e gì' infanti, la regina de- sinò nella propria camera. Altra volta il re pranzò cogli anticardinali nell'episco- pio, e con essi assistè a 'divini uffici celebra- ti dall'antipapa nella cappella segreta e in pubblieOjSedendo il re dopo i cardinali ve- scovi, ed il suo primogenito dopo il cardi- nali ."prete, mentre l'altro figlio si assise dopo il cardinal 1 .°diacono;ricevendo il re e gl'infanti il bacio di pace da'cardinali, ed i figli la passai onoa'cardinali che sede- vano dopo di loro. Continuando Benedet- toXIll a dimorare colla curia in Torlosa, nel 1 4 3 vi ricevè due ambasciatori diGio- vanni 11 re di Castiglia e Leon, che furo- no ammessi all'assistenza de'divini uffici. Diverse di queste cose le narrai ne' voi. LXV,p. 216, LXY1I, p. 3i5,LXVIII, p. 104. Deposto Benedetto XIII nel i4i5 anche dal sinodo di Costanza, sebbene a- vesse contribuito all'elevazione al trono di Ferdinando I, non solo fu dal re ab- bandonato, ma dichiarato antipapa, scel- lerato e perturbatore della Chiesa. Per cui con grosse squadre Benedetto XIII si ri- tirò a Paniscola e ivi mori. In Paniscola gli succise neirantipapato Clemente V1U

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nel 1 42^, ma solo fu riconosciuto dagli a- ragonesi, regnando Papa Martino V elet- to nel concilio di Costanza. L'antipapa ri- nunziò la pseudo-dignità a'26 luglio 1429, ericonobbe Martino V, mediante l'opera- to del cardinal Pietro de Foix legato d'A- ragona, al quale prestò la sua ubbidien- za ius. Matteo, terra contigua a Paniscola, i cui scismatici abitanti furono assolti dal Papa. Quindi nell'istesso anno fu celebra- to in Tortosa un concilio/adunato dal car- dinal Foix quale legato della s. Sede , e composto di tutti i prelati e principali ec- clesiastici de' regni d'Aragona e di Valea- za, e del principato di Catalogna. Nel con- cilio fu dato perfetto fine allo scisma du- ralo quasi 5i anni con sommo discapito dell' unità delia Chiesa, venendo in esso confermata la rinunzia dell'antipapa Cle- mente VIII,efuricouosciutoda tutti Mar- tino V, Inoltre nel concilio nel fine della 4 sessione si lessero 20 regolamenti o ca- noni, intorno alla vita e costumi de' chie- rici, e le doti richieste in quelli che de- vonsi eleggere per occupare i benefizi. In- torno la proibizione di portare abiti di co- lore e d'essere vestito in maniera poco con- forme allo staloecclesiastico,Sopra la con- danna de'eoncubinarii. La maniera d'i- struire il popolo. L'ordine di battezzare nello spazio d'8 giorni i figli de' novelli cristiani, Contro la negligenza degli ab- bati nel correggere i loro religiosi. Contro i chierici e i religiosi, che confessa vano sen- za averne ottenuta la permissione degli ordinari. Contro i prelati che s'impadro- nivano collo spoglio de'beni de'defunti ec- clesiastici. Sopra i sacerdoti che hanno cu- re d'anime, e all'amministrazione de'sa- gramenti nelle cappelle o nelle case pri- vate. Fu altresì ordinalo di leggere ne'si- nodi la bolla di Bonifacio Vili , Quidam ut intellexìnius, contro coloro i quali ci- tano gli ecclesiastici davanti a'giudici se- colari per opprimerli. Labbc 1. 1 2, Ardui- no t. 8. Ma pochi anui dopo Tortosa fu nuovamente ravvolta nello scisma, poiché il suo vescovo Ottone fu uuo degli spu-

TOR gnuoli che nel conciliabolo di Basilea e- lessero nel 1439 contro il legittimo Eu- genio IV l'antipapa Felice V, il quale lo creò anticardinale. Però conosciutosi da Ottone il grave errore, neh 44^ »'inU11- ziò ai Papa l'insegne e il titolo di sua falsa dignità e tornò alla sua ubbidienza come rilevai nel voi, IV, p.161, e narra Ciacco- nio, Vitae Cardi nali um, t. 2, p. 939, che ce riporta lo stemma, Eugenio IV assol- vendolo dall'iucorse censure. Ne'primi an- ni del secolo XVI Tortosa ebbe a vescovo un celebre cardinale, che divenne Papa, dotto e virtuoso, ma poco conosciuto, anzi calunniato assaijper cui oltreal detto alla biografìa e in tanti luoghi, aggiungerò su di lui altre nozioni; potendosene leggere la storia uel Giovio, Vita HadrianiVl Pont, Max., Florentiae 1 55 1 ; enei Ciac- conio, Vitae Ponti ficum) t. 3, p. 4^3, ove riporta la sua effigie, lo stemma e il ó'w segno del suo monumento sepolcrale, del quale parlai nel voi. LXIV,p. 109. Adria- no Florenzi d'Utrecht, di basso lignaggio, privo di cognome, ond'egli prese quello di Florenzi dal nome del padre Floren- zio, e divenuto Papa non volle in vece as- sumere altro nome. Privo pure di mezzi per applicarsi agli studi, se li procacciò a Lovauio in uno di que'collegi che ali- menta vano per carità alcuni bisognosi sco- lari e denominato Portium. Fece tosto mi- rabili avanzamenti nelle più severe disci- pline, e riuscì negli anni i più verdi rag- guardevole per dottrina e per innocenza di costumi. Intanto godendo bella fama, mosse Margherita figlia dell'imperatore Massimiliano I e governatrice delle Fian- dre a conferirgli la parrocchia di Goetea in Olanda ; indi fatto decano della prin- cipale chiesa, e poscia vicecancellieiedella celebre università di Lovanio, cominciò a fondarvi unnuovocollegio,ove altri stu- denti poveri ricevessero il beneficio ch'e- gli avea ricevuto, allora chiamato Adria- no e poi Pontifìcio, gli altri essendo quelli detti Lilium, Falconimi!, e Castrense , olire il ricordato Portium. Tale foudazio*

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ne parve impresa tanto eccedente alle sue forze, che taluno osò tacciarlo tli presun- zione. Ma egli colle copiose rendile d'una giusta parsimonia ridusse a compimento il collegio, se non con invidia, con mera- viglia certamente de'grandi. Frattanto per la morte di Filippo l re di Spagna, il suo primogenito Carlo I, poi celebre e potente imperatore Carlo V, sotto la cura dell'a- vo paterno Massimiliano I, giunto che fu alla puerizia e all'età di 7 anni, trai tossi per lui la scelta d'un maestro, che gì' i* stillasse nell'animo colle lettere la pietà, e come Adriano fu riconosciuto degnissi- mo nell'uno e nell'altro pregio, fu da Mas» similiano scelto per maestro del nipote Carlo I. Ma Guglielmo o Carlo Ceures o Croy signore di Chievres belga, ch'era di questi governatore, scorgendo dipoi che il principe non amava lo studiose non per l'arte militare, s'ingegnò d' allontanarlo dal suo fiancOjCollo splendido titolo d'am- basciatore nella Spagna al re Ferdinan- do V avo materno di Carlo I, ed al quale egli dovea succedere in altri regni. 11 soa- ve e candido trattare d' Adriano, il suo sapere e prudenza , guadagnò al nipote l'animo del vecchio e possente re d'Ara- gona, il quale nominò e designò Adriano al vescovato di Tortosa, colla dignità di generale inquisitore della fede nelle Spa- gne.Seguendo la divina provvidenza a sol- levare per vie impensate il dotto e virtuoso vescovo di Tortosa, ad istanza di Massimi- liano I nel 1 5 1 7 Leone X lo creò cardinale, quando già Carlo I passato neh 5 1 6 nella Spagna avea preso possesso di tutta la mo- narchia; e divenuto neh 5 19 imperatore Carlo V e perciò costretto a tornare in Germania , pensò a deputare il cardinal Florenzi all' amministrazione di que're- gni. Fu a ciò persuaso da Guglielmo o Carlo Croy, il quale per discostare nuo- vamente Adriano dal suo fianco, gli di- mostrò che a niuno meglio che al cardi- nale poteva un tal carico addossarsi , sia qual dottissimo teologo e profondo giu- reconsulto, sia per la venerazione ch'era-

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si acquistata sullo spirito de'popoli, sia per la fede radicata in lui suo antico allievo. Adriano però per la ritiratezza a cui lo portava il proprio naturale, e per la tor- bidezza che scorgeva negli umori, mostrò «Iella ripugnanza; ma poi dalle stringen- ti istanze di Carlo V fu necessitato a con- discendere. L'Or tiz nella Descrizione di Adriano VI , dice che fu Carlo V che presentò a Leone X il maestro Adriano pel vescovato di Tortosa. Nel governo del- la Spagna il cardinale vinse la sedizione popolare, mandando al supplizio Padilla e Bravo, e da'francesi ricuperò Pamplo- na. Morto Leone X, mentre il cardinale trovatati in Vittoria, sebbene poco cono- sciuto nella curia romana, a' 9 gennaio ì522 fu eletto Papa con istupore univer- sale; elezione che dicesi fitta per essere il cardinale tenuto per favoritoda Carlo V,e perciò meglio d' ogni altro poteva abbat- tere la crescente eresia di Lutero. 11 ve- scovo di Tortosa, accettando ripugnante il pontificato, si chiamò Adriano VI. Do- po promulgatele regole di cancelleria, de- putò per l'esame delle suppliche e pel ma- neggio degli affari pontificii il Tavera, più. tardi cardinale; il dottore Coldesanzu già suo vicario generale nel vescovato di Tor- tosa, dotto e molto esperto nelle cose del- la curia; Paternia abbate della collegiata di Vittoria ; e l'Ortiz. Ad essi aggiunse il suo uditore e segretario Teodorico Ezio, creandolo datario, uomo eccellente per sa- pere,timorata coscienza, virtuosa dolcezza e peritissimo nella scienza della curia. Ai 12 marzo Adriano Vi partì da Vittoria per Roma, con viaggio trionfale inceden- do per la Spagna. A' i3 giugno, accom- pagnato da gran corte e popolo, da Sara- gozza s'avviò per la già sua sede di Tor- tosa, trattato alla Pigna magnificamente dal suo signore conte Sastago; pernotta- to nelle terre di Caspi e di Favera, non senza gran fatica, pe'luoghi disastrosi, per- venne a Tortosa la vigilia del Corpus Do- mini j e pel ponte di barche incatenate ar- tifieiosameule entrò nella città. L' Oitiz

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suo famigliare che lo accompagnava (e poi vicario generale di Gio. Marlinez Siliceo arcivescovo di Toledo e precettore di Fi- lippo II ), osserva nella Descrizione del viaggio. » Qui fu dove per la 1 .' volta spe- rimentammo negli abitanti di questi pae- si una certa indifferenza d'umanità e di costumi, mentre in Castiglia fummo trat- tati con molta cordialità, e in Aragona con molta religione". Il Papa ebbe alloggio nel palazzo vescovile, e il seguente, fe- sta del Corpus Domini, il Papa portò col- le sue mani il ss. Sagramento, accompa- gnandolo i prelati con molti cavalieri ve- stiti a gala e gran folla di popolo. Il Pa- pa somigliò a un altro David a cagione dello spirituale gaudio, che in questa so- lennità dimostrò , terminata la quale se ne tornò al palazzo da gran comitiva se- guito. Sebbene questa città sembrasse d'es- sere mossa ad allegria pel felice arrivo d'un tanto pastore, in realtà noti si fecero quei segni di trasporto, come ne' regni di Ca- stiglia e d' Aragona, e lo rimarca Ortiz , che aggiunge: i catalani pensano e opera- no in altra maniera, ei loro costumi trop- po sono differenti dagli altri spagnuoli. Frattanto Adriano VI vegliava sopra og ni cosa, e pensava tanto alla spedizione dei negozi, quanto a preparare il viaggio per mare in Italia. Essendo già imminente il tempodella navigazione, e volendo il Pa- pa lasciar nelle Spagne un suo vicario ge- nerale, die in Tortosa la carica di nunzio apostolico a d. Bernardino Pimeutel. Di- morando il Papa nella ben fortunata Tor- tosa,che colla sua presenza era stata con- decorata, e la cui chiesa avea poco innan- zi governata in qualità di vescovo, instan- do ormai il tempo della partenza, all'im- provviso e a 3 ore pomeridiane deh" 8 lu- glio partì con un caldo gagliardissimo da Tortosa verso il famoso porto dell' Am- polla, distante 4 leghe, ed ivi imbarcato- si, giunse a' io a Tarragona. L'impensa- ta partenza del Papa da Tortosa e in ora inopportuna destò un parapiglia nella città, correndo arcivescovi, vescovi e uo-

TOR bili per seguirlo avidamente, onde buo- na parte dell'accompagnamento giunse al porto verso sera. Arrivato Adriano VI in Roma, subito fece il suoamico, concittadi- no e agente Enchenvoer (F.) datario (no- tai nel voi. LXVI, p. 95, che co'Ioro con- cittadini d'Utrecht introdussero l'attuale scrittura nella dateria) e vescovo di Tor- tosa. Nel seguente anno ammalatosi gra- vemente il Papa, i suoi famigliari fiam- minghi presentivano imminente la di lui morte, e perciò gli fecero grandi istanze, onde venisse creato cardinale Enchenvoer vescovo di Tortosa, anco affinchè essi non restassero abbandonati, seDio pe'suoi giu- dizi lo avesse tolto di vita. Adriano VI o per le persuasioni de'suoi famigliari o per altri motivi, avea ciò ardentemente desi- derato. Avverte l'Orliz, che se i cardinali avessero tenuta per certa la prossima mor- te del Papa, difficilissimamente ne avreb- bero dato il loro consenso (allega il Bur- manno, nelle note alla Vita Hadriani VI di Gerardo Moringo, in questo luogo il dubbio, se il Papa possa creare in Cori' cistoro alcun Cardinale senza il consen- so del Sagro Collegio, anzi senza che gli altri cardinali sieno di ciò consapevoli; su di che ponno vedersi gì' indicati articoli. Inoltre Burmanno , che sembra ritenere l'Ortiz con animo mal prevenuto contro Enchenvoer, invita a leggere le note di H. V. R. fatte a Ma Storia ecclesiastica di Heussen,t. 2, p. 1 35. Dichiara quindi De Lagua, annotatore d'Ortiz, limitarsi sul delicato punto solamente aggiungere le parole del Panvinio nella Vita di Mar- cello II, riportate dal Rinaldi all' anno i555. Collegium Cardinalium supra omnia purgare consti titerat, nec quem- quam praeterea in eorum numerum, le- veteri repetita, sine omnium consen- su legere, quaesitis quoque in eorum e- lectionibus summorum virorum testiniO' niis), poiché Enchenvoer era un uomo 0- dioso, e poi era stato poco innanzi cono- sciuto in uffizio, e perciò i cardinali lo ri- pillavano come indegno del loro consor-

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zio. Onde quasi tutti si davano a credere e desideravano, che invece del datario ve- scovo di Tortosa, piuttosto fosse aggre- gato al loro collegio cardinalizio il mae- stro Teodorico Ezio sullodato, segretario del Papa che avea destinato di farlo car- dinale. Ma Adriano VI, anche per l'istan- ze del conte di Cabra duca di Sessa am- basciatore di Carlo V, creò cardinale En- chenvoer a' io settembre 1 52 3, conferen- dogli il già suo titolo cardinalizio, cioè 3 giorni innanzi alla sua morte, arricchen- dolo altresì di molti benefizi, e conferman- dolo pure nel vescovato di Tortosa e in altri ufiìzi. Questo porporato per gratitu- dine, dal Vaticano a sue spese fece tra- sferirne le spoglie mortali nella chiesa na- zionale cle'teutonici o germanici di s. Ma- ria dell'Anima, e gli eresse un sepolcro di marmo assai bello e magnifico, cou ono- revole iscrizione , posta in mezzo a' due stemmi del cardinale stesso. I vi si legge es- sere stalo il VapB}Ecclesiae Dertusensi Antistes,e terminando colle parole: JVi- Ihelmus Enckenvoirt illius benignità te et auspiciis tt. ss. Jo. et Pauli presbyler Cardinalis Dertusen faciundum cur. L'elogio e i meriti del cardinale Enchen- voer si lesiono nel Ciacconio. Dissi i>ià

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nella biografia di Adriano VI,ò\ avergli alcuni rimproveralo d'aver scritto men- tre era teologo di Lovanio: plures Pon- tifices fuerunt haerelici. Notai chi lo di- fese, e qui aggiungo, che ponno vedersi: Bellarmino, De Rom. Pont. lib. 4} e. 2, e Melchior Cano, lib. 6, cap.i. 11 t. 7 del- l' Effemeridi letterarie di Roma del 1 822 a p. 22 contiene del dotto avv. Carlo Fea: Difesa istorica del Papa Adriano VI nel punto che riguarda la infallibilità de' sommi Pontefici in materia di fede. Il propugnatore non menoconfuta la pro- posizione gallicana: Che in materia di fe- de il sommo Pontefice non è infallibile; ma che lo è soltanto la Chiesa radunata o con lui, o anche senza di lui; che difende Adriano VI d'avere scolasticamente pro- ferito, essendo privalo membro dell'uni-

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versila di Lovanio: Che il sommo Ponte- fice preso separatamente dalla Chiesa ro- mana, ossia personalmente,può errare con sua determinazione, o decretale in cose che tocchino la fede, asserendo anche una eresia» Lo difende quindi dalle calunnie che Adriano vescovo di Tortosa, cardina- le e Papa, mai sempre in tali suoi diver- si stali abbia insegnalo la stessa dottri- na; e che nell'ultimo di Papa, anziché ri- trattare, come già Pioli neh 463, la sua opinione, intese ripeterla e confermarla, col dare alle stampe il suo libro : Coni* mentarius inlibrum Sententiarum quar* tum Pclri Lombardi : Quaest. de sacr, Confirmatione) giunto egli appena dalla Spagna in Roma nel 1 522. Quelli che ciò riferisconOjCon raffinata malizia,encomia- rono Adriano VI, per poi fortificarsi del- la di lui autorità ad altro oggetto, cioè per dar peso alla di lui privata opinione. Dal contesto e dalle parole sembra chia- ro, avere il professore Adriano ristretto l'errore possibile ne'Papi come a dottori privati; non mai quali capi della Chiesa romana, come si pretende da alcuni spie- gando a loro modo la proposizione. Al- trimenti non lo avrebbe stimato pe'suoi talenti il rigido Giulio li, che volea ser- virsene, se non si fosse impegnato a far da aio e precettore al giovane Carlo V. Ne i cardinali lo avrebbero eletto Papa, se egli avesse spiegate con tanto coraggio massime contrarie alle romane in un pun- to di prima classe. II professore Adriano in sostanza non fece altro, che quasi di passaggio proporre una questione scolasti- ca , alla quale forse mai più non pensò. Essendo ben diverso il paragone con Pio li, che egualmente da privato, tanto avea detto e scritto, e moltissimo avea influito nel conciliabolo di Basilea. L' opera fu stampata in Parigi nel i5i2 e nel i5i6 mentre era vescovo di Tortosa, clandesti- namente furando il mss. all' autore, per timore ch'egli non lo sopprimesse, e «sen- za ch'egli vi avesse dato l'ultima mano, come espressamente rimarca il Moringo,

TOR niente affezionato alle prerogative del Pa- pa. L'edizione romana fu eseguita da al* tri, alta sua insaputa e prima che il Pa- pa arrivasse in Roma, ed è falso eh' egli ebbe la vanità coraggiosa di farla fare. Appena venne in cognizione ne fu sdegna- to assaissimo! come dichiarò Corrado Ve- gerio segretario imperiale di Carlo V, nel- la stampata: Funebris O ratio in morte ni divi Hadriani VI Pont. Max. Roma in Rev* St R. Eccles. Card* Consessu. Ec- cone il testo: Quolicetpraelo postmodum ab amicis tradita f rint; (ile tamen et ìgnoravit) etòuum rcscivisset, plurimum fiat indignatus. L' asserto dall' avv. Fea è comprovato con quanto già avea stam- pato il sunnominato De Lagua, parlando delle opere di Adriano VI. Laonde è fal- so che Adriano da vescovo di Tortosa, da cardinale e da Papa continuò a insegna- re e a predicare la detta sua privata opi- nione,cioè proposto quasi di passaggio una questione scolastica. Nel i5j5 fu tenuto in Tortosa un altro concilio, relativamen- te alla disciplina ecclesiastica. Altro vesco- vo di Tortosa degno di special menzione è il cardinal Agostino Spinola, da Urba- no Vili fatto vescovo di Tortosa. Nelle Notizie di Roma sono registrati i seguen- ti vescovi di Tortosa. Nel 1720 Bartolo- meo Comancho-y-Modueno di Montoro; nel 1757 Francesco Borrull di Valenza; nel 1 759 Luigi Garcia Mauero di Sotillo; nel 1 j65 Bernardo Velarde di Santillana; nel 1 779 Pietro Cortes-y-Gorranz di Bel- chitte, già arcivescovo di Guatimala, colla ritenzione del titolo arci vescovilejnel 1 786 Vittoriano Lopez Gonzalo di Tergaga , traslato da Tlascala; nel 1790 fr. Autouio Giuseppe Salinas minore osservante di Hellin; nel 1 8 1 4Ernanuele Ros-y-Medra- no di Orense; nel 1824 Vittore Damiano Saez Sanchez Mayor della villa di Budia. Per sua morte il Papa Pio IX nel conci- storo de'3 luglio 1848 preconizzò l'odier- no vescovo mg.1 Damiano Gordo-y-Saez di Cantaloyas diocesi diSiguenza,già ret- tore e professore di filosofia e teologia di

TOR Siguenza,canonicodella cattedrale diTor- losa, e della medesima governatore eccle- siastico, vicario generale capitolare della città e diocesi, lodato per probità, scienza ecclesiastica e sperienza. Ogni nuovo ve* scovo è tassato ne'libri della camera apo- stolica in fiorini 2660. La diocesi è al- quanto ampia e contiene 161 parrocchie Diuuile del battisterio.

TORUSK o TORRUSKOI, Toru- scuittk Sede arcivescovile di Moscovia, riunita a quella di Susdal.

TOSA o TOSA, Alaesa> Halacsa. Sede vescovile di Sicilia eretta nel secolo "VII sotto la metropoli di Messina, e poi riunita a Cefalu. Inoltre Alaesa seu Ila- laesa fu pure sede vescovile di rito greco, sotto l'eguale metropolitana di Siracusa. Quest'antica città sulla costa settentrio- nale di Sicilia, al presente non è che un borgo chiamato Tosa e Tusa nella valle Demona, per cui passava il fiume chia- mato Alesius e oggi Pittineo. Appartie- ne alla provincia e distretto di Messina, quasi 3 leghe da Mistretta e 2 da s. Ste- fano. Giace in cima a una montagna, a poca distanza dal mare Tirreno. Fa rac- colta e traffico d'olio, seta, lino e manna. Annovera circa 4ooo abitanti. Era feu- do della famiglia Branciforti de'principi di Scordia. Si può vedere Rocco Pirri, Sicilia sacra p. 4^9-

TOSCANA, ETRURIA, Thuscia o Tuscia, Hetruria. Granducato d'Italia nella parte centrale, Ira ^i° 22 e 44°' 2 di latitudine nord, e tra 70 56 e 90 5j di longitudine est; formalo dagli stati di Fi- renze, Pisa, Siena, Lucca^ìaìlo stato de' Presidii (di cui a Sicilia, Siena e Spa- gna), dall'isola d'Elba, dal principato di Piombino e sue dipendenze, e dagli an- tichi feudi imperiali di Vernio, Montau- to, e Monte s. Maria. La Toscana, che at- tualmente occupa circa due terzi dell'an- tica Etruria, confina da ostro-scirocco a maestrale collo stato pontifìcio, da mae- strale a ponente co'ducati di Modena e di Parma e col regno di Sardegna, avendo vol. ixxviii.

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per il lato di ostro-libeccio il mare Me- diterraneo. Però dichiara il celebre Re- pelli, che il vero confine geografico della Toscana antica, o piuttosto di quella a' tempi della repubblica romana, è tutto- ra sconosciuto, per mancarsi di notizie e testimonianze autorevoli per sapere qua- li furono i popoli aborigeni d'Etruria, e fino dov' essi occuparono la giogaia del- l'A pennino tra le sorgenti della Magra e quelle del Tevere. Come pure ignorasi tuttora fino a qual punto allora si esten- desse, a partire dalla costa dell'Apenni- no meridionale, la dimora de'toscani in- nanzi che in questa celebratissima con- trada si propagassero le varie razze de' liguri, vinti poi ed espulsi dall' A penni- no del Mugello, di Pistoia, del Frignano ec. dalle romane legioni. Bensì che nel penultimo secolo della repubblica roma- na la Toscana fosse circoscritta tra l'Ar- no, il Tevere, V A pennino e il mare Me- diterraneo lo disse chiaramente Polibio, in guisa che il lato più angusto partiva dalle Balze di Vergherete) neh' Umbria Sarsinatense,dove sorge il Tevere, fino al monte della Falterona,dove nasce l'Ar- no; mentre il lato più esleso dovea cor- rispondere a quello litoraneo, da ostro a ponente contemplando il punto più me- ridionale la foce sinistra del Tevere a O- slia fino allo sbocco dell'Arno presso Pi- sa, che allora era il punto più occiden- tale. Lungo però tali due fiumi di con- fine esistevano alcune città antiche situa- te sul lato opposto e fuori de'limitidel- l'Etruria, le quali sebbene una di esse, come Tiferno, ora Città di Castello, fos- se di dal Tevere, e Fiesole sulla de- sila dell'Arno, nondimeno si considera- rono ambedue comprese nella Toscana antica, e in vece Pisa per quanto situata fra l'Arno e il Serchio fu riguardata da' più come separata dalla confederazione etrusca, riguardandola qual colonia del- la Grecia ; e restò questione irresoluta, se Pisa posta ne'confini dell'Etruria me- dia uè facesse mai parte, ovvero della Li- 3

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guria orientale, o se appartenesse all'E- lmi ia Circompadana. S'ignora pure l'e- poca tlelle prime conquiste fatte da' ro- mani nell'Etrnria occidentale. Il perime- tro della Toscana si allargò poi dalla par- te occidentale non solo sotto il romano impero, ma fino da quando la repubbli- ca romana mediante le vittorie riportate sopra i liguri apuani e marittimi fra gli anni 55g~74 avanti l'era corrente, con- segnò il litorale fra l'Arno, l'Alpe Apua- na e la Magra a'popoli di Pisa e di Lu- ni, comprendendo in quest'ultima città il vasto suo porto e golfo di Spezia. I quali popoli sin d' allora erano socii di nome romano, finche sotto l'impero d'Augu- sto i limiti della Toscana furono portati definitivamente al fiume Magra, che lo Genovese parte dal Toscano. Ma que- sta divisione politica dovea essere ben di- versa dalla ripartizione economica, poi- ché in tal caso Limi sarebbe rimasta nel suolo toscano, mentre il suo porto con una gran parte della Lunigiana suo territo- rio veniva dato alla Liguria. Siffatta di- visione non era alla morte d'Augusto ge- neralmente adottata. Pegli altri lati i con fini della Toscana restarono come quelli degli ultimi tempi della repubblica fino all'età dell'imperatore Giustiniano I. Pe- lò i confini della provincia in discorso verso il lato orientale cominciarono a su- bire una modificazione sino da Giustinia- no 1, allorché espulsi i goti dall'invaso do- miniod'Italia nel 553 di nostra era,quel- l'imperatore ordinò, che fra il Tevere, il Savio e il Monte Feltro si creasse una nuo- va provincia, cui per qualche tempo fu dato il nome d'Alpi Apennine, più tardi della Massa Trabai ia (della quale si for- mò in seguito uno de' Presidati Ponti- jìeii), Masse Verona, ossia di Val di Ve- rona, e di ftagno. Assai maggiore però di« venne la ristrettezza della Toscana orien- tale sotto il regno de'longobardi, i quali dividendola in 3 parti, cioè in Toscana Suburbicaria , Regale e Ducale, non oc- cuparono mai stabilmente la i .a, delta og-

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Patrimonio di s.P/Wno, mentre la lo- ro Toscana Regale non oltrepassò i con- fini meridionali del fiume Fiora ; chia- mando Toscana ducale quella soggetta a'duchi longobardi di Spoleto fino ad A- mclia (di cui riparlai a Spoleto) pi esso il ponte Felice sul Tevere. Quindi tro vasi, che sotto i longobardi la Toscana si suddivide va: i.°\aToscana Rega le,Tu> scia Regni, dipendente da're di Lombar- dia, della quale molti geografi disegna- no la Magra per confine occidentale, la cresta tortuosa dell' Apennino centrale per confine settentrionale, il litorale per limile australe, Toscanella per termine orientale; i.° la Toscana Ducale, detti talvolta Tuscia Longobardorum, sollo- posta a'duchi di Spoleto con Orvieto, Boi- sena, Bagnorea e altre città di cui par- lo a Viterbo ; 3.° la Toscana Suburbi» caria, dipendente dall' impero greco e poi da' Papi, della quale era capoluogo Roma, ossia faceva parte del ducato ro- mano e poi formò la provincia di Viter- bo e il ducato di Castro (T.J. La Tosca- na Regale pertanto, fu quella provincia che anco sotto il governo de'Carolingi si appeWbToscana de' Longobardi. Tuscia Longobardorum , coroechè all'imperato- re Lotario 1 fosse attribuita una legge speciale che suddivideva questa porzio- ne in 4g"verni,i di cui capoluoghi sai eb- bero stati indicali a Lucca, a Firenze. a Siena, e forse a Chiusi, poiché man- cano documenti sufficienti a dimostrare tale divisione. Il Reumont riferisce che la provincia di Tuscia fece parte del re- gno de'longobardi, trovandosi divisa in due parti: Tuscia Regni conducati diLuc- ca, di Firenze e di Chiusi; e Tuscia Lon- gobardorum, contenente il ducato di Ca- stro. Quanto a'eonfini geografici dellaTo- scana sotto le repubbliche del medioevo, la storia delle repubbliche di Pisa e di Lucca dopo il secolo XI trattano del do- minio eh' ebbero queste due città nella Lunigiana, anche sulla destra e di dal- la Magra, senza dirci però se Lerici e Por-

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to Venere allora fossero o no compresi nella Toscana. Rispetto poi alla Carfagna- na, essa fece parte non solo ne'primi se- coli dopo il i ooo della repubblica di Luc- ca, ma ancora a'tempi del governo di Ro- ma dopo la cacciata de'liguri dall'A pen- nino degli etruschi, mentre la sua catena occidentale, centrale dalle sorgenti della Magra fino al Monte Coronare, posto fra le due Balze e Verghereto , divideva la Toscana dalla Lombardia, dal Bologne- se, dall'Esarcato di Ravenna, dall'Urbi- nate e dalla Pcntapoli (terrestre o mon- tana o mediterranea o Flaminia), ed al- lora sembra che si perdesse la memoria della provincia dell'Alpi Apennine fonda- ta da Giustiniano 1, intorno alle sorgen- ti del Tevere, del Savio, della Maiecchia e del Metauro. Fu poi sotto il dominio della repubblica Ooreutina quando il suo governo estese il dominio non solo nella Lunigiana, ma ancora sopra molti paesi dell'Esarcato, nelle diocesi transapennine d'Imola, di Faenza, di Forfì, di Berti- noro e di Sarsìna (tutti domimi della s. Sede), e finalmente nella Massa Trabaria diSeslino nella valle dellaFoglia ossia l'an tico Isauro (il territorio di Sestino nella Massa Trabaria è il solo compenso che ri- masealla Toscaua di quanto Leone X con- cesse a detta repubblica in compenso dei somministrati 800,000 ducali d'oro, pel conquisto del ducato d'Urbino). Final- mente il Repetti, circa i confini geografi- ci della Toscana nello stato attuale, dice che il perimetro di essa dal lato meridio- nale, come pure dal lato settentrionale, non variò durante il governo granducale (egli ciò pubblicava nel 1 846, onde le va- riazioni che noterò spettano al 1847-48), durante il quale per altro si estese sotto le due dinastie de' Medici e Austro-Lorc- nese regnante, dal lato occidentale nella Lunigiana e oltre la Magra con l'acquisto di vari paesi, i più lontani de'quali furo- no di Calice e Veppo nella diocesi di Pon- tremoli nel vallone della Vara. Si estese bensì nel corrente secolo dalla parte del

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litorale maremmano e nell'isole dell'El- ba, Pianosa, Montecristo ec, e perchè do- po il 1814 furono riuniti al granducato colle isole uominate il principato di Piom- bino ed i Presidii di Orbetello. Era re- stala in mezzo alla Toscana la repubbli- ca di Lucca, poi ridotta a ducato, meno una parte della Garfagnana toccata al du- ca di Modena con tutti gli ex feudi della Lunigiana, dove agli stati della repubbli- ca di Genova sottentrò il dominio del re di Sardegna. Le variazioni accennate con- sistono, in conseguenza dello stabilito nel congressodi Vienna, che per diplomatiche convenzioni del 1 844» k,lte tra'governi to- scano, modenese e lucchese (per quando il duca di Lucca fosse stato reintegrato del ducato di Parma, come tosto si veri- ficò) , il regnante granduca Leopoldo II cede al duca di Parma i territori i di Pon- tremoli, Bagnone,Filattiera,Grappoli,Lu- suolo, ec. Invece il duca cede il ducato di Guastalla al duca di Modena e altri terri- torii, in cambio del vicariato di Pietrasan- tacheriteneva il granduca. Con altra con- venzione del 1847, conclusa tra il gran- duca di Toscaua e il duca di Lucca, que- sti rinunziò a quello il ducato di Lucca. Dall'altro canto il granduca restituì al duca di Modena i territori*! della Lunigia- na che gli spettavano, di Gallicano, Mon- lignoso e Minucciano, già nel ducato di Lucca, e le frazioni de'vicariati di Fiviz zano, Barga e Pietrasanta. Queste permu- te si effettuarono negli anni 1 847-48? co" me e meglio dissi ne' voi. L1V , p. i32, LVII, p. 44» e luoghi ivi indicati, e dovrò riparlarne con particolari in fine dell'ar- ticolo. Così la Toscana, oltre gli altri no minati paesi, perde Pontremoli città ve- scovile e capoluogo della Lunigiana To- scana o Granducale , che possedeva dal 1 65o; ed acquistò la città arcivescovile Lucca col suo ducato. Prima di tali cani biamenti la topografia della superficie cWI granducato di Toscana avea 3 raggi, cioè di Pontremoli il più considerabile, di Pie- trasanta e di Fivizzano situali al nord-

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ovest: ili. "compreso tra gli stati sardi, lo stato di Parma, ed i ducati di Modena e di Lucca; i due altri rinchiusi fra questi dueultimistati.il mare Tirreno, sul qua- le il granducato possiede oltre a 5o leghe di coste, non vi forma che piccolo nume* io di seni, tra 'quali si hanno a dislingue- re i golfi di Piombino e Grosseto, e so- prattutto quello d'Orbelello e Porto Er- cole, che determinano In penisola rimar- cabile di Monte Argentaro, al continen- te attaccata mediante una lingua di ter- ra straordinariamente angusta. Presente- mente il granducato è diviso in 7 Com- partimenti o provincie,cioè: Firenze tLuC' ca, Pisa, Siena, Arezzo, Grosseto, Li- vorno compresa l'isola dell'Elba. Parec- chie isole dipendono dalla Toscana, oltre altre minori isolette o scogli. Le isole del- l'arcipelago Toscano propriamente sono 8, due delle quali, la Palmaria e la Ca- praia, spettano al re di Sardegna; le al- tre 6 al granducato. Di queste 6, due so- no disabitate dagli uomini, Montecristo e Giannutri; due altre appena abitate da guarnigioni militari e da pochi uomini di mare, Gorgona e Pianosa; e le altre due, maggiori per estensione, Giglio ed Elba, abitale da molte famiglie e ridotte in cor- po di comuuilà. L'isola Montecristo èia più elevata, la meno portuosa , e la più. lontana dall'altre del continente toscano. L'isola Giannutri è l'isoletta la più meri- dionale,di figura semilunare. L'isola Gor- gona è un isolotto quasi da ogni lato im- portuoso, con un solo scalo e un piccolo castello. L'isola Piauosa, di figura triango- lare, quasi del tutto piana, è dipendente dalla sua vicina dell'Elba. L'isola del Gi« glio è la più abitata dopo quella dell'El- ba e di figura ovale, difesa da molte tor- ri: vi si raccoglie molto vino, e conliene in abbondanza un bel marmo. L'isola del- l'Elba, Iloa oliva de' latini, e Aethalia o Oelìialìa de'greci, è l'isola regina del- la rei pelago Toscano e la più grande, ric- ca di seni e di porti, fra'quali è famoso il capoluogo del suo governo e città di Por-

TOS toferraio, detta già Cosmopoli per un tem- po, il quale oltre un grandioso e sicuro gol- fo trovasi fortificato dalla natura e dal- l'arte. Per essere slata l'isola concessa in dominio e breve soggiorno di Napoleone I imperatore de'francesi (de'rami de'suoi antenati di s. Miniato e di Sarzanatpar- lai a tali articoli), che nella storia militare e politica del mondo occuperà sempre un posto eminente, poiché dopo aver vinto 100 battaglie e conquistata la metà del- l'Europa, quivi formò la sua reggia, an- gusta sede da lui dopo pochi mesi abban- donala per correr dietro a quella sorte che gli avea voltale le spalle; così credo indi- spensabile qui con semplice digressione dare un cenno dell'isola immortalala dal- lo strepitoso avvenimento. L'intera isola dell'Elba è divisa in 4 comunità, cioè Por- toferraio la principale e la più forte; Mar- ciana la più industriosa; Lungone la più comoda; e Rio la più ricca per le sue im- mense miniere di ferro. E' distante circa 8 miglia dalla terraferma e dal porto di Piombino, e conta un giro di circa 60 mi- glia con una superfìcie di quasi 85 mi- glia quadrate. Eanno parie di quest'iso- la due isolotti o scogli, Palmaiola e Cer- boli , posti nel canale che divide il pro- montorio di Piombino dalla costa orien- tale dell'isola dell'Elba. In generale il cli- ma è temperato e sano, meno nel piano di Lungone e in qualche altra insenatu- ra, massime dove all'acque marine si promiscuano quelle terrestri de'suoi tor- renti quando vi ristagnano. Non vi è poi situazione nell'isola che non oiFra un a- spetto magico , variato e sorprendente, d'ogni parte l'occhio scuoprendo prospet- tive variate e pittoresche. Considerata l'i- sola dell'Elba dal lato della sloria natu- rale, si può chiamare il più dovizioso ga- binetto mineralogico della Toscaua. E' questo il silo dove sembra che la natura abbia voluto riunire io mi piccolo diame- tro sorprendenti fenomeni, e tali da ri- chiamarvi costantemente i di lei cultori, spiuli e allettali, non solamente dalla sin-

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golare coslituzione geognostica di questi monti , ma ancora dalla ricchezza delle miniere, e dalle preziose variate cristal- lizzazioni de'molti minerali ohe in quelle rocche si aggruppano e in belle forme si accoppiano. Quindi vi sono marmi bian- chi e colorati , e si può dire ogni genere di metallo. Fra'molti che ne scrissero ri- corderò: Ermenegildo Pini, Osservazio- ni mineralogiche su la miniera di ferro di Rio ed altre parli dell'isola d'Elba, Milanoi777. Pietro cav. Carpi, Osser- vatola naturali all'isola dell' ElbatMo' deuai827. La miniera del ferro ha dato una remota celebrità all'isola dell'Elba : essa è rammentata a'tempi d'Alessandro Magno nell'opera attribuita al suo mae- stro Aristotile, De mirabilibus ausculta- tionibusy sotto nome di ferro Populonio, non solamente perchè l'isola appartene- va al distretto di Populonia, ma perchè erano in Populonia e poi nel territorio di Piombino i forni, ne' quali anche nei primi secoli dell'era volgare quel minera- le si fondeva, non potendosi ciò fare nel- l'isola per mancanza dell'opportuna ac- qua. I vini sono di ottima qualità, scar- seggiano i cereali , copiosi i pascoli, tra i bestiami il più abbondante è il caprino, -squisito il miele: non manca di volatili e di selvaggina, ed il mare offre abbondan- tissime e variate pescagioni, avendo pure saline. Ha una rendita imponibile di più che 4o°>ooo lire. In quanto alla storia civile e politica dell'isola dell'Elba man- cano notizie certe sino al secolo XI del- l'era nostra; le anteriori meno dubbiose sono che nel VI secolo l'isola dipendeva dal governo civile ed ecclesiastico di Po- pulonia (V.) , e che in essa il santo ve- scovo di quella chiesa Cerbone, ed i suoi preti si rifugiarono dalla persecuzione di Gummaritt duca longobardo,quando tut- ta la volterrana maremma e la città di Po- pulonia fu messa a ferro e fuoco. Durante il dominio de'longobardi l'isola dell'Elba e tutto il litorale toscano dipendevano dal duca della Marca Toscana residente aLuc-

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ca o a Pisa. Nel secolo XI però l'isola del- l'Elba sembra che restasse sotto la spe- ciale dipendenza de'reggitori del comune di Pisa, cui venne tolta da' genovesi nel 1 290, 6 anni dopo la fatai giornata del- la Meloria. La ricuperarono i primi a pat- ti onerosi dettati da'secoudi mercè d'un trattato nel 1309: in tale occasione i mer- canti ed i più ricchi cittadini si trovaro- no dal governo obbligati a somministra- re la somma di 56,ooo fiorini d'oro, de- stinata a pagare l'imposizione per l'acqui- sto dell'Elba, col ricevere in cambio una proporzionata partita di vena della mi- niera di Rio. L'isola dell'Elba si governò colle leggi di Pisa, finche neli3g9 il ca- pitano e tiranno di quel popolo Gherar- do, figlio di Giacomo I di Appiano, ne- goziò e vendè la patria, e con essa tutto il dominio pisano al duca di Milano Gio. Galeazzo Visconti. Di che venne egli ri- munerato con grossa somma di moneta e con rilasciargli il libero dominio e gover- no della porzione più remota del con- tado pisano, cioè della maremma e ter- ritorio di Piombino, insieme colle isole dell'Elba, di Pianosa edi Moutecristoche allora ne dipendevano. Morto nel i4% Giacomo II d'Appiano senza eredi, ebbe per successore Domenico Rinaldo Orsini suo genero e marito della figlia Caterina, il quale col soccorso de'fiorentini eseue- si seppe resistere nel 1 44& ad Alfonso V re d'Aragoua. Dopo molte vicende succe- dute per la morte di Caterina, neliooc Cesare Borgia tolse a Giacomo IV d'Ap- piano, coli'aiuto de'senesi, l'isola dell'El- ba e altri paesi. Nulla ostante, dopo la morte di Papa Alessandro VI Borgia, po- tè Giacomo IV neli5o3 tornare in pos- sesso de'suoi domimi e si pose sotto la pro- tezione della Spagna, ed assoggettò il suo statoali'imperatoreMassimiliaooI,in qua- lità di feudo imperiale. Neil 534, in mez- zo a una perfetta calma, sbarcò nell'iso- la dell'Elba il famoso corsaro Barbarossa, saccheggiando Rio e facendone schiavigli abitanti: di nuovo l'isola fu danneggiata

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uel 1 544 da flue' p>«**0' Eia mancato già da 3 anni Jacopo Appiano V dinasta di Piombino, che lasciò un figlio pupillo sot- to la reggenza della madie, quando nel- l'api ilei 548 gli apparati di varie poten- ze indussero I* imperatore Carlo V a far consegnare una porzione dell' isola del- l'Elba, cioè il territorio di Porto Ferraio, al duca di Firenze Cosimo 1 per fortifi- carlo e presidiarlo. Quest'ultimo paese è così ben favorito dalla natura , che me- diante un colle bicipite posto alle sue spal- le, il seno del Ferraio resta quasi chiuso dall'aperto mare, ed ha poi al suo ingres- so ima lingua di terra, che stendendosi in mezzo al golfo, viene a formare la bocca del porto. Furono infatti da Cosimo I in- viati al Ferraio con 1 00 soldati, 3oo gua- statori e muratori per intraprendere sot- to la direzione dell'architetto militare Ca- merini la costruzione de' 3 punti da esso lui disegnati. Fu quindi dato il uome di Falcone alla fortezza eretta sulla promi- nenza maggiore posta a settentrione del porlo; si appellò Stella l'altra fortezza sul- la prominenza a grecale del paese, poiché le di lei fortificazioni trovami disposte a guisa di raggiera; e fu detta Linguetta la solida torre ottangolare situata all'estre- mità d' una lingua di terra sull'ingresso interno del porto. Alle quali forti (ìcazio- ni, eseguite con mirabile sollecitudine e diligenza, il granduca che a tutto provve- deva dalle sue stanze di Livorno, fece ag- giungere un recinto interno al sottoposto paese di gagliardissime mura, chiaman- dolo dal suo fondatore col vocabolo Co- smopoli. Il territorio in quell' occasione assegnato a Porto Ferraio si estendeva dentro terra per un raggio di circa due miglia ne' limiti a un dipresso di quelli che costituiscono l'attualecomunità.II fo- nale esistente sulla punta estrema del for- te Stella, fu fatto innalzare nel 1788 dal granduca Leopoldo!. Barba rossa essendo tornalo nel 1 55 f a molestare l'isola, inva- no assediò Portoferraio, anzi dovette riti- rarsi pegli aiuti inviati da Cosimo I. Nel

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1 555 una flotta turca unita ad altra fran- cese comparve a'7 agosto davanti all'El- ba con animo d'insignorirsi di Portofer- rato. Smontò a terra le sue truppe dalla parte di porto Lungone, prese Capolive- ri, assalì la fortezza del Giogo, sopra mon- te Giove , e devastò le terre di Rio e di Marciana, mettendo a sacco e fuoco tutta la contrada, e facendo i turchi schiavi cir- ca 900 abitanti; ma Portoferraio gagliar- damente provvista da Cosimo I di solda- tie di munizioni, restò illesa da Unito dan- no e sorpresa. In tutto il restante dell'iso- la dell'Elba, costituente le 3 comunità di Marciana, Lungone e Ilio, continuarono a comandare i principi di Piombino, se si eccettui il porto di Lungone, nel quale il governo di Filippo II re di Spagna, sotto aspetto di ricovrarvi una flotta di galere, ma in realtà per tenere in soggezione le fortificazioni del Portoferraio, nel 1596 profuse un'enorme moneta per fabbrica- re sul corno sinistro di quel seno la gran- diosa fortezza che ivi si vede , dove pel corso d'uà secolo e mezzo stette di presi- dio una numerosa guarnigione spagnuo- la, rimpiazzala nel t j5g dalle truppe del re delle due Sicilie. Neh. °del 1794 sbar- carono a Portoferraio 4ooo realisti emi- grati da Tolone sopra legni inglesi. Indi dopo che le truppe della repubblica fran- cese ebbero occupalo Livorno, sopra que- sta piazzasi diresse un'armata inglese dal- la Corsica, ed in forza d'una convenzione de' io luglio 1796, dal presidio del gran- duca diToscana fu ceduta agl'inglesi. Que- sti poi nell'aprile 1797 dovettero ricon- segnare la piazza al suo legittimo sovra- no, ma nell'aprile 1799 l'isola dell'Elba cadde sotto il dominio del direttorio fran- cese. 11 presidio napoletano della fortezza di Lungone sostenne un assedio, ed insor- ti gli elbani uniti a dette truppe napole- tane assediarono le repubblicane francesi nelle fortificazioni di Portoferraio, ob- bligandole alla resa a' 17 luglio 1799, e quindi vi fu ristabilito il governo del granduca Ferdinando III. Fu tale la fé*

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deità degli elbani verso quel principe, die energicamente si ricusarono di conse- gnare Portoferraio, quando pel trattato de* 9 febbraio 1801 di Lune ville, pre- vio l'indennizzo nella Germania promes- so al granduca, l' isola dell' Elba essen- do stata ceduta insieme colla Toscana al- l' infinite Lodovico di Borbone duca di Parma nuovo re di Etruria moderna, i francesi quindi pretesero d'occupare quel- la parte dell' isola che dipendeva anco- ra dal governo granducale, e Lungone colla parte dell' isola spettante al princi- pe di Piombino, colla promessa a questi di compensarlo nel regno di Napoli. JMa il presidio di Portoferraio unito a'corag- giosi abitanti si opposero e resisterono a- nimosi alle forze unite di terra e di mare spedite dalla Francia per riconquistar l'i- sola; laonde ogni sforzo riuscì vano, finche Ferdinando III, dopo la conclusione del trattato d'Àmiensde'2 5 marzo 1802, non inviò al comandante di Portoferraio la sua annuenza per sottomettersi al gover- no francese, cui era stata ceduta tutta l'El- ba. Le 7 parrocchie, cui eransi ridotte quelle dell'isola d'Elba, furono staccate dalla diocesi di Massa-Marittima, e date alla diocesi di Aiaccio in Corsica. L'isola dell'Elba venne da prima separatamen- te amministrata, poi a'7 aprile 1809 riu- nita al ristabilito granducato di Toscana sotto 1'ammiuistrazione di Elisa Bonapar- te Baciocchi, sorella dell' imperatore dei francesi Napoleone I , da esso pur fatta principessa di Piombino sino dah8o5 e sotto l'alto dominio della Francia, la qua- le teneva un presidio nell'isola dell'Elba. Ma quell'uomo straordinario essendo sta- to vinto nella Russia dal gelo e dal fuo- co a Mosca, alla Beresina, a Lipsia nella Sassonia, e perfino sotto le mura di Pa- rigi, si trovò finalmente costretto a ridur- re il suogrande e potentissimo impero al- la piccola isola dell'Elba, erigendo in ca- pitale e residenza del gran genio la pic- cola e bella città di Portoferraio. Questa inaspettata metamorfosi politica, decisa iu

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Fontainebleau l'ii aprile 18 i4> obbligò Napoleone I dalla Francia a recarsi nel- l'isola designata per sua scelta, e formar- ne un principato assoluto da possedere in piena sovranità, sua vita durante. Vi ap- prodò la sera de'3 maggio 1814, e Por- toferraio ad un tratto passò al colmo del giubilo, in vedere suo sovrano chi avea fatto tremare l'Europa per più lustri. Pe- rò le memorabili vicende che resero cele- bre l'isola dell'Elba e famoso Portofer- raio, pel nuovo principato d'un Napoleo- ne I, ch'egli avea scelto per soggiornarvi finche fosse vissuto, oltrepassano di poco i ro mesi. Imperocché nel cougresso di Vienna il celebre ministro francese Tal- leyrand dichiarò che bisognava far trion- fare le dinastie legittime, ch'erano in con* t rasto colle ancora esistenti rivoluziona- rie; perciò doversi allontanare Napoleone dall'Europa,e trasferirlo all'isola di s. Lu- cia o di s. Elena; togliere il ducato di Par- ma e Piacenza al suo figlio , e cacciare Gioacchino dal regno di Napoli, restituen- do quegli stali a'ioro antichi sovrani. Si stabilì di fatti sul fine di gennaio 18 1 ."> di trasferire Napoleone I a s. Eleua. Venti to Napoleone I in cognizionedi tali discus- sioni minaccievoli e di quanto erasi stabi- lito a suo riguardo, ed insieme trovando per lui favorevoli le circostanze attuali di Fraucia, volle tentare di ristabilirvi il suo potere e profittarne. Prevenuto il reGioac- chino suo cognato di tutto, nella sera dei 26 febbraio 181 5 alle ore 8 imbarcossi sopra il suo bi ick da guerra, e seguitato da 8 bastimenti di trasporto colla sua truppa ch'era vi salita 4 ore prima, e com- posta di circa 1000 uomini della guardia, di cui 84 polacchi, e di 5oo voloutari prò- venieuti dalla Corsica e di pochi stranie- ri. Consisteva questa piccola squadra nel brick l'Incostante, che portava 18 grossi pezzi d'artiglieria da 24; nel brigantina senza cannoni montali; d'un carico d'ar- tiglieria d'assedio ivi raccolta alla rinfu- sa; d'ima polacca francese, il cui equipag gio portava la nappa bianca e la baudic-

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ra di Luigi XVIII redi Francia; due bar- clic di Ilio, che potevano contenere 3oo uomini per ciascuna; 3 speronare, fra le quali la Carolina, ed un altro legnetto coni 4 cavalli. Alla mattina del 27 (metta flottiglia fu veduta presso Capraio, e de- luse le crociere inglese e francese disposte ne'vicini paraggi. Un bando era stato af- fìsso in alcune parti dell'isola che annun- ziava la sua partenza. 11 commissario in gleseChampbell, incaricato di sorvegliare ogni menomo alto di Napoleone I, trova- vasi in Livorno, enon arrivò nell'isola che 4o oi e dopo la partenza dell'imperatore. Porloferraio, abbastanza ben munito, era difeso da due uffiziali chiamati Lapi. La sua guarnigione si componeva di gra- natieri, e d'un battaglione franco dell'isa- la d'Boo uomini. L'impavido e audace Na- poleone I, senza sgomentarsi che il ten- tativo d'Antibo eragli fallito, per avere il presidio fallo prigioniero il capitano e 25 uomini che vi avea inviato per sedurlo, con miglior ventura e successo sbarcò il i.° marzo a Cannes città di Francia nel dipartimento del Varo nella Provenza, e '^inoltratosi nella Francia, fu accolto dai soldati e dal popolo con entusiasmo tale, che in pochi giorni arrivò trionfante a Pa- rigi,donde n'era fuggito Luigi XVIII. Ma la comparsa non meno improvvisa che avventurosa di Napoleone I in Francia, a riassumere il potere imperiale, non oltre- passò i ioo giorni, giacche a' 18 giugno j'8 1 5 la famosa giornata di Vaterloo (di cui anche nel voi. L, p.i47)> tirò dietro nuovamente l'intera perdita di tuttol'im- pero, non che dell'umile principato del- l'Elba,che Napoleone 1 di mal'animo per sua perpetua residenza avea accettato. Quindi per la quiete d'Europa, e ad on- ta delle proteste di Napoleone I, egli ven- ne rilegato all'isola di s. Elena nell'ocea- no Atlantico equinoziale, fra l'Africa e l'America , della quale riparlai nel voi. XXXV, p.i ig, dicendo pure che essen- do ivi morto, le sue spoglie mortali furo- no trasportate uella chiesa degl'Invalidi di

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Parigi (/ .), dove ora regna il nipote im- peratore Napoleone III, che gli ha fatto compiere il magnifico mausoleo erettogli dal re Luigi Filippo. Così Portoferraio e l'isola dell'Elba, dopo una varia catastro- fe di i i anni, furono restituiti dalle poten- ze alleale al suo legittimo sovrano Fer- dinando III, sebbene alle sue truppe fa- cesse breve resistenza il comandatile la- scialo in Hortofen aio da Napoleone I. L'i- sola fu consegnala al granduca , che ne prese possesso a' 1 9 agosto 1 8 1 5, e i sol- dati francesi che vi si trovavano furono trattali con distinzione. Avendo essi chie- ste notizie dell'imperatore al comandan- te fiorentino, questi rispose loro, che Na- poleone I tollerava con magnanimità la dolorosissima sua condanna: que'soldati proruppero in un dirotto pianto! Il gran- duca annullò qualunqueatto derivato dul- ia convenzione militare fatta co' francesi per la consegna di Portoferraio , perchè quella guarnigione non apparteneva ad alcun governo. La residenza fatta nel pa- lazzo , ora del governatore civile e mili- tare dell'isola dell'Elba, di Portoferraio, essendo un avvenimento memorabilissi- mo, venne impressa in lettere d'oro so- pra la porta maggiore del forte della Stel- la, presso il quale era la reggia di Napo- leone I, la seguente iscrizione. Napolco- nis Magni Galliae Imp. Ilaliae Rcg. Praesentia Decorata Civitas iv non. maj. mdcccxiv Posuit iv calend. mari, die Reddilus in Galliam mdcccxv. In Portoferraio vi è la sola chiesa parroc- chiale e arcipretale, dedicata alla Nativi- tà di Maria Vergine, compresa nella dio- cesi di Massa Marittima, già di Popu- lonia, nel compartimento di Pisa. Le no- tizie del principato di Piombino, a quel- T articolo di rinvio promisi di riportarle in questo; siccome esse si rannodano a quelle dell'isola d'Elba, che gli è rispet- to e pel canale marittimo di Piombino 8 miglia distante, che fece parte del mede- simo principato , ora col Repetti princi- palmente trovo meglio di qui riferirle ,

T O S scusa tornare a interrompere le narra/io- ni riguardanti la bella, nobilissima e ce- lel untissima Toscana.

Piombino, Plombiauto, e anticamente Populinum ossia \a piccola Pupulonia,co- ine nata dalle rovine della grande di si- tui! nome; precola città marittima munita di mura e di due fortezze con rada e ca- nale di mare, stata capoluogo dell'omo- nimo principato, nella diocesi di MassaMa- riltima e 20 miglia da essa lungi , com- partimento di Grosseto , e già nel com- partimento di Pisa. E' situata sulla punta meridionale del promontorio di Populo- nia, clie ha al suo levante il Porto Vec- chio di Piombino, già appellato di Fale- sia, poi Faliegi, nel 1678 dichiarato porto franco dal principe Nicolò Ludovisi. A di- fendere la città, oltre la naturale sua gia- citura,concorse l'arte mediante imi ben in- teso cerchio dimuraedi fossi guardati da 3 fortilizi, a settentrione dalla Porta di Terra, a grecale dalla Rocchetta pianta- ta sopra uno scoglio sporgente in mare sulla puuta estrema del promontorio, e a maestrale dal Castello che risiede so- pra il palazzo della Cittadella ode* prin- cipi a cavaliere di Piombino sopra allo stretto. Il palazzo regio, bello ed elegante, gode una magnifica veduta marina. La chiesa parrocchiale arcipretale di s. An- timo in s. Michele, già di s. Lorenzo, pri- ma fu trasferita in quella di s. Antimo nel secolo XIII, poi nella chiesa più vasta di s. Michele nel 1807, denominata di s. A- gostino perchè nel precedente anno l'a- veano lasciata i soppressi agostiniani ro- mitani, dove esistono vari depositi sepol- crali degli Appiani. Vi sono pure le chiese di s. Francesco già de'frati minori con- ventuali, che prima della loro soppressio- ne erano passati nel monastero delle eia- risse , e di s. Anastasia già di dette mo- nache, l'ospedale della ss. Trinità de'ben- fralelli, scuole elementari, e tribunale di 1 .a istanza: la popolazione somma a più di 2iooindividui. I suoi prodotti principali sono il bestiame bovino, cavallino e peco»

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rino,i boschi e le granaglie, oltre la pesca di njare.Iia buoni pascoli e miniere, segnata- mente una ricchissima d'allume in Mon- cone. Il padule o palude di Piombino formasi da un vasto e variabile ristagno d'acque, formalo da più rivi che scendono dal Campigliese e più dal fiume Cornia; i bonificamenti cominciati nel 1 83 1 pro- gredirono vantaggiosamente, rimoveudo i danni e l'infezione che recava, e conver- tendosi in pubblica utilità, anche pel van- taggio procurato alla città collo stabili- mento delle sue fornaci da mattoni e d'o- gni sorte di materiale di terracotta. Al- quanto al nord di Piombinosono le rui- ne di Populonia , grande e celebre città etrusca. Il Iago di Piombino, Vetulonius Z^cu.?, riceve la Cornia e scaricasi nel ma- re Tirreno. La rendita del principato si calcola a più di 200,000 franchi, e gli a- bitanti a quasi 20,000. Incerte sono le no- tizie storiche di Piombino avanti il 1 000, se pure non si volessero innestare a quelle del paese di Falesia che fu ne'diutorni , con porto e stagno pescoso di tal nome. La i." memoria sembra rilevarsi dal di- ploma d'Ottone I del 969 a favore d'un fedele di quell'imperatore, cui donò di- versi beni situati ne' contadi dell'alta I- talia, e in quelli Bulgariense e Plum- biense. Nel i 1 1 4- Uberto abbate de' be- nedettini di s. Giustiniano di Falesia, monastero edificato nel 1022 da'figli del conte Teuderigo per rimedio dell' ani- me loro, sotto la podestà della santa Se- de, rinunziòdiverse possessioni e 3 porzio- ni del castello, rocca, poggio, torri e ca- se dentro e fuori di Piombino, a favore dell' opera della primaziale di Pisa, con compensi per restaurare la detta sua chie- sa; altra permuta l'abbate la fece nel 1 1 35

col l'arci vescovo Lanfranchi. Paredu

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che l'origine del paese, con rocca e mura castellane sia anteriore al secolo XII, roc- ca e castello guardati e governati da'pi- sani. Neh 124 i genovesi con una flotti- glia, comparsi avanti Piombino, posero fuoco al castello e al borgo, esportando a

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Genova uomini, donne, fanciulli e il de- naro che poterono prendere. Altro assalto ostile dierouo le galere genovesi neh 12 5, e s'impadronirono del castelloche i pisani aveano restaurato. Innocenzo III neli2i5 dichiarò l'abbazia d( Falesia sopra Piom- bino immediatamente soggetta alla s. Se- de, concedendo all' abbate la facoltà di prendere da qualsiasi vescovo il crisma e l'olio santo, d'ordinare chierici e di con- sagrare le chiese, purché comprese nel di- stretto territoriale di Piombino , eh' era giurisdizione del suo monastero di s. Giu- stiniano. Colla stessa bolla il Papa confer- mò all'abbate il padronato di varie chiese della Maremma Masselana e Volterra- na, compresa s. Lorenzo 1. 'parrocchia di Piombino, concedendo libera sepoltura dentro il territorio di Piombino, ordinan- do che niuno presumesse fondarvi chiese. Per tuttociò il Papa impose all'abbate l'an- nuo censo d'un bisanzio o marabottino. La giurisdizione ci vile e politica sul castel- lo, distretto e abitanti di Piombino con- tinuava ad appartenere al governo di Pi- sa, che per un capitano vi faceva amrni- uistrare la giustiziamosi in Populonia, por- to Buratti e nell' isola dell' Elba; i quali capitani sino dal secolo XIII ebbero un giudiceassessore.Avendoi monaci abban- donalo il monastero di Falesia, nel 1 i5>j Alessandro IV l'aggregò alle Clarisse di s. Maria di Piombino, le quali volendo sot- tenlrare nella giurisdizione quasi episco- pale de'benedettini, fu cagione di lunghe dispute co' vescovi di Massa Marittima, e furono terminate con un lodo a favore del vescovo , tranne una coi risposta di cera alle monache. Piombino neh 283 fu in- vestita da numerosa flottiglia genovese,co- mandata dall'ammiraglio Corrado Doria, allorché affroutò quella pisana composta di 4o galere nel porto vecchio di Piom- bino, già di Falesia. Poco dopo agitala Pisa da'partiti, de'quali restò tragica vit- limail famoso coute Ugolino co' !>uoi, rnoU ti cittadini esuli furono accolli in Piom- bino e vi si fortificarono; laonde nel 1 289

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il conte Guido da Montefeltro podestà e capitano generale di Pisa, iuviò a Piom- bino gente armata a cacciarne i fuorusciti col l'atterra re le loro torri e abi tazioni. Do- minando Pisa Pietro Gambacorti, verso ih 3^2 fece edificare in Piombino la chie- sa di s. Michele col suo stemma. Non cor- se molto tempo che i fuorusciti pisani sol- levarono Piombino, del cui castello s'im- padronirono; ma accorsovi Benedetto fi- glio di Gambacorti, colla morte de' capi faziosi restituì la quiete alla terra. Nel 1 376 Gregorio XI partì co'cardinali da A- vignone per restituire la residenza papale a Roma,accorn pagliato da una flotta, sbar- cando a Pisa a'6 novembre, e gli furono fatti grandi doni, come pure a'cardinali; vi dimorò 8 giorni, indi ripreso il mare si rifugiò per una tempesta a Piombino, donde partito e con una burrasca conti- nua giunse a Corueto a'5 dicembre, e poi proseguì per Roma. Dal 1 399 in poi la storia municipale di Piombino comin- cia a divenire importante, poiché il ca- stello fu scelto a residenza e quindi die ti- tolo ad una signoria nuova. Dopo la ca- tastrofe che costò il dominio di Pisa e la vita a Pietro Gambacorti, il suo segreta- rio ser Jacopo figlio di ser Vanni d'Ap- piano s' impadronì del potere, dominò quasi 6 anni assoluto signore in Pisa , e morendo nehSgS tramandò illeso il do- minio al suo figlio Gherardo. Questi pri- vo dell'ingegno paterno, sopraffatto dalle politiche ingiunzioni fattegli da' ministri di Gio. Galeazzo Visconti duca di Mila- no, che tendeva a insignorirsi di Pisa, presto aderì alla proposta fattagli di ven- dere quella città e il suo contado mediante l'offerta di 200,000 fiorini d'oro, e della signoria di Piombino, di Populonia, Scar- lino, Suvereto, Boriano, e dell'isole del- l'Elba, di Pianosa e di Moutecrislo, paesi lutti che facevano parte ilei territorio del- l' estinta repubblica pisana. Stabilite in questa forma le cose, a' 1 9 febbraio 1 3gg fu consegnata la città di Pisa al vicario del duca di Milano, in nome del quale ven-

TOS nero presidiate le fortezze della città e del suo territorio; e dopo pagati 100,000 fio- rini a Gherardo di Appiano, e data sicur- tà per altrettanta somma, egli montato sopra una galera armata si fece traspor- tare a Piombino, che destinò a residenza della signoria eh' erasi riservata. Assicu- ratosi Gherardo uno stato per se e per la sua discendenza, si giovò de'tesori acqui- stati colla vendita di Pisa per fortificarvi Piombino e per innalzarvi un confacen- tc palazzo di residenza (ora uffizio doga- nale), nel tempo che cercava di render- si benevoli que' popoli colla concessione d' alcuni privilegi e la conferma de' loro statuti. A meglio convalidarsi nel potere, dopo la morte del duca di Milano, il ti* gnore di Piombinosi rivolse a cercare Ta- micizia della repubblica fiorentina, che ottenne con convenzione de' 16 giugno i4o4; onde ih.° signore di Piombino fu accolto inaceomaudigia, tutela, prolezio- ne ed alto dominio, con tutto il suo sta- to per 6 anni a patti favorevoli, cioè di 3oo fiorini d'oro mensili per provvisione coli' obbligo di far guerra a volontà de* fiorentini contro Filippo M.a duca di Mi- lano; nella qual circostanza si doveano da- re all'Appiano 5o lance ei5o fanti spe- sati, rilasciando a di lui prò tutti i luo- ghi che avesse militarmente occupato del- la giurisdizione di Pisa,dovendoegli man- dare a Firenze ogni anno un palio nel gior- no di s. Gio. Battista. Poco sopravvisse Gherardo, e con testamento de'25 aprile i4o5 destinò d. Paola Colonna sua mo- glie (nel Coppi, Memorie Colonnesì, tro- vo contemporanea una Paolella figlia ci' Agabito Colonna di Genazzano, il cui fratello fu poi Martino V) signora dello stato finche vivea, quindi istituì erede e successore il figlio pupillo Jacopo II, la- sciando scudi 3ooo per dote a Caterina sua figlia nubile, mentre l'altra figlia Vio- lante erasi maritata al signore di Came- rino. Nel caso poi che mancassero i suoi discendenti, volle che succedessero per e- gual porzione il di lui fratello Emanuele

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nato a Jacopo d'Appiano suo padre d'al- tra moglie di casa Elei, ed Antonio suo nipote figlio di Vanni d'Appiano. Final- mente al suo figlio infante assegnò in tu- tore il comune di Firenze, cui lo racco- mandòcaldamenteeche deputasse un go- vernatore al pupillo, olirei contutori mo- glie e nipote, e altri 4 personaggi, due de' quali di Piombinola cambiarsi ogni an- no. Nel maggio la signoria di Firenze no- minò tutore del principino Filippo Ma- galotti, e nel 1406 rinnovò l'atto di ac- comandigia per altri 4 anni a favore di Jacopo II, con riduzione di provvisione a i5o fiorini mensili, e fece cingere il pu- pillo cavaliere col cingolo militare, e l'a- scrisse co'suoi alla cittadinanza fiorenti- na. L'accomandigiasi rinnovò nel 1 4- « 3, e neh 4^9 fu ridotta perpetua con diverse capitolazioni , nel tempo cioè in cui Ja- copo II, sua madre e due sorelle si reca- rono in Firenze a ossequiare Papa Mar- tino V Colonna (che certamente pare fra- tello di d. Paola); i quali principi non solo dal Pontefice, ma dalla città, furono ben accolli, onorati e di ricchi doni presen- tati. Jacopo II con nera ingratitudine cor- rispose a'iuminosi benefizi de' fiorentini, collegandosi nel i43i coi duca di Mila- no loro fiero nemico e mentre essi era- no in guerra con Siena. In conseguenza di ciò molti paesi della Maremma soggetti a'fiorentini si ribellarono, mentre Jacopo II tolse loro Monteverdi,e molte robe de' cittadini che si trovavano in Piombino fece prendere e si ritenne. Ma dopo la vit- toria d' Anghiari del 1 44° riportata da'fio- rentini sui milanesi comandati dal Picci- nino, il signor di Piombino e d. Paola sua madre, pensando meglio a'easi loro, cer- carono e ottennero di rinnovar l'amicizia con Firenze, ed essa prese di nuovo Ja- copo II in accomandigia. col godimento a'fiorentini dell'antiche franchigie nel do- minio di Piombino. Mentre Balduccio d'Anghiari capitano di ventura avea oc- cupato Suvereto, mori senza figli Lucre- zia de' conti Fieschi di Lavagna, moglie

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di Jacopo II, il quale poco dopo la segui «ella tomba d'afflizione o di veleno, redi- mendo d. Paola Suvereto con grossa mo- neta e 1000 fiorini d' oro pagati dal co- mune di Piorubiuo. Sebbene lo stato ap- partenesse a Emanuele assente e dimo- rante in Troia, d. Paola arbitra assoluta di PiombinOjper meglio assicurarsi del po- tere, vi associò il valoroso conte di Taglia- cozzo Domenico Rinaldo Orsini cbe avea maritato a d. Caterina sua figlia, mentre l'Orsini era generale de'sanesi. Frattanto Emanuele inlesa la morte del nipote pri- vo di prole, si recò a Firenze e Siena senza trovar protezione, perciò si rivolse a Bai- daccio perchè volesse tornare colle sue ma- snade alla testa di lui a impossessarsi di Piombino: l'impresa essendo fallita, Ema- nuele tornò a Troia, e Barlaccio ne! set- tembre 1 44 l fa falto assassinare da' fio- rentini. La repubblica di Siena non solo accettò per 5 anni inaccomandigia d. Pao- la, ma ancora l'Orsini e la moglie co'lo- ro dominii; e neh442 portatosi Eugenio IV in Siena, con magnifico apparato vi fu accolto, e nella 4-a domenica di quare- sima donò all'Orsini solennemente la Ro' .sa d'oro (V.) da lui beuedetta. Nel 1 44^ morì d. Paola Colonna, la quale destinò al governo di Piombino sua figlia d. Ca- terina ci' Appiano, sicché d' allora in poi ella resse lo stato coll'Orsini di lei marito, diesi applicò ad accrescere le fortificazio- ni esteriori della Rocchetta e della Porta di Terra di Piombino, e fece pur costrui- re il palazzo di giustizia e degli anziani di Piombi no. Continuando lo stato nella tran- quillità e prosperità, fu restaurata la chie- sa parrocchiale di s. Lorenzo,ora distrutta, nella piazzetta di Piombino,e vennero fab- bricati nuovi mulini a beneficio della co- munità. Sapeva l'Orsini che Alfonso V re d'Aragona e di Sicilia, che avea sposato d. Celia sua figlia naturale ad Emanuele d'Appiano, per rappresaglie fatte da'suoi corsari su bastimenti piombinesi avea a- nimodi togliergli lo statojdifatti neh 447 il re marciò in Toscana alla lesta dell'e-

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sercito napoletano,e nel giugno 1 44$ sl a v* vicinò a Piombino mostrando ogni sforzo peraverlo, senza riguardo che lo stato fos- se accomandato da'sanesi, da'quali l'Orsi- ni era stato favorito d'aiuto con 3oo fanti per guardia di sue terre. Ma l'Orsini da valente uomo, quando vide il nemico av- vicinarsi da Campigliaalle mura di Piom- bino, gli chiuse le porte sul viso, e pro- curò impedirgli l'arrivo delle vettovaglie per mare. Quindi vedendo egli non ba- stare i sanesi a difenderlo, invocò e otten- ne l'aiuto della signoria di Firenze, a mez- zo dell' animoso gonfaloniere Luca Pitti e di Cosimo de' Medici il Vecchio, che lo fecero soccorrere energicamente per terra e per mare. Vedendo Alfonso V che in- vano attorniava Piombino, dove i suoi pa- tivano infiniti disagi, prima d' abbando- narne l'assedio volle tentare un ultimo sforzo, dopoaverinfiauamatoi suoi a por- tarsi valorosamente. Però I' Orsini erasi meravigliosamente preparato a sostener 1' assalto della fortezza della cittadella e degli altri punti, con sassi, artiglierie, saet- tarne^ d'animosi giovani avea cintole mu- ra. Cominciatosi l'assalto con gran vigo- re, non è a dire quanto operarono Alfonso V e l'Orsini all'espugnazione e alla difesa, animando gagliardamente i loro. Grave danno recò agli assalitori l'acqua bollen- tissima con calcina viva, e il punto dove combatteva l'Orsini contro il Cardona.Nel calore del furioso assalto comparve la ca- valleria fiorentina, onde il re fu costretto ritirarsi, e considerando la dillicoltà d'in- signorirsi di Piombino avendo perduto più di 25oo soldati, se ne parti, dopo a- ver minacciato a'fiorentini aspra guerra. Appena l'Orsini si vide liberato dal gra- ve pericolo, lasciato Piombino guardato da forte presidio, si recò a Firenze a rin- graziare la signoria, che con lauto dispen- dio gli avea mauleuuto lo stato, ed eb- be la condotta di capitano della repubbli- ca colla pensione dii5oo fiorini il mese, perchè la guerra gli avea assorbì lo tu Ito l'entrate, perchè slaudo egli a Piombi-

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no lenesse colle sue genti in freno i sol- dati napoletani lasciati dal re di presidio a Castiglion della Pescaia, e da Ini conqui- stalo nel 1 448- Tornato l'Orsini a Pioni- bino,espugnò Castiglione, meno la rocca superiore; ma sopraggiunta una flottiglia napoletana il castello fu ricuperato dagli aragonesi. Nel i45o la peste orribilmente imperversò in Piombino, e ne fu vittima ancor l'Orsini; quindi pacificandosi i fio- rentini con Alfonso V, vi compresero la vedova d. Caterina signora di Piombino, a patto ch'essa dovesse pagare ogni anno al re di Napoli il tributo d'una coppa d'o- ro del valore di 5oo fiorini d'oro, rinno-

vando l'accomandigia

tutto lo stalo.

■o- Pe»' Ritiratasi d. Caterina in Scarlino, vi morì

neli45i, avendo lasciato pel governo un consiglio di reggenza. Per acclamazione degli anziani di Piombino fu acclamalo loro signore Emanuele d'Appiano che vi- vea in Troia, protetto dal suocero Alfonso V, e divenuto ben affetto de'senesi e fio- rentini, ad onta che gli Orsini tenessero in mano le fortezze, parte delle quali fu- rono redente col denaro e parte a forza d'armi riconquistate. Così Emanuele si vi- de pacifico signore di tutto lo stato, rin- novando l'accomandigia con Siena e Fi- renze; ma il dominio di questo principe ben amato fu breve, morendo nel i4^7> e lasciando al governo e signoria di Piom- bino il suo figlio Jacopo 111 d' Appiano d'Aragona. Più prosperi di quelli del pa- dre furono i primordi di Jacopo III asserto figlio legittimo d'Emanuele, contro 1' o- pinione che poi dichiarò Papa Paolo II, ma non egualmente a lui prosperi riusci- rono gli anni successivi. La sua condotta immorale e arbitraria mosse varie fami- glie a cospirare contro di lui nella capi- tale, ed egli si vendicò de'congiorali colla morte, la prigionia e 1 esilio. I fuorusciti commossero il duca di Milano Galeazzo M.a Sforza a impadronirsi di Piombino, e poco mancò che di nottetempo noi pren- desse. Frattanto Jacopo 111 dubitando di macchinazioni più serie contro la sua re-

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sidenza di Piombino, fece fabbricar la Cit- tadella per sua abitazione, abbandonan- do il palazzo vecchio di piazza, antica se- de de' suoi maggiori. Fu solto la Citta- della che pochi anni dopo fu edificato il tempio di s. Antimo, nel quale vennero trasportate le prerogative della i." chiesa plebana di s. Lorenzo. Jacopo 111 avendo occupato Castiglion della Pescaia, s'ini- micò Ferdinando I re di Napoli, figline successore d'Alfonso V; indi Papa Pioli obbliga Jacopo III a cederglielo per in- vestirne il suo nipote Andrea Piccolomi- nij allora fu che Jacopo III si pacifìcòcol re di Napoli, che nel i 463 lo ricevè in rac- comandato col suo sUilo , e gli concesse d'innestare l'arme de'reali di Napoli e il casato d'Aragona a quello degli Appiani. A render più valida la regia protezione, Jacopo IH accolse in Piombino una guar- nigione napoletana, e in tal guisa gli Ap- piani si sottomisero la r.a volta ad un gio- go straniero, e sposò Batlistina de' Fre- gosi. Jacopo III al pari de' principi suoi antecessori avea i titoli di Magnifico Mi- lite, Signore e Conte di Piombino, e mo- rendo neh 47 7 lasciò al primogenito Ja- copo IV d'Appiano d'Aragona la sovra- nità dello slato di Piombino. Questo prin- cipe, benché in tenera età,d'eccellente in- dole e d'ottime massime, coli' assistenza e favore della signoria di Siena e di Fer- dinando I re di Napoli prese le redini del governo, e toslo ripristinò gli antichi sta- tuti, restituendo a'piombinesi i privilegi concessi dal di lui avo e tolti dal padre; i quali statuti furono più tardi pubblicati in doppia lingua a Piombino nel princi- pato di d. Isabella ed. Gregorio Boncom- pagni Ludovisi. Jacopo IV si maritò a d. Vittoria figlia d'Antonio Piccolomini du- ca d'Amalfi e di d. Maria d'Aragona na- turale del re Ferdinando I. Divenuto ti£ fiziale superiore del pontificio e regio e- sercito inviato contro i fiorentini dopo la congiura de'Pazzi, sebbene si portasse va- lorosamente nella battaglia combattuta fra Colle e Poggibonsi, restò prigione de'

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fiorentini. Riscattato e tornato alla sua re- sidenza Jacopo IV, ebbe a soifrirenon po- che inquietezze perle allumiere eli Mon- tione,lequali insiemecolla vicina tenuta di Valli da'vescovi di Massa se gli contrasta- vauo.Uno di essi, il vescovo Ghianderoni, peristromento del 1 4-7^, avea ceduto alla camera apostolica nelle mani di Sisto I V, mediante l'annuocenso di 4oo ducati d'o- ro, qualunque ragione e diritto sulle te- nute di Montione e Valli situate nel ter- ritorio di Piombino. Ciò fece il Papa per procurare alla camera apostolica l'esclu- sivo commercio deH'allumedell'Allumie- re di Tolfa, delle quali riparlai nel voi. L1X, p. i3o, il cui prodotto dovea im- piegarsi per guerreggiare i turchi, a sal- vezza della cristianità minacciata formi- dabilmente. Ma tal canone senza riscatto sembrando gravoso a Papa Innocenzo Vili, con breve del 1 484 liberò la came- ra apostolica dal peso del censo, rivolgen- done l'aggravio sulla mensa vescovile di Massa,che indennizzò mediante la conces- sione de'beui dell'abbazia de'vallombro- sani di s. Donalo di Siena dopo la morte del commendatario. Il Cesaretti nella Sto- ria di Piombino, soggiunge che intanto i Papi non cessavano di mandare scomu- nichee di citar più volte Jacopo IVacom- parire in Roma, ma tutto invano. Il si- gnore di Piombino, continuando nel pos- sesso delle due tenute, affittò le sue al- lnmierediMontione,finchè nel 1 490 men- tre agita vasi la causa avanti la rota roma- na sul diritto di quelle miniere, fu con- venuto fra le parli che peri 2 anni il si- gnor di Piombino, mediante il pagamento di iooo ducati da Parsegli dalla camera apostolica, si dovesse astenere dall'esca- vazione di quelle vene d'allume e d'ogni altro minerale dentro il distretto di Valli e Montione. Nel i4<)6 Jacopo IV prese servizio militare colla repubblica di Sie- na, e poi co'fiorenlini in guerra co'veneti fautori del bandito Piero de Medici. Cre- scevano sempre più sul finir del secolo XV i disordini e i pericoli per le guerre

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di R.omagna, caduta quasi tutta in pote- re, con altre provincie e vicariati ponti- ficii, del duca Valentino Cesare Borgia figlio d'Alessandro VI, quando I* ambi- zioso duca stesso volgendo le sue armi ver* so la Toscana, chiese a'fioreotini passo e vettovaglie peluoghi del comune, senza esprimere qual cammino avesse a tenere. A tale inchiesta aderirono i magistrati in- timoriti dalle fortunate imprese e dalla numerosa osle che conduceva l' audace duca, mediante convenzioni del maggio 1 5o i , che le due parti non dovessero aiu- tare i nemici dell'altra, e che la repub- blica fiorentina non dovesse impacciarsi della guerra che il Borgia intendeva fare al signore di Piombino per quanto fosse dalla repubblica raccomandato. Il duca intanto marciò col suo esercito nel terri- torio di Piombino, dove in pochi giorni prese Suvereto, Scarlino, l'isole dell'El- ba e della Pianosa. In tale emergente Ja- copo IV non vedendo riparo che bastasse a tanta piena, e la residenza stessa in pe- ricolo di cader in mano del duca, dopo avere raccomandato il piccolo primoge- nito alla custodia d'Antonio Filicaia, a'7 agosto s'imbarcò in Piombino per Livor- no, e di corse a gittarsi nelle braccia del re diFrancia Luigi XII, affinchè col di lui favore nell'avito dominio fosse con- servato. Infatti per quanto da'piombinesi stretti d'ogni parte da numerosa oste si usasse ogni possibile precauzione di di- fesa, pure trovandosi privi del loro si- gnore e di buon capitano, dovettero capi- tolare col duca Valentino, ricevendo esso e le sue genti dentro le mura e consegnan- do loro le fortezze. Frattanto il signor di Piombino, dopo aver tentato inutilmen- te protezione e soccorso dal re di Francia, ebbe la notizia che il Papa Alessandro VI navigando si era trasferito a Piombino per trionfare col figlio della sua vittoria, e che di quello stato erasi impadronito, sotto pretesto di alcune ragioni che fino dal secolo XI vi avea la s. Sede, forse per causa del monastero di Falesia, pi ulto-

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sto che per concessioni imperiali.. Il Fel- lone, De viaggi de* Sommi Pontefici, ignorò questo d'Alessandro VI a Piom- bino, dicendo che solo fu a Orvieto e Pe- rugia, ed avrebbe proseguito per Venezia, se non era sicuro di tornare a Roma. In ve- ce il Novaes nella Storia cV Alessandro VI, riferisce che neli5oi fu a Piombi- no, che avea costretto ad arrendersi dal l'usurpazione degli Appiani al suo domi- nio,donde tornando da quest'impresa col duca e altri signori, a' 5 marzo entrò in Massa, ove restò alcuni giorni a spese de' sanesi. Ma il p. Gattico, De itineribus Boni. Pont., a p. 6, pubblicò il diario del contemporaneo Burcardo: Iter Alexan- driPP, VI Plumbinum. In esso si legge, che Alessandro VI a* 17 febbraio i5o2 parti da Roma a cavallo con 6 cardinali e 7 prelati compreso il tesoriere, e il du- ca Borgia, per Cerveteri, Corneto e per mare a Piombino con 6 triremi, dopo a- \er pernottato a Palo e in Corneto nel palazzo Vitelleschi. Arrivò a Piombino dopo vespero il cardinal Giovanni Bor- gia con circa 80 persone di famiglia a'20 febbraio, nel qua! giorno e ora il Papa s'imbarcò in una galera con 5 cardinali, e il duca Borgia, con quasi r 00 persone, e circa il mezzodì del 2 1 pervenne a Piom- bino e vi restò sino al 24, prendendo pos- sesso del principato temporale per la chie- sa romana. Nel seguente con una ga- lera, Alessandro VI co'6cardinali si tras- ferì all'isola dell'Elba e vi rimase sino al- la sera de' 26, nella quale si restituì a Piombino. A'27 domenica 3.a dt quare- sima fu parato l'altare maggiore della chiesa di s. Agostino con croce preziosa, ed ivi il cardinal Borgia celebrò pubbli- camente la solenne messo (come nella pie* cedente domenica avea fatto nel palazzo di Corneto) in paramenti violacei pre- iiosi, assistito dal diacono e suddiacono come nella cappella pontifìcia, ed il Pa- pa v'intervenne vestito di piviale e mitra preziosa con altri 5 cardinali, 3 de'quali assisterono il Papa, due da diaconi e uno

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da \ .°pretc; gli altri due cardinali e il du- ca Borgia sederono in banco ordinario, tutti i cardinali avendo assunte le cappe. A' 28 febbraio partirono a cavallo per Corneto il vescovo di Nami Guzman fa- migliare pontificio, con altri 100 fami- gliari pontificii. Il i.°marzoAlessandro VI entrò nella sua galera co' 6 cardinali, il sagrista e gli altri famigliari; il duca Bor- gia colla gente sua montò in altra gale- ra. Voluerunt navigare solatio: super- venit tempus contrarium^ex quo non pò- tuerunt secare navigare, nee voluere re- dire Plumbinum. Manserunt propterea in galeis usquein diem veneris \mar- tii supradicti, quo in mane ante diem arripuerunt iter versus Portimi Ilercu- lis (situato nell'estrema punta orientale del Monte Argentalo, già promontorio Cosano, nella diocesi di Soana), in quo e- ratpulcherrima navis anglicana, quam vidit Papa ab extra, sed noluit in ca ascendere, et mansit ibidem illa nocte. Sabbatho 5 martii licei mari, et tempo* re turbato ambae galeae prosecutae sunt iter suum versus Cornetum, adeu- jus conspectum applicuerunt. Dux na* vis periculum suspicatus circa horam prandii descendit de galea ad barchet- tam, in qua venit in terram, et misi t prò equis Cornetum j post quorum adven* tum equitavitCornetum: Papa vero cum galea sua non potili t attingere por tum j ex quo omnes in galea per ferriti, et ex lurbatione maris commoti hinc et inde in galea, sunt prostrati, solo Papa dem~ pto, qui in sede sua in puppifirmiter, et intrepide sedens perpexit omnia; et cum mare versus galeam forlitcr sae- viret,dicebatPapa, Jesus, et signo cru- cis se signabat. Inlerpellavit saepe nau- tas, uteibum parar cut prò prandio, quo propter maris perturbationem, et venti continuationem ignem fieri non posse excusabantj tandem mari aliquantu- lum pacificato frìxcrunt certo pisces, quosPapacomedit. In scro ejusdem sab- bathi Papa in galea sua cum comitiva

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rcdiit ad Portimi TTereulis, et Uhi no- rie misi tCorne limi prò equitaturis,quae in dominion sequenii venerunt.Domini- ca IV quadratesi mac 6 mensis martiis SS. D. N. cum eardinalibus audivit mis- sam rectoris parochiae Portus Hercu- lis in quaderni Ecclesia, sive Sacello, ubi cani legitc. . . . Feria i circa 3 oram noeti s SS. D. N. cum eardinalibus ', et familia sua verni Cornctum, ed ivi re- stò sino al mercoledì, e nelle ore pomeri- diane passò aCivitavecchia,ovedormìco* 6 cardinali e il duca. A' i o andò a Palo e vi pernottò, rientrando in Pioma nel seguente. Dopo tultociò Jacopo IV nello stesso i5o2 si rivolse all'imperatore Mas- similiano I, e ottenne per se e pe'suoi e- redi l'investitura del principato di Piom- bino, dove fortunatamente ritornò nel i5o3. Imperocché i piombinesi avendo inteso che Alessandro VI era morto a' 1 8 agosto, ribellatisi a'ministri del duca Va- lentino, a'21 coU'aiutode'fìorentini cac- ciarono dalla rocca e dalla loro città i sol- dati di quel prepotente eambizioso tiran- no ei suoi uflìziali. Inoltre Jacopo IV, al riferire dell'encomiato Repetti, invocò e ottenne pure la prolezione di Filippo I re di Spagna e figlio di Massimiliano I, per essere succeduto nelle ragioni de' re di Napoli (sarà meglio ritenereFerdinan- do V d'Aragona il Cattolico; egli fu re di Napoli e di Sicilia, e non Filippo I, e si recò a Napoli neli5o6), quaudo ivi si porlòneIi5o7(era morto neli5o6)sbar- eòa Piombinoinvitatovidalui,nelIaqua- le occasione il re lo dichiarò generale e gli affidò il comando di 4°° ^ant' sPa" gnuoli ch'erangli già stali inviati permet- tersi in guardia da'genovesi. Finalmente con diploma di Massimiliano,degli 8 no- vembre 1 509, la signoria di Piombino fu dichiarala feudo imperiale, con facoltà a Jacopo IV e a tulli i suoi successori di poler coniare monete d'oro e d'argento. Nel 1 5 1 1 Jacopo IV prima di morire ot- tenne dagli anziani e dal popolo di Piom- bino, che tosse riconosciuto successore nel

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principato il figlio Jacopo V. Sposato que- sti a Maria d'Aragona, figlia del duca di Villa Hermosa e nipote di Ferdinando V, e restato vedovo si maritò successivamen- te a Emilia e Clarice sorelle Hidolfì, ni- poti di Leone X, e per ultimo celebrò le nozze con Elena Salviati che gli die suc- cessione. Ottenne dall'imperatore e re di Spagna Carlo V l'investitura dello stato di Piombino co'concessi privilegi^ di po- tere aggiungere nel suo stemma l'aquila imperiale. Fino al 1 53g le tenute di Valli e Montione restarono unite alla camera apostolica, quando il cardinal Alessandro Farnese amministratore vescovile di Mas- sa le conseguì per quella mensa dallo zio Paolo III. Si oppose Jacopo V, in guisa che il cardinale imploiò il braccio seco- lare per entrarne in possesso, ma inutil- mente; mentre il signor di Piombino non solo reclamò l'alto dominio dell'impera- tore, ma impegnò in quest'affare Cosimo I duca di Firenze, col quale avea contrat- tato il fitto delle miniere di Montione: contullociò Cosimo I dovè sospendere l'e- sca vazioni. Pe'maneggi di Francia e de* turchi temendosi neh 534"» imminen- te disastro in Italia, Carlo V ordinò a un suo generale che insieme a Cosimo I po- nesse il litorale toscano in istato di più sicura difesa, onde al duca di Firenze fu aifidato l'incarico di guardar Piombino e tutta la sua costa. All'avvicinarsi della flotta turca, Jacopo V permise per neces- sità che truppe medicee, sotto il coman- do del capitano Otto da Monlauto, pre- sidiassero Piombino, le quali comincia- rono ad aumentarne le fortificazioni. Av- vicinatasi la poderosa flotta turca coman- data dal feroce e abile corsaro Barbai os- sa, fortunatamente il vento contrario gli impedì l'ingresso nel canale di Piombi- no, ma si diresse sventuratameule sulla vicina isola dell'Elba, ove il pascià rila- sciò all'arbitrio d'un brutale equipaggio e di un'indomita soldatesca turca ogni li- bertà di fare sopra quegl' infelici isolani severa vendetta. Nel i535 il pascià Bar-

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barossa di nuovo veleggiò sull'isola del- l'Elba, e giunto a Porto Ferraio spedì un naviglio a Piombino, per rinnovare la ri- chiesta del fanciullo figlio di Sinai» pa- scià, che preso da una galeotta piombi- nese era stato battezzato e godeva l' af- fètto di Jacopo V, in cambio del quale e- sibì la liberazione di tutti i cristiani deb lo stalo di Piombino ch'egli teneva schia- vi. Couvenuti su tale riscatto, s'mviaro- 110 dal pascià 12 galere turche a Piom- bino per ricevere il prediletto giovinetto, il quale appena messo il pie sopra la ga- lera del comandante fu abbracciato da tutto l'equipaggio, e salutato da una sal- va generale dell' artiglierie e da stre- pitose acclamazioni. Dopo tale tripudio l'armata turca salpando alla volta di Le- vante, lasciò i piombinesi e le marem- me toscane. Liberato in tal guisa lo sta- to degli Appiani dal Darbarossa, il du- ca di Firenze fece chiedere a Carlo V la consegna libera di Piombino, sia pe'ser- vigi resi, sia perchè non vi era sito più opportuno di quello alle flotte delle po- tenze nemiche, le quali nutrissero bra- ma di conquistare la Toscana o il regno di Napoli. Carlo V nel i5^.5 incaricò il generale spagnuoloDe Luna di trattare coll'Appiauo della cessione e ricompensa del suo stato; e siccome Jacopo V cadde gravemente infermo, il generatesi assicu- rò del suo stato appena morto, occupan- dolo in nome dell'imperatore per conser- varlo al pupillo Jacopo VI figlio del de- funto. Per questo stato di cose Cosimo I insistè vieppiù coli Carlo V per la cessio- ne,onde rimperatore,ch'era unode'tuto- li di Jacopo VI, ingiunse al De Luna di prender possesso formale dello stato di Piombino, senza che fosse ceduto a Co- simo 1, mentre dovea mantenere il presi- dio spagouolo e curare le fortificazioni con dispendi. Impegnato Carlo V colle guerre contro i protestanti, nel 1346 ottenne da Cosimo 1 l'imprestilo di 200,000 scudi, con promessa di dargli 1' investitura e il possessodi Piombino dentro 9 mesi. Scoi-

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so senz' effetto il tempo, per le lagnanze di Cosimo I l'imperatore fece trattare con d. Elena Sai viali tutrice del figlio Jacopo VI, la permuta dello stato e il compenso; ma essa virilmente si ricusò , essendo in corrispondenza co'francesi. Intanto Car- lo V incaricò il duca di Firenze della di- fesa dell'isola dell'Elba e la fortificazione di Porloferraio, e poi con diploma de'4 maggio i54& lo investi dello stato di Piom- bino qual feudo imperiale, non ostante le proteste di d. Elena; onde Cosimo 1 lo fece, occupar dalle sue truppe e deputò in governatore politico ecivile Girolamo Al- bizzi. La vedova di Jacopo V, appena ri- tiratasi a Genova, spedì alla corte di Spa- gna il figlio Jacopo VI, già prossimo al- l'età maggiore, affinchè assistito dall'ope- ra de'genovesi e del confessore di Carlo V, colla sua presenza potesse ispirare nell'a- nimo dell'imperatore il pentimento d'a- ver ordinato un atto contrario alla giusti- zia. Infatti vi riuscì, e Carlo V non tardò di comandare a Cosimo I la restituzione dello stato e fortezze di Piombino, dichia- rando d'aver ecceduto ne'poteri metten- dolo in possesso di quella signoria. Colpi- to Cosimo I di così repentina mutazione, inutilmente fece rammentare a Carlo V la sua fedeltà e il vistoso credito di circa 4oo,ooo ducali; ed a'24 luglio 1 548 do- vè riconsegnare allo spagnuolo Mendoz- za la piazza col distretto di Piombino, a riserva delle fortilicazioni del Porloferra- io e dell'entrate del ferro di quell'isola sta- te a lui affittate, previa la promessa di re- stituirle ad ogni ordine dell'imperatore, purché questo fosse accompagnato dal rimborso dell'imprestilo e delle spese.Con- titillarono le truppe spagnuole a ritenere Piombino a titolo di deposito, finché Ja- copo VI non ricompensasse Cosimo I de- gl'iraprestiti e spese fatte. Però nel 1 552 trionfando i francesi sugli spagnuoli, il duca d'Alba fece comprendere a Carlo V essere necessaria l'amicizia di Cosimo I, e dargli qualche soddisfazione nelle penden- ti turbolenze de'sauesi. Quindi non puleu

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do il Mendozza difendere bastantemente Piombino dalla flotta turca e del princi- pe di Salerno, gli ordinò l'imperatore di mettere in possesso dello stato il duca di Firenze a titolo di deposito e custodia, con l'obbligo di restituirlo ad ogni richiesta: laonde a' 1 2 agosto Signorotto da Mon- tatilo generaledel duca prese formale pos- sesso di Piombino , Populonia, Scai lino, Suvereto e Burlano in terraferma, di Piio, Capoliveri, Marciana, Poggio ed annessi, oltre Cosmopoli o Portokrraio nell'isola dell'Elba. Indi per tale acquisto Cosimo I nel 1 553 sborsò a Carlo V altri 16,000 ducati d'oro. Terminata la famosa guer- ra di Siena e la consegna di quella città col suo territorio a Cos'uno 1, questo prin- cipe in vigore del trattato di Londra dei 29 maggio 1 557 fu obbligato di cedere lo >tato di Piombino agl'imperiali per resti- tuirsi agli Appiani ,, tranne Porloferraio con due miglia quasi di circuito, il quale fu lasciato liberamente al duca di Firen- ze. III. "agosto i559 Girolamo naturale di Jacopo V prese possesso di Piombino e del suo stalo per Jacopo VI d'Aragona di lui signore, e questi nelP ottobre con giubilo de'piombiuesi ritornò alla residen- za de'suoi antenati. Due anni dopo lo stes- so Jacopo V 1 ottenne dall'imperatore Fer- dinando I, oltre la conferma dell'investi- tura del fendo, la legittimazione del suo figlio Alessandro, abilitandolo co' figli di poter succedere nella signoria di Piombi- no, a paltò di ricevere nella Cittadella di Piombino una guarnigione spaglinola. Nel i 564 Jacopo VI fu eletto dal duca di Fi- renze generale delle sue armale die guar- davano la cesta inaiittima, e poi dichia- rò il proprio figlio Alessandro luogotenen- te nel governo di Piombino e di tutto lo stato; ed alla sua mot te fu solennemente riconosciuto per signore. Non era appena Alessandro salito sul li 0110 paterno, quan- do cominciò a rendersi intollerabile a' vas- salli sino al punto d'essere trucidato a'28 settembre 1589, Pel" npera di molti con- giurali delle primarie famiglie. Gli anzia-

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ni e il popolo di Piombino si trovarono in libertà d'eleggersi un altro signore, e preposti il granduca di Toscana e la re- pubblica di Venezia, prevalse il parti lo dei congiurati d'offrire al comandante della guarnigione spagnuola la sovranità di Piombino. Questi però l'aceettò in nome di Filippo II re di Spagna, mentre il gran- duca Ferdinando I procurò die la vedova d. Isabella Mendozza e i figli dell'ucciso fossero sai vati dal furore de'congiurati (on- de sembra calunnia l'incolpazione ad. Isa- bella d'aver fatto barbaramente trucida- re il marito, cedendo alle insinuazioni del comandante spagnuolo suo amico), e che i popoli dell'Elba e quelli di terraferma limitrofi al suo stalo si mantenessero fe- deli al pupillo Jacopo Cosimo a cui spet- tava la successione. A 'reclami (alti a Fi- lippo II, si rispose con aumentare il "pre- sidio d'Oibetello, coil'occupazione di Ilio e delle sue miniere del granduca che l'a- vea inappaltodall'uccisoAlessancho. Non- dimeno nel 1591 furono arrestati molli complici dell'assassinio, e si ottenne dal governatore spagnuolo la consegna di Piombino e dello stato a nome del pupil- lo che si chiamò Jacopo VII, sotto la tu- tela dello zio Alfonso d'Appiano d'Ara- gona. Nel i594 Jacopo VII ottenne dal- l'imperatore Ridolfo II, oltre l'infeuda/.io- ne di Piombino, l'erezione del suo stato in principato, ma senza successione morì di 22 anni nel 1600. Estinta la linea so- vrana degli Appiani, insorsero varie con- troversie perla moltiplicitàde'pretenden- li, tra 'quali 3 figli di Carlo Sforza d'Ap- piano discendente di Jacopo III, d. Isabel- la d'Appiano sorella di Jacopo VII, oltre altri, i quali lutti attendevano che l'im- peratore Ferdinando II, a cui era stata ri- messa la causa, vi provvedesse. Ma Fer- dinando II dopo aver con decreto della camera aulica nel 1624 dichiarata l'inve- stitura del feudo di Piombino in favore di detti figli di Carlo Sforza, il cui ceppo esiste tuttora in Piacenza, obbligandoli a prendere la sotlo investitura dal re di

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Spagna col pagare a titolo di laudemio 800,000 fiorini del Reno alla camera im- periale , non trovandosi i nuovi investiti in grado di sborsare quella vistosa som- nia,dopo prorogato il tempo del pagamen- to, finalmente l'imperatore dichiarò i 3 fratelli Sforza d'Appiano decaduti da o- gni diritto al feudo. Finalmente con de- creto de'24 marzo i634,dato in Napoli nel palazzo reale., dagli ambasciatori straordi- nari dell'imperatore Ferdinando 11 e di Filippo IV re di Spagna, fu investito del feudo di Piombino d.NicolòLudovisi prin- cipe di Venosa e nipote di Gregorio XV, ivi presente e" accettante per se e pe'suoi figli ed eredi tanto maschi quanto fem- mine, con l'obbligo di pagare in due tem- pi determinati alia camera aulica un mi- lione dì fiorini del Pveno, secondo il nar- rato da Repetti. Altri poi dicono, che l'im- peratore dispose del principato a favore degli eredi IMendozza, da'quali l'acquista- rono i Ludovisi, attinenti anch'essi per via di femmine agli Appiani. Quindi il prin- cipe d. Nicolò Ludovisi a'20 maggio del lo stesso ib34 fece prendere formale pos- sesso di Piombino e degli altri paesi di quello stalo. Gli successe nel 1670 il figlio d. Gio. Battista Ludovisi, che fu padre di d. Nicolò M.a lasciato successore di lui nel 1679, e moiì »u elà pupillare. Suoi eredi furono i riportati a Ludovisi famiglia e Jjon compagni famiglia, poiché per mari- taggio le ricchezze, le prerogative e il prin- cipato di Piombino de'Ludovisi si com- pendiarono ne'Boncompagni discenden- ti da Gregorio XII 1. 1 Boncompagui-Lu- dovisi ottennero da'redi Spagna succes- sivamente l'investitura del feudo princi- pesco di Piombino. In Piombino rimase sempre la guarnigione spagnuola, finche l'imperatore Carlo VI giunse a discacciar- nela, in conseguenza della guerra di suc- cessione alla monarchia di Spagna e quale pretendente escluso; ma però l'infante di Spagna Carlo re di Napoli e di Sicilia ne riconquistò il diritto in seguilo. Quando 1 priucipi Ludovi&i-Boncompagui, dopo

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l'occupazione del 1 799, furono spogliati da 'francesi dello stato avito,governavaoo il principato mediante due ministri, uno di giustizia e l'altro di finanze, mentre pel militare i piombinesi dipendevano dal co mandante d'una guarnigione napoletana compresa sotto il comandante de' reali Presidii del re delle due Sicilie, residente in Porto Lungone all'isola dell'Elba. Fu nell'estate 1 801 che i francesi impadroni' ronsi del Piombinese dominio prima in terraferma e poi nell'isola dell'Elba, e che invece d'incorporarlo ai nuovo regno d'E truria, come si prometteva col trattato di Luneville de'9 febbraio 1801, lo aggre- garono al loro impero, finché a' 16 marzo 1 8o5 l'imperatore Napoleone I qual fèu- do dell'impero francese diede Piombino col restante del suo stato nel continente a Elisa di lui sorella, moglie di Felice Ba- ciocchi, e loro discendenti maschi, i quali coniugi poco dopo, mediante il trattato di Bologna de'23 giugno 1 8o5,furono boati* nati anche priucipi dell'estinta repubbli- ca di Lucca. Qui noterò col eh. anualista Coppi , che nel 1 80 1 Portoferraio con guarnigione inglese, fu bloccato da'frau- cesi insieme all'isola dell'Elba, e l'ebbero in forza pure del trattato di Londra con- cluso nell'ottobre: quindi i francesi occu- parono tutta l'isola dell'Elba, con gravis- simo danno de'principi Boucompagni-Lu - dovisi. Avea il re di Napoli ceduto a Frau eia Porto Longone etuttociòche poteva appartenergli nell'isola dell'Elba, unita- mente al principato di Piombino, e allo slato de'Presidii in Toscana, onde la re- pubblica ne disponesse a piacere. Di con- seguenza Bonaparte i.° console della re- pubblica, occupò pure le proprietà parti- colari del principe di Piombiuo. Questi reclamò al re di Napoli, il quale trovate giuste le laguauze, e confessato d'aver ce duto il suo e le altrui proprietà, invitò il principe a ri volgersi ali. "console, rua que- sti Io rimandò al re come signore diret- to e cessionario. Ad onta che il re inter- pose i suoi buoni uffizi con Francia , ad

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onta tutte le posteriori rappresentan- ze,tulto fu inutile. Ed il principe di Pioni, bino per un trattato concluso fra due go- verni senza il suo intervento , perde un patrimonio che i suoi antenati neh 634 aveano comprato per la somma d'un mi- lione e cinquanta mila fiorini, e che al- lora gli rendeva 273,000 fianchi all'an- no, come afferma lo stesso Coppi citan- do Martens. Nel 1 8 1 4 alla caduta di Na- poleone I, il principe d. Luigi Boncom- pagni-Ludovisi a mezzo dell'avv. Vera ro- mano reclamò al congresso di Vienna la rapitagli sovranità di Piombino; in guisa che se coll'articoloioo di quel trattato fa convenuto neh8i5 che il suo priocipa- tovenisse incorporato in sommo dominio e sovranità al granducato di Toscana, vi fu anco la condizione che il principe Bon- compagni-Ludovisi dovesse ricevere dal granduca una compensazione annua pei suoi beni allodiali e per le miniere dell'i- sola dell'Elba, comprese le usine e saline, ovvero altrettanti fondi e somme di de- naro costituenti una rendita eguale; il che ebbe effetto mercè d'una convenzione spe- ciale terminata nello stessoi8i 5 sotto la garanzia imperiale , restando il titolo di Prìncipi di Piombino a* Boncompagni- Ludovisi, che in Roma risiedono nel Pa- lazzo Piombino (V .). Ecco poi come l'en- comialo Coppi riporta l'operato del con- gresso di Vienna sul principato di Piom- bino. Dichiarò che il principe Ludovi- si-Boncompagni conservasse per se e i suoi legittimi successori tutte le proprie- tà che la sua famiglia possedeva in que- sto principato, nell'isola dell'Elba e nel- le sue dipendenze prima dell'occupazio- ne francese del 1799 ; e che fosse inol- tre indennizzato dal granduca di Tosca- na, per la supremazia concessagli e sovra- nità del principato di Piombino e sue di- pendenze, di tutte le rendite che la sua famiglia percepiva da'diritti di regalia pri- ma del 1801. Dipoi il principe di Piombi- no cede tutti i suoi beni e diritti al gran- duca, e ne ritrasse la somma d'800,000

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scudi romani. Dopo tuttociò il granduca di Toscana Ferdinando II I incaricò il cav. Federico Capei a prendere formale pos- sesso dello stato di Piombino col fare di questa città la residenza d'un vicario re- gio, la cui giurisdizione civile e crimina- le non oltrepassa il perimetro territoria- le della sua comunità. Il distretto però di Piombino continuò a fare parte come iu antico del compartimento di Pisa, finché con moto proprio granducale de' 3i di- cembre i836 fu aggregato al comparti- mento di Grosseto.

Nel granducato di Toscana, ad ecce- zione delle coste, lunghesso le quali sten- donsi le Maremme, pianure basse, palu- dose, quasi deserte e malsane (migliora- te in notabile buona parte anche dal re- gnante granduca, come dissi a'Iuoghi lo- ro, e andrò riferendo in progresso del- l'articolo), dal mare separate per mezzo di colline di terra d'alluvione formate dal flusso e riflusso, e che hanno una super- ficie di circa 33o leghe quadrate, il ri- manente di questa ridente e feconda con- trada gode di piacevole temperatura e sa- lubre, ed è montagnosa: la catena degli A pennini penetrandovi al nord, riesce ai- Test, dopo mandato nell'interno nume- rose ramificazioni, tra le quali aprousi a- mene e fertili valli, e vi forma losparti- mento delle acque tra "baci ni del mar Tir- reno e del mare Adriatico: al 1 ."apparten- gono la Serchia, che non fa che bagna- re l'estremità nord-ovest; l'Arno, il fiu- me più importante, che traversala par- te settentrionale dall'est all'ovest; l'Ora - broneal sud, ed il Tevere all'est, che qua - si subito penetra negli stati pontificii. Dal mare Adriatico dipeudono il Reno, il Se- nio, il Montone e altri, i quali più non hanno in Toscana che le loro fonti. Al- l' est presentasi il rialto elevato e palu- doso d'Arezzo, notabile pel lago che n< occupa il centro, e le cui acque scolano ad una volta nelF Arno al nord, per la Chiana toscana, e nel Tevere al sud per la Chiana romana. L'avv. Castellano nei

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suo Specchio geografico, chiama I1 Ar- no primo fiume della Toscana, il quale scaturisce dalla montagna di Falterona, e dopo un corso di 7 leghe volgesi al nord- ovest, e quindi verso Fireuze prende la direzione occidentale per gittarsi dopo Pisa nel Mediterraneo. Delle 55 leghe che percorre, la metà è navigabile con zat- tere e piccole barche : un canale pratica- to neli6o3 ne agevola il tragitto da Pi* sa a Livorno. Dice suo principale influen* te il Chiana, considerabile palude che ra- dunando l'acque de'monti ve ne scarica la maggior parte, e versa la minore nel Tevere. Gli altri tributari suoi sono l'Am- bra, il Sieve, il Pesa, l'Eoa, l'Elsa, l'E- ra, il Biseuzio e l'Ombrone pistoiese. Si scaricano inoltre direttamente nel mare il Magra, che muovendo dagli Apennini inette foce presso il golfo della Spezia, e segna il confine tra gli stati Toscani e Sar- di; il Serchio che dagli stati di Modena e Lucca scende uel territorio pisano, e l'Ombrone sanese che bagna le marem- me, e non lungi da Grosseto termina il suo corso. Infiniti poi sono i torrenti, le immane e ruscelli minori, che innaffian- do le campagne si fanno strada al mare. Le più salutifere minerali sorgenti flui- scono nei territorio pisano e lucchese. An- ticamente la Toscana facendo parte del- l'Etruria o paese degli etruschi o etru- sci, questi davano il loro nome a'due ma- ri d'Italia, poiché uno appellavasi Mare Tuscum, e l'altro Mare Adriatico dal nome della loro possente colonia di Ha- driaì della quale riparlai a Rovigo, nel- la provincia da'romani poi detta Trans- padana. E' la Toscana senza contraddi- zione una tra le più belle parti dell' I- talia (F.), venendo chiamata Firenze il Giardino d'Italia; eppure, a lato di fer- tili pianure amene sorgono talvolta ari- de e tristi monlagne.U terreno di alluvio- ne onde il suolo toscano si forma, osser- va il Castellano, poco risponderebbe alla coltura senza l'operosa industria de' co- loni, che si valgono del concimo anima-

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le, e del sovescio o concime vegetale, per vincere la sterilità generale. Tutta volta vi si fanno raccolte ubertose e abbondanti, poiché s varia tissimon'è il suolo e reso col- le lavorazioni generalmente pingue; col- tivandovisi particolarmente grano, raaiz, granturco, patate, le piante leguminose massime le fave e piselli, per non dire al- tro; il riso coltivasi nelle parti paludose. I principali frutti e più abbondanti sono l'uva, le olive, le raelaraucie, i limoni, i fichi e altri. I vini di Toscana sono ge- neralmente buoni , e come più generosi e squisiti, quasi tenendo il primato in I- talia, si considerano V aleatico, il chian- ti, il canaiolo, il moscatello; l'olio è un prodotto importante, come rimarchevo- le è quello de'bachi da seta. Ne'siti alpe- stri suppliscono al grano le castagne. Ol- tre del fieno de'prati si fa uso dell'erba medica, e della lupinella seminata nelle pianure, mancauo il lino, la canape, la robbia, il guado e altre utili piante. So- no gli oli veti assai fiorenti, le varie spe- cie d* alberi fruttiferi vedonsi sparse ne' frequenti verzieri, e ne' molteplici gelsi trova pascolo il baco da seta. Precipua- mente si resero benemeriti dell'agricol- tura, Cosimo I, Leopoldo I, Ferdinando II 1 e Leopoldo 1 1, per quauto fecero splen- didamente a migliorarla e in ispecie nel- le Maremme, anche per rimuoverne l'in- salubrità. Non è l'agricoltura moutata sopra un gran piede, tuttavolta i sagaci abitanti spiegano molta maestria e indu- stria iu certe occasioni, singolarmente nel- l'irrigazione delle loro terre. I ruscelli e torrenti che scendono dagli Apenniui,do- po le grandi pioggie, trascinano seco mol- ta fanghiglia e arena, che colmandone i letti, cagionano inondazioni e danno ori- giue ad impaludamenti : oggi i toscani e- vitano l'uicon veniente per via di dighe e incassature ingegnosissime. L'orticoltura e giardinaggio souo praticati a perfezione mediante l'artificiale irrigamento,ed han- no luogo ne' chiusi ricinti copiosi agru- mi, ed uua quantità prodigiosa di fiori di

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tulle le specie, singolarmente a Firenze, onde si fa traflico in qualunque stagione. Sonovi buoni pascoli sulle sponde de'fiu- ini e nelle Maremme: il numero de'ca- valli, pecore e bestie cornute è assai con- siderabile, onde se n' esporla nelle altre parli d'Italia quantità grande. 1 cavalli io generale sono di mediocre qualità, es- sendo migliori i muli, gli asini, le capre, porci. Si mantiene la razza del bestia- ine grosso mediante l'importazione rego- lare di bestie svizzere; la lana delle pe- core ordinariamente è grossolana. Osser- va l'avv. Castellano, che non solo in To- scana abbonda il bestiame grosso e mi- nuto, ma che la sola Maremma nudrisce piùdi3oo,ooo pecore, più di 3o,ooo ca- valli ; ed un numero copiosissimo di buoi e maiali si traggono dal Casentino, i cui monti somministrano pure ottima e sva- riata selvaggina. I dintorni di Pisa, sino dalla metà del secolo XVII, posseggono ima mandria di cammelli. Non è la To- scana ricchissima nelle miniere di metal- li, però vi si trova del rame, del piombo e del mercurio, già avendo celebrato l'i- sola dell'Elba per le sue famose minie- re di ferro. Gli A pennini danno cave no- tevolissime di marmo, alabastro, cristal- lo di rocca e salgemma; come anche pie- Ire calcaree, arenarie, ed una specie di macigno detto pietraforte, che adoperasi ne'migliori toscani edifìzi. Meritano spe- ciale menzione le così dette pietre Paesi- ne, veramente singolari, poiché e natu- ralmente nella loro superficie presenta- nosvariali quadri rappresentanti vedule campestri, paesetli, castelli diruti, caso- lari, bufère ed altre cose curiose a veder- si. Parte importantissima delle produzio- ni naturali del suolo toscano sono le mol- te e svariate acque minerali e termali, delle quali è largamente fornito, edica- cissimea moltissime infermità, anche cro- niche, per le quali hanno meritamente acquistalo fama principalmente gli stabi- limenti di Cascia IMI, Chianciano e Mon- tecatini. A voler nominare soltanto le di-

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verse specie di tante acque converrebbe fare un lunghissimo elenco, come nume- rosi sono gli scrittori che le analizzarono e celebrarono a vantaggio della sofferen- te umanità. Mi limito dunque a ricorda- re che l'egregia opera del benemerito Re- petti, di tulle le acque minerali e termali ne opportune notizie, rammentando pure gli scrittori delle medesime. La cava sola del sai borace è una sorgente di ric- chezze per il paese, ed è riconosciuto nel commercio perla migliore qualità che si conosca. Presso la terra di Marradi nella Romagna Toscana, ed a non lunga di- stanza dal poco considerevole fiume no- matola I3ura,che scende per iscorrere nel- la sottoposta valle da essa Valbura chia- mata, e per andare ad unire le sue acquo a quelle dell' A mone, olfresi un impor- tante e grazioso spettacelo, che dilettan- do gradevolmente la vista desta l'interes- se de'riguardanti. Fatta copiosa la Buia dalle acque dell' A mone, e resa perciò più orgogliosa e rapida, muta spumante le onde con istrepitoso declivio, e sbocca a traverso un selvoso in parte nudo ine- gualmente scosceso masso, in cui improv* visamente rompendo djvidesi in più brac- cia, che romoreggiando precipitano fra gli annosi tronchi e gli scogli acuminati. Queste ripetute cascatesi hanno foggia- to altrettanti cavi bacini, che cadenti ac- cogliendole in seno, ad altri nuovi sotto- stanti più larghe le versano con sempre leggiadre e sempre scherzevoli pompe ove perpendicolari, ove serpeggianti, ove a ventaglio scorrenti. Che se il sole inve- ste co' raggi que' voluminosi fiocchi suo- nanti, sorprendente è la meraviglia per le iridi molteplici e vivissime, mentre le onde ripercosse da slanci impetuosi, e sollevati gli spruzzi in minutissime stille, quasi a riverbero delle iridi maggiori, ne creano infinite movibili, che salgono, di- scendono, s'incrociano, si modificano a mille guise, presentando indicibili acci- deuti all'occhici ucantato del paesista, che a traverso di tante vivacità di colori ve-

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de nell'inverno le masse di gelo vestir for- ine diverse, tutte nuove, bizzarre e so- lide. Così nnche la Toscana vanta la sua cascata di acque,in quella deliziosa di Val- bora, circondata da austera maestà na- turale. Fra le manifatture della Toscana, Firenze somministra lavori di stucco, mar- mo e alabastro, bellissimi musaici in pie- tra dura, lavori di metalloe incera, galloni d'oro e d'argento fini e falsi, tabacco, sete- rie rinomate, taffetà, raso, drappi lisci e o- perati, ombrelle, calzette, alcuue stoffe di lana, begli arazzi, cappelli di paglia stimati i migliori d'Europa, utensili di ferro, ool- triaratorii, vasi particolari d'argilla, con- fetture,birra, fiori finti, vetri, saponi, car- rozze, essenze, liquori, finissime porcel- lane e altro. Lucca fa grande commercio d'olio squisito, e produce manifatture ec- cellenti d'ogni sorte di tessuti di lana, co- tone e seta. Pisa, già principale emporio italico del Mediterraneo, ha i suoi pro- dotti, così Siena e le altre illustri città e luoghi della regione. Livorno sommini- stra copiose manifatture di corallo e sa- pone. Empoli le porcellane e altre stovi- glie, Pescia la carta, Volterra marmi e ala- bastrine. ec.Livorno,PortoferraioePioui- bino sono i principali porti della Toscana: ih.°fa da se solo quasi tutto il commer- cio marittimo del paese, e se ne esporta- no cappelli di paglia rinomati, legnami da costruzione, potassa, sego, seta grezza, canapa, tela da vele, olio, vini, lavori d'a- labastro, formaggio, ferro, pelli ec. I to- scani generalmente sono ben fatti e tra tutti gl'italiani notabili per la dolcezza del tratto, la civiltà delle maniere, la fran- chezza mista a innata urbanità; sono al- tresì industriosi e di sottile ingegno; atti agli affari, accorti, economi e sobrii. Le donne sono belle e bene educate, di modi gentilissimi. EinToscaoa,e singolarmen- te in Siena con maggior grazia ed elegan- za, che parlasi più puramente la sonora e soave lingua italiana, la più armonio- sa delle lingue; ma un accento uaturale spietatissimo la fa parere talvolta alquau-

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to ingrata a quelli che hanno dimorato in Roma, dove la pronunzia è d'una dol- cezza notabile, sicché ne provenne l'an- tico'e comune detto: lingua toscana in bocca romana, per significare la purez- za eia grazia insieme congiunte alla mae- stàdella pronuncia. Idioma che un moder- no qualificò bellissimo sopra tutti, e che fu maestro al mondo di sapienza e di civil- tà; e rilevando che i toscani sono maestri della lingua domestica. Dell'origine e grandi pregi della Lingua italiana o tosca- na o volgare, ne riparlai a Scrittura, nel *vol. LXXI, p. 1 3 i , e altrove, celebrando i siciliani e i toscani benemeriti della me- desima, ed eziandio a Teatro pei soave uso che ne fa la Musica profana ; come- che eminentemente adorna di bellezze e ricchezze, armonia e maestà, forza ed e- spressione. Egualmente notai a'suoi luo- ghi, quanto la Crusca, che in Firenze si attribuì il sacerdozio della patria lingua, fu sempre e anco attualmente intenta (per quanto riportai nel voi. LX1II, p. 1 8) al- la sua perfezione, ed alla conservazione della sua purezza e riputazione, coll'in- cremento di nuove voci, e colla rimozio- ne di corruzioni e viziature. I caldi ama- tori e ammiratori dell' italiano idioma, onde primeggi elevato gloriosamente fra' viventi linguaggi, si accendono d'ira e di sdegno magnanimo, vedere fatalmen- te di frequente noi italiani, riuegar le so- vrane bellezze del nativo e nobilisimo i- dioma, per correr dietro pusillanimi e sbrigliati a'vocaboli stranieri ed a' fran- cesumi, in che si delizia 1' età moderna; contribuendo con tal vituperio al quoti- diano decadimento di nostra favella, po- nendo così in non cale la maggior gloria che la nemica fortuna non potè rapirci, e distruggendo quasi il solo monumento che ancora rimane in piedi dell' antica nostra grandezza, e tutto questo mentre con aperta contraddizione ci vantiamo italianissimi. La Toscana conserva l'an- tico suo splendore, poiché le lettere, le scienze e le arti vi godettero sempre prò-

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tezione e incoraggimento. Firenze, In gen- til metropoli del granducato, si suole chiamare per più rispetti P Atene d' I- talia. Le lettere, le scienze e l'arti belle sono tuttora in Toscana felicemente col- tivate, ed a' rispetti vi articoli delle princi- pali città toscane lo celebrai, dicendo del- le accademie, università e stabilimenti scientifici, artistici e benefici che fiori- scono in questa regione gentile e tran- quilla, ed in progresso aggiungerò in que- sto articolo altre nozioni. Anche P avv. Castellano celebra l'amore delle scienze e delle arti ch'é stato sempre l'appannag- gio de'gentili abitatori della Toscana, da' quali attinse Roma antica i primi semi della civiltà e del pubblico diritto. Quin- di è che in ogni età vi fiorirono maestri in ciascun ramo dell'umano sapere, e la lo- ro mano ingegnosa seppe vivamente ani- mare i sassi e le tele. I famosi Orti Ru- cellai servirono di modello alle letterarie adunanze, e la prima scintilla di quella vivida luce, che dilatossi poi con inestin- guibili fiamme, balenò dalle sue antiche accademie del Cimento e della Crusca. Ben a ragione la Civiltà cattolica, i* se- rie, 1. 1 1 , p. 4^6, nel dare erudita contez- za di Tre scritti inediti e Intorno alcu- ne opere, di Leonardo Pisano matema- tico del secolo XIII, scritti e notizie pub- blicati dopo dotte e indefesse indagini dal eh. linceo d. Baldassarre Boncompagni- Ludovisi de'principi di Piombino, si e- spresse come segue. » Quel risorgimento delle lettere e d' ogni arte bella che ap- parve sì splendido nella seconda mela del quattrocento e toccò poscia nel cinque- cento il suo pieno meriggio, ebbe se ben si guarda la sua aurora fino a due otre secoli innanzi tra quelle ombre di tene- brosa ignoranza; in cui si suole rappre- sentare avvolta Petà di mezzo. Già se ne veggono i primi albori in sullo scorcio del XII secolo, i quali splendono poi nel XIII assai più chiari, e vanno quindi vieppiù crescendo di splendore e dilatandosi d'o- rizzonte nell'età segueute,beu che cou leg-

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di progresso non uniforme ma vario secondo il variare delle condizioni politi- che più o men favorevoli alla civiltà ri- nascente, e il più o men abbondare d'ec- cellenti ingegni atti a rigenerarla e cre- scerla. E l'Italia, come ognun sa, fu la pa- tria felice di questo incivilimento novel- lo; qui esso nacque, crebbe e grandeggiò dapprima, e quinci poi propagossi alle al- tre genti d'Europa, le quali non che o- sassero mai contrastarle una gloria bel- la, s'accordano anzi tutte nell'attribuir- gliela,e lei riveriscono qual madre e mae- stra prima della moderna col tura, come già dell'antica ri veri vasi presso gli anti- chi la Grecia. Ma se in Italia vi è con- trada a cui tocchi una parte più ricca di tal gloria, questa è senza dubbio la To- scana, terra feracissima in ogni tempo di grandi ingegni, cosicché egli è forse im- possibile di trovare in tutta la superficie del globo un egual tratto di paese che ne abbia mai generato altrettanti. Il che so- prattutto si avvera di quell'età, di cui ora discorriamo, che fu la prima delle ri- nate lettere, giacché dove mai troveran- nosi tanti e illustri intelletti quali e quanti ne partorì la sola Toscana in que' suoi secoli d'oro, che furono il secolo di Dante e quel di Lorenzo il Magnifico e di Michelangelo? Ora queste condizioni di tempo e di patria che accompagnaro- no il risorgimento delle lettere, delle arti e d'ogni più amena coltura, furono vere eziandio delle scienze naturali giunte og- gidì a mirabili progressi, e di quella in ispecie che tra esse è la più elevata e se- vera, voglio dire della matematica. An- ch'esse videro la prima luce della loro au- rora nella nostra ftaTiae principalmen- te in Toscana, e benché non pigliassero grande splendore se non nel secolo XVI f da Galileo e dalla sua celebre scuola, pur cominciarono fin dal secolo XIII ad al- beggiare e a crescere rompendo la folta notte in che si erano giaciute per tanti se- coli in occidente. " Innumerabili sono quindi i celebri e gl'illustri toscani che fio-

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rirono in ogni epoca per santità di vita e dignità ecclesiastiche, come narrai pre- cipuamente nelle biografìe de'santi, de' vescovi, de'cardinali e de' Papi, e di que- sti ultimi ne feci l'enumerazione a Pa- tria; non che per valorose gesta e mili- tari imprese'per tutti i rami delle scien- ze e dell'erudizione, in ogni arte mecca- nica e bella, virtù e magnanime azioni, de' quali ragionai alle loro patrie o di- cendo delle loro mirabili e numerosissi- me opere; il perchè se volessi solo indi- carne i celebrati nomi, certamente non sarebbe sufficiente un grosso volume. Gli ordini religiosi ch'ebbero dilla iti Tosca- na, furono seminari di santità, dottrina e virtù, e molti lo sono ancora; come le congregazioni de' Camaldolesi Eremiti e Monaci, de Vallombrosani, degli O- livetani, de' Canonici regolari, de Giro- lamini, de' Chierici regolari della Ma- dre, di Dio, dell'ordine òq Servi di Ma- ria, e di altri de'quali pure feci articoli, come de'toscani fondatori di altri ordini e congregazioni religiose, ed eziandio de' non più esistenti, come de' Girolamini eremiti di Fiesole (/r.). Anche il sesso femminile vanta in Toscana molte beate e sante, secolari e religiose. Nel bel pae- se vi sono quasi tutti gli ordini regolari di uomini e di donne, e possiede parec- chi santuari, di cui parlai a' loro luoghi. Il Riccardi nella Storia de' santuari pili celebri , tratta di quelli di s. Maria de'Mi- racoli a Lucca, di s. Maria dell'Umiltà e del Letto a Pistoia, di s. Maria delle Car- ceri a Prato,di s. Maria Annunziata a Fi- renze, di s. Maria di Monte Nero presso Livorno, di s. Maria del Conforto in A- rezzo, ed altre immagini miracolose del 1796. Inoltre delle sagre immagini pro- digiose della B. Vergine di tutta la To- scana, abbiamo V Atlante Mariano del p. Gmnppenberg gesuita, che ne discorre ampiamente. Nel santuario del monte Verna o Alvergna s. Francesco d'Asisi vi ricevè le ss. Stimate (f^.). Vanta la To- scana un ricco e inestimabile tesoro di

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musei di statue e altre sculture, di colle- zioni di rare medaglie e altri cimelii, di storia naturai»', di botanica, di anato- mia, di macchine di fisica; quindi vi so- no eziandio musei di fisica e storia natu- rale, di numismatica e di preparazioni anatomiche anche in cera e celebratissi- me. E' pur doviziosa di pinacoteche e insigni biblioteche con preziosi codici e mss., private e pubbliche, cospicui essen- do gli archi vii per monumenti di som- mo pregio istorico. Le città e le chiese sono ripiene de' capolavori dell' arte, sia nell'architettura, sia nella scultura, sia nella pittura e in ogni genere d'ornato. Nella Toscana si ammirano in gran nu- mero magnifiche chiese, sontuosi palazzi e altri edilizi, oltre i teatri. Molte chiese potino dirsi musei e pinacoteche, princi- palmente in Firenze, illustratedal p.Giu- seppeRicha gesuita, Notizie (sieriche del- le chiese fiorentine. Tutte le arti del di- segno fioriscono nella Toscana, che pos- siede pure notabili stabilimenti tipogra- fici. Bernardo e Domenico Cennini furo- no i primi che stampassero libri in Firen- ze; e il loro Virgilio col commentario di Servio ha la data del i472- Poco dopo fr. Domenico da Pistoia e fr. Pietro da Pisa domenicani, che assistevano le reli- giose del loro istituto del monastero det- to di s. Jacopo di Ripoli, introdussero nel- la casa di loro abitazione l'arte tipogra- fica, che si faceva a spèse di tali mona- che. In principio stamparono piccole cose e una Grammatica del Donato fu forse la 1 .'Tra la fine del 1 476 e il principio del seguente anno si stampò la Vita di s. Ca- terina da Siena, composta da Raimondo daCapua, la quale ebbe credito e spaccio grande. Dipoi s'impresse il Confessionale di s. Antonino arcivescovo di Firenze, poi le Regole grammaticali di Gio. Batti- sta Guerino, e L'arte del ben morire del cardinal di Fermo, e tutto questo nel 1477. S'introdusse anche presso detto monastero l'arte di gettare i caratteri; e in un libro antico di conti si trovano re-

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gistrate tutte le spese fatte per servire al- la formazione eli caratteri e altre cose ne- cessarie all'uso di stampa. Alcune reli- giose aiutavano a compone, e il celebre ser Bartolomeo Fonzio, di cui a lungo ra- giona il dotto Gio. Lami nelle Dclicìac crudi tor um, n' era il correttore. Ad istan- za di esso fu data mano alla stampa del- le Stive di Stazio, e di altri libri latini tradotti in toscana lingua. Si trovano li- bri stampali in questa stamperia fino al i484> ne' quale anno essendo mancato di vita fr. Domenico, mancò ancora la stamperia, dopo di essere durata 8 anni e poco più. Abbiamo: Notizie istoriche so- pra la stamperia diliipolije quali pos- sono servire all'illustrazione della sto- ria tipografica fiorentina, raccolte e pubblicate dalp, Vincenzo F ineschi do- menicano, archivista del convento di », Maria Novella, Firenze 1 78 r .Dagli An- nali statistici che si pubblicano in Fi- renze per cura dell'erudito capo della se- zione statistica nel ministero degli affari ecclesiastici, meritano d'essere riporta- te le seguenti notizie. Prima noterò, che coli' aggregazione del Lucchese al gran- ducato, questo acquistò 175,160 indi- vidui. Nel i85o la popolazione di To- scana ascendeva a un milione e 780,777 individui; e nel 1 85 1 a un milione e 761,140. Laonde in un solo anno essa aumentò di 25,363. Se un tale risulta- to di crescente popolazione per lungo correr d' anni andasse avverandosi con questa misura, eccederebbe senza al- cun dubbio la media di molli paesi fio- renti per abbondanza di suolo e per este- si commercii. La popolazione stessa di- stinta ne'due sessi, ascendeva iti detta ul- tima epoca, gli uomini 897,939, le don- ne 863, 20 1 : distinta nelle religioni, i cat- tolici sommavano 1,731,690, gli etero- dossi 2o38, gli ebrei 74» 2. Fra'cattoli- ci erano gli ecclesiastici 1 0,348, i religiosi 3076, le monache 3918. Si osserva che più della 9/' parte della popolazione del- la Toscana è agglomerata ne'due centri

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di Firenze e Livorno; la 1/ delle quali cit- tà nel 1 85 1 conlava 1 io, 343 abitatori, e 84,907 la 2/ E per venire ora ad ac- cennare con ordine retrogrado la popo- lazione di 3 decenni, nel 1820 ascese a 1,172,342, nel 1 83 1 a 1,365,703, nel 1841 a 1,489,980, Trovo poi nella sta- tistica del i853, che nel [852 gli abitan- ti del granducato si aumentarono, risul- tando di 1,778,021, e nel 1 853 erano giunti al numero di 1,796,076, e nel i855 ad 1,816,466 abitanti, secondo {'Almanacco Etrusco del [856. 11 Bi- lancio di Revisione per l'anno 1 853, sulle finanze 'della Toscana, presentato dal ministero all'approvazione sovrana e quindi fatto di pubblica ragione, fa a- scendere l'entrate dello stato per detto annoalla somma di 36 milioni e 376,400 lire toscane: le spese si valutarono a 36 milioni e 3o8,8oo; quindi la tenuissima differenza di 67,600 lire. Le spese ven- gono distribuite ne'7 ministeri dell'inter- no, degli esteri, dell'istruzione pubblica, della grazia e giustizia, degli affari eccle- siastici, delle finanze e della guerra. Fra gli articoli d'aggravio il cumulo degl'in- teressi de'debiti dello stato ascese a 4 mi- lioni e 4Ì7>72° me- La spesa del mini- siero della guerra, e della ricomposizione e nuovo ordinamento delle milizie,si ele- vò alla cifra di 7 milioni di lire. L'assegna- mento fissa al sovrano, che in altri paesi dicesi listacivile, èdi 2 milioni e 764,000 lire. Il ministero degli esteri cou 3 lega- zioni a Roma, a Vienna e a Parigi, e 24 consolati in altrettante città marittime, ebbe un dispendio di 276,400 lire. 11 Mo- nitore Toscano pubblicò un real decreto, secondo il quale il bilancio preventivo del- l'entrate e delle spese generali dello stato pel [856 resta determinato nelle somme qui appresso: entrate lire 37, 7 i6,4oo;s^e- se lire 37,728, 1 00. La pubblica istruzio- ne vi figura per 844>8oo lire. Il debito pubblico iti Toscana è una istituzione nuova del [853, ne il paese avea ancora esposto il suo credito sui pubblici mei-

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cali delle borse europee, mentre già tutti

0 quasi tutti gli altri stali e governi han- no da un mezzo secolo in qua se non e- saurito, ampiamente profittato di questa sorgente di pecuniari soccorsi. Il Moni- tore Toscano de'20 febbraio! 853 pub. blicò il regolamento sulla leva militare, imponendo l'obbligo del reclutamento a tutti i giovani, compiuto che abbiano il loroig.mo anno di età; liceuza però a ciascuno di sostituire a se stesso un cam- bio, purché sia di specchiata condotta mo- rale e politica, e venga guarentito dal so- stituente: gli ebrei vengono esclusi dal ser- vizio militare personale, ma debbono pe- rò sostituire un cambio per ciascuno di essi a proprie spese. La durata della ca- pitolazione, ossia del servizio obbligato- rio, è di 8 anni; ed un decreto posteriore stabilì per detto anno il contingente mi- litare ini5oo uomini, estratto fra tulli i compresi , mediante estrazione a sorte. Sembra che il quadro delle truppe tosca- ne al completo, compresa la gendarme- ria, e i corpi de'cacciatori di confine , e della costiera o litorale marittimo, deb- ba essere progressivamente condotto a i4,ooo uomini, dicuiiOjOOO di truppa attiva, e 4 di riserva, o milizia provin- ciale non assoldata. La gendarmeria a pie- di e a cavallo fu compiutamente organiz- zata, e compresa in un solo reggimento di oltre a 2000 uomini. La fanteria di li- nea è divisa in 8 battaglioni, che som- mano a circa 5ooo uomini, pochissima la cavalleria, più. numerosa l'artiglieria da piazza, ch'è destinata a guarnire i forti dell'Elba e del litorale. Pei ciò la spesa del ministero della guerra, che in detto anno 1 853 fu statuita a 7 milioni di lire, dice- si che potrà arrivare a 10 milioni allor- ché l'armata sarà giunta al suo pieno. La Toscana non si è forse mai trovata od as- soldare tanta truppa quanto al presente.

1 granduchi Medicei non furono mai mi- litarle solda vano un corpo di lance sviz- zere o tedesche per guardia delle loro per- sone, e le fortezze e presidii erano guai*-

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date dalle bande o milizie volontarie ch'e- rano presso a poco della natura delle guar- die civiche. Pietro Leopoldo I d' Austria fidava più nella vigilanza della polizia e de'bargelli che nelle milizie, e le licenziò totalmente; anzi a causa d'una rissa in- sorta in Firenze fra 'sbirri e i granatieri della sua guardia, die il torto così mar- ciò a questi, che incontanente li disciolse e esiliò di Toscana. si parlò più di trup- pa in Toscana fino all'epoca del gover- no Napoleonico, e la memoria spaventosa delle coscrizioni francesi dura ancora ne- gli animi del popolo delle campagne, ch'è nemico del mestiere delle armi e talmente restìo al servigio militare, che a qualun- que più grave sogrifìcio andrebbe incon- tro, anziché a, prestarsi volonteroso co- me in altri paesi al reclutamento; ma la tutela dell'ordine pubblico e l' indipen- denza dello stato lo esigono. 11 /Monitore Toscano pubblicò poi il decreto graudu- calede'2 febbraio 1 856,col quale si ordinò definiti va mente, che sopra la classe de'gio- vani nati dal 1. "gennaio i836 al 3i di- cembre inclusive sarà levato un contin- gente di numero 2000 uomini, destinali a passare eflettivamenle al servizio delle armi; contingente ripartito fra' diversi compartimenti del granducato. Lo stesso Monitore nel fine di marzo pubblicò decreto granducale, per la promulgazio- ne del codice penale militare, e della leg- ge che costituisce la compagnia di casti- go, ed un esemplare stampato fu inviato alla cancelleria di ciascuno degli uditori militari di Firenze, di Livorno e di Por- toferraio, ad ogni comando di piazza e di corpo, alla cancelleria d' ogni tribunale dii.a istanza e ad ogni pretura; non che alla cancelleria della cortesuprema di cas- sazione, ed all'archivio del comando ge- nerale delle rr. truppe. E divisa la To- scana, come dissi, in 7 provincie o com- partimenti: Firenze, Pisa, Siena, Lucca, Arezzo, Grosseto e Livorno con l'isola del- l'Elba (prima erano due governi civili e militari, Livorno e sue comunità, e l' i-

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sola dell'Elba e sue comunità); ed è Fi- renze la capitale del granducato e resi- denza del sovrano, delle autorità , e del corpo di plomatico,fra il quale d'un incari- cato d'affari pontificio, che di presente è mg.r Vincenzo Massoni: prima ebbe un Nunzio apostolico. Il governo,monai ciu- co assoluto, ha per capo il sovrano che trattasi co'titoli d' Altezza Imperiale e Reale Serenissima , ed egli prende per titoli: Leopoldo II per la grazia di Dio principe imperiale d* Austria, principe reale d' Ungheria e di Boemia, arcidu- ca d* Austria , Granduca di Toscana, Duca di Lucca ec.ec. Il primogenito s'in- titola, Granduca o Granprincipe ere- ditario. Il granduca è gran maestro de- gli ordini equestri di Toscana. Essi sono: I L'insigne ordine di s. Stefano I(V>), celebree benemerito per militari imprese navali contro i pirati infedeli. 2.° L'or- dine di s. Giuseppe (V.) del Merito ci- vile. 3.° L' ordine della Fedeltà (V.) o Croce bianca del Merito militare , nel quale articolo parlai pure della Medaglia d'anzianità militare qual decorazione. Pe- rò tanto per tale medaglia , quanto per l'ordine della Fedeltà, conviene tener presente quanto dirò dell' Ordine del Me- rito militare. Dopo che pubblicai i vo- lumi in cui potevano aver luogo le se- guenti istituzioni, esse ebbero effetto per decreti del regnante granduca Leopoldo 11, e qui vi supplisco. Decorazione d'an- zianità. Fu istituita a' 19 dicembre i85o per gli uffiziali di qualunque grado delle reali truppe toscane, conseguibile dopo compiti 3o anni di non interrotto servi- zio. Contemporaneamente fu determina- ta altra decorazione simile con leggenda diversa, da potersi conferire senz' alcun riflesso all' anzianità, a tutti quegli uffi- ziali che per qualche speciale o segnalata azione si fossero resi benemeriti dello sta- to. Dipoi il granduca volendo ampliare quel mezzo di onorifica rimunerazione, onde essere in grado di poter premiare a- dequatamenle, secondo le circostanze, co-

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loro che nella carriera delle armi, ren- dendosi per fedeli servizi benemeriti del principe e dello stato, acquistano titolo ad essere specialmente distinti ad esem- pio degli altri che seguono la stessa car- riera; perciò il granduca, sentito il suo consiglio de'ministri, essendo in Pisa, a' 19 dicembre 1 853 istituì l'equestre Or- dine del Merito militare. Ecco il decreto che riportò il n.°i del Giornale di Ro- ma del i854. Articolo 1 E' istituito nel granducato un nuovo ordine equestre sot- to il titolo di Ordine del Merito milita- re. i.° Il sovrano è il gran maestro del- l'ordine. 3.° I gradi ne'quali il nuovo or- dine si distingue saranno 3 : cavalieri di prima, di seconda, di terza classe. La collazione dell'ordine dipenderà intera- mente dalla volontà sovrana colle regole che appresso. 5.° La decorazione potrà es- sere concessa non solo a'sudditi toscani, ma anche agli esteri. 6.° Le decorazioni di 1* e 2.a classe si concederanno per re- gola solamente agli uffiziali. 7." La deco- razione di 3. "classe potrà essere conferita, oltre gli uffiziali, anche a'sotto-uffiziali e soldati. 8.° Il gradodi cavaliere di 1/ clas- serei caso che sia attribuito a persona non nobile, gli darà diritto d'essere ascritto, senz'aldina spesa,alla nobiltà della città cui appartiene, o più prossima al luogo di sua origine, e questa nobiltà sarà per conseguenza ereditaria. 9.°! sotto-uffiziali e soldati insigniti della decorazione di 3.a classe avranno diritto ad un'altra paga di lire 100 all'anno, e ne godranno finché non pervengano al grado duffiziali. Ri- formati per età o per salute, mentre ne sono ancora al possesso, la conserveran- no vita durante, senza pregiudizio del sol- do di ritiro a cui avessero titolo secondo i regolamenti. ro.°La decorazione dell'or- dine consiste in una croce a 5 spicchi , riuniti ad uno scudo di forma circolare, avente sul diritto la cifra: L. II, con at- torno l'epigrafe: Merito Militare. Sul ro- vescio l'indicazione dell'anno dell'istitu- zione 1 853. Le decorazioni di i.a e 2.nclas«

TOS se, distinte per grandezza, saranno legate in oro, colla corona reale dell'isteSso me- tallo. Le decorazioni di 3.a classe avran- no la legatura e la corona di argento. 1 1.° La croce dovrà tenersi appesa con nastro rosso e nero; per la larghezza e di- stribuzione de'colori conforme a'modelli contemporanea mente approvati. i2.°l ca- valieri di redasse porteranno la croce ap- pesa al collo pendente sul petto. Quelli di 2.ae3.aclasse la porteranno sulla parte si- nistra del petto. 1 3/Nel caso di morte d'un cavaliere dell'ordine, gli eredi del medesi- mo saranno tenuti di rimettere al ministe- ro della guerra la decorazione. i4.°Gli af- fari dell', ordine saranno trattati nel mi- nistero della guerra. Il ministro segreta- rio di slato pel dipartimento della guer- ra sarà il gran cancelliere dell'ordine, an- che quando non abbia grado militare, e non possa perciò essere insignito della de- corazione. i5.° La consegna della deco- razione dell'ordine all'insignito si farà o direttamente dal sovrano gran maestro, ove e come piace al medesimo, o per mez- zo d'un suo delegato; ed in questo 2.0 caso si farà avanti la truppa riunita sotto lear- tni, colle fot me che sa ranno slabi lite. 1 G.° 1 forestieri che verranno insigniti dell'or- dine saranno dispensati da ogni formalità e riceveranno la decorazione e il diploma pel canale del mini stero della guerra. 1 7.0 gl'insigniti potranno essere privati della decorazione nel caso che se ne rendesse- ro indegni con una condotta disdicevole al loro grado, e contraria al loro dove- re. 1 8.° Le determinazioni in tal propo- sito emanano dal sovrano gran maestro dietro ie preventive circostanziale infor- mazioni del gran cancelliere dell'ordine. i q.° Le disposizioni del sovrano decreto de' 19 dicembre i85o, in quanto concer- nono l'istituzione della decorazione, Fe- deltà e Valore, restano revocate. 20. ° Tutti coloro che avranno già ottenuta la decorazione anzidetta , riceveranno in cambio la decorazione dell'ordine del Me- rito militare, nuovamente fondato col pre-

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sente decreto, in quella classe che sarà de- terminata dal sovrano grati maestro. 2 1.° Le medaglie di merito militare, istituite con decreto de' 1 9 maggio 1 84 1 ,già confe- rite o che verranno conferite in appresso, saranno portate al nastro prescritto ne' cavalieri di 3." classe del nuovoordine.il Monitore Toscano quindi, riportato dal n.°j6de\Giornale diRoma i85hdescv\se la solenne inaugurazione del nuovo ordine equestre del Merito militare istituito dal granduca Leopoldo II e da lui eseguita a' 26 marzo in Firenze nel regio palazzo di residenza, nella sala detta delle Nicchie, con quel decoro che si conveniva alla cir- costanza. Solo accennerò, che assistero- no alla ceremonia i priori, bali e cavalieri di s. Stefano I, ed i grancroci, commen- datori e cavalieri di quello del Merito di s. Giuseppe. Il granduca portando al collo la decorazione del nuovo ordine si assise sotto il trono, avente alla sua destra sul ripiano di quello il suo figlio l'arciduca Ferdinando gran principe ereditario, ed accanto al trono le cariche di corte e i mi- nistri segretari di stato. Il ministro gran- cancelliere in nome sovrano annunziò a' candidati che venivano ammessi a riceve- re dalle mani del gran maestro la deco- razione dell'ordine, al quale egli erasi de- gnato nominarli i primi, volendo che quel segno di onore fosse per essi testimonian- za insieme della loro fedeltà e buoni ser- vigi, e maggiore incitamentoa sempre più meritare del principe e del paese per sen- timenti ed opere di virtù, illustrando l'or- dine di cui entravano a far parte, giusti- ficando l'onorificenza conseguita, e facen- dosi esempio degno di un'emulazione a tulli coloro che seguono la nobil carrie- ra dell'armi. Alle quali parole il generale maggiore cav. Federico Ferrari da Gra- do in nome di tulli i canditati convenien- temente rispose con forinola di solenne promessa che divenne normale per tutti i nuovi insigniti. Dopo di che ciascuno de' candidati accompagnali al trono da'cava- valieri di §, Stefano e di s. Giuseppe, ri-

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ceverono dal granduca con benigne pa- role la decorazione; la fuuzionefu chiusa colla lettura d'un atto solenne. Prima di questo tempo il granduca Leopoldo li , con decreto dato in Firenze a'2 i giugno i852 , e riprodotto a p. 5ao del Gior- nale di Roma \ 852, dichiarò. Che consi- derando dovunque l'industria, non pro- mossa con mezzi artificiali e non nutrita fra'privilegijSia rilasciata alle regole della libera concorrenza, meritano più che al- trove stima e riconoscenza coloro che o- ìioralamenle ad essa applicando giungo- no ad ottenere ad utilità del paese cospi- cui risultati, interamente dovuti al pro- prio ingegno ed alla più commendevole perseveranza. E volendo cheque'soggetli i quali per tal modo si sono resi beneme- riti dello stato, possano essere pubblica- mente distinti d'onorevoli contrassegni, che valgano a loro di premio, ed alimen- tino negli altri una nobile e generosa e- m illazione; sentito il consiglio de'ministri, venne nella determinazione d' ordinare quanto appresso. « i. 'E' istituita la deco- razione del Merito industriale a distin- guere e rimunerare chiunque abbia real- mente e notoriauieuU: acquistati titoli di benemerenza verso l'industria toscana. 2.0 La decorazione consisterà in una meda- glia d'oro avente sul diritto l'effigie del sovrano fondatore, e sul rovescio l'epigra- fe: Alla Industria. 3.° Due saranno le classi della decorazione. 11 distintivo della I." classe consisterà nella corona reale so- vrapposta alla medaglia, mentre che quel- la di 2.a classe terminerà con un gam- bo lavorato a foggia di foglie di quercia. 4°La decorazione potrà essere portata al- l'occhiello dell'abito appesa ad un nastro di due colori bianco e rosso a più righe minute: ma è inibito di far uso del nastro senza la decorazione. 5.° La decorazione non si domanda, ma si accorda ultronea- mente dal sovrano sia al seguilo delle pub- bliche esposizioni di prodotti industriali, sia in altre circostanze che facciano palese il merito del soggeUo, che introducendo

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nel paese nuove industrie, promuovendo o migliorando quelle che esistono , o in altro modo giovando distintamente all'in- cremento di esse, abbia acquistato titolo alla pubblica riconoscenza. 6.° I decorati di 1/ classe riceveranno da noi insieme colla decorazione un diploma che attesti la riportata collazione, ed esprima la cau- sa che vi ha dato motivo. I decorati di 2.a classe riceveranno in quella vece un cer- tificato rilasciato nel nostro uome dal mi- nistro delle finanze, del commercio e de' lavori pubblici. 7.0 Oli esteri abitualmen- te dimoranti iti Toscana, e che qui ab- biano stabilito manifatture e fabbriche di prodotti industriali, ed abbiano così gio- valo all'industria del paese, potranno es- sere insigniti della decorazioue al pari de- gli statisti." Il granducato di Toscana ha dominante il cullo cattolico, e presente- mente contiene 4 arcivescovati, cioè Fi- renze, iSYe7i<2,P/.?tf,consuffraganei,e Luc- ca senza suffraganei; e 18 vescovali, tre de' quali ne hanno uni li altri tre, senza contarvi che a Massa Marittima antica- mente fu unita la sede di Populonia, co- me a Grosseto si fece con quella di Ro- selle (della quale parlai anche a Soana), una delle primarie città etrusche e una delle 12 Lucumonie o capi d'origine del- l'Etruria, e comprendeva nella sua giu- risdizione la maggior parte dell' attuale Maremma Grossetana. Sono poi i 18 ve- scovati, ed i tre ad essi uniti, i seguenti. Arezzo, Cortona , Montalcino , Monte Pulciano, tutti immediatamente soggetti alla s.Sede. Lo erano pure Pescia e Vol- terra, ma il regnante Pio IX le dichiarò suffraga tiee della metropolitana di Pisa nel 1 855. Colle, s. Miniato, Pistoia unito a Prato , Fiesole , Borgo s. Sepolcro , Modigliana, tutti suffragane! della metro- politana di Firenze. Grosseto, Chiusi u- nito a Pienza, Massa Marittima, Soa- ria unito a Pi tigli ano, tutti suffragarti della metropolitana di Siena. Livorno, Pontrcmoli, Massa di Carrara, già tut- ti sulh aganei della metropolitana di Pi-

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sa, ma nell' odierno arcivescovato del caidinal Cosimo de Corsi fiorentiuo, a' 19 dicembre 1 853 traslatovi da Jesi, nel formarsi la provincia ecclesiastica di Modena (co' suoi vescovati già suffraga- ne! di Bologna, ed a questa vennero in vece assegnate per suilraganee le sedi ve- scovili di Forlì e di Faenza, ora suffraga- nee della metropolitana di Ravenna, il che però avrà effetto alla vacanza ili que- sta ultima metropolitana) e questa sede eretta in metropolitana nel 1 855, per quanto dichiarai nel vol.LXXVH, p. 273 (dicendo pure dell' ordine equestre di s. Con tardo d'Este,istituito dal regnante du- ca di Modena Francesco V ), le fu assog- gettala la sede vescovile di Massa di Car- rara, anco perchè la etile fa al presente pai le di quel ducato: in vece a Pisa fu- rono soltoposte le suddette sedi di Pescia e /"o/terra. Quanto a Pontremoli, come notai in principio, forma ora parte del du- calo di Parma e Piacenza }e parte di quello di Modena, comechè nella provincia diLu- nigiana. Di tulle le nominate città arcive- scovili e vescovili diToscana,avendo scrit- to articoli, e così dell'abbazia mv/Z/ws del- le Tre Fontane, che ha diversi paesi to- scani nella sua diocesi, essi ponno in parte supplire al laconismo di questo,che la na- tura di mia opera compendiosa esige, al- trimenti se dovessi descrivere come me- rita la celeberrima Toscana, sarebbe ar- dua e grave impresa non proporzionata alla mia insufficienza.

Siccome Modigliana dal regnante Pa- pa Pio IX fu eretta in sede vescovile a'^ luglio i85o, colla bolla Ea quo licei im- merito , quando già avea pubblicato da qualche annoia lettera M, non avendo- ne fatto articolo, oia in breve ne farò cen- no, dovendo prima avvertire che da rag- guardevole persona fui indotto in errore nel dire la nuova sede, ne' voi. LUI, p. 226, LXVI, p. 6o,suffraganea della me- tropoli di Siena; qui ini correggo con qua- lificarla invece suffraganea delia metro- politana di Firenze, e ciò con l'autorità

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della proposizione concistoriale per V o- dierno suoi. "vescovo mg.' Mario Melini di Monlalcino, già canonico della catte- drale di Pienza e rettore del suo semina- rio, pro-vicario generale di quella dioce- si, preconizzato nel concistoro de' 1 9 di- cembre 1 853, siccome ornalo di que'pi e- gi riferiti dal Papa nella della proposi- ùoaeMod\f>\ÌBaa(Mutilan))Mutilianiimi Castrimi Mutilimi seu Mutillium, nella valle e presso il torrente o fiumana Mar- zeno, piccola e nobile città con residenza

vescovile della Romagna Granducale nel- d

la Toscana; perciò la diocesi forgiata ap- parteneva col territorio a quelle di For- lì, Faenza, Bertinoro e Sarsina unite, men- tre Modigliana propriamente era nella diocesi di Faenza, già terra cospicua con sovrastante castello, dov'ebbe sede il i.° stipite de'celebri conti Guidi, di cui par- lai in tanti luoghi. Modigliana è lontana q miglia da Faenza ei5 da Forlì, in si- tuazione amena, salubre e vantaggiosa pu- re pel commercio colla Romagna propria o papale, comechè giace Bell'estremo lem- bo de'coutrafforti dell'Apennino, fra'tìu- mi Montone e Lamone, capoluogo di co- mune e di giurisdizione, sede d'un vica- rio regio e di altre autorità, nel compar- timento di Firenze. Il suo fabbricato è diviso in due quartieri, il i.°è la parte più velusla del paese, denominala il Castel- lo, l'altro è la parte moderna chiamata il Borgo; ad ambedue si accede sul pon- te triturrito che cavalca la fiumana del Tramazzo. Nella parte antica o Castello trovasi il pretorio , che fu il palazzo dei conti Guidi, lo spedale fondato da'Rou- coni nel 1 643, il monte di pietà aperto uel 17 38 da Costanza Severoli, il collegio Ca- lasanzio e chiesa degli scolorii, che intro- dotti nel 1689 occupano il convento e la chiesa de'domenicani. Nel Borgo poi esi- stono le fabbriche più decenti, alcuni con- venti, vari stabilimenti pubblici e priva- ti, e la cattedrale. Questa già collegiata e pieve, è sagra a s. Stefano protomarlire, buono edifìzio con battisteri©, e cura d'a-

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nime amministrata dal priore. D'antica origine, fu riedificata nel secolo XV, e se- condo il Repelli consagrata a'18 ottobre i5o6 da Papa Giulio II, che vi celebrò la messa, dopo aver passato una notte in Modigliana, quando si recò a Bologna per liberarla dal dominio de'Benti voglio, pre- cisamente nel portarsi da Forlimpopoli per Cast roca t*o a I mola , nel p. Gattico sun- nominato chiamandosi il luogo Mudia- nam. Sotto it coro della cattedrale è l'ele- gante oratorio della Madonna del Canto- ne, antica e di vota chiesina. Il capitolo si compos* colle soppresse collegiate di s. Stefano e di s. Bernardo, e si formò di 3 dignità, lai. "delle quali è il detto priore, di io canonici compresi il teologo e il pe- nitenziere, di 6 beneficiati o mansionari, e di altri preti e chierici addetti al servi- zio divino. L'episcopio fu stabilito poco distante dalla cattedrale. Vi sono altre chiese, ma non parrocchiali, i cappuccini della Madonna della Pace sul monte Sion con copiosa libreria e chiesa originata nel 1 56 1, un monastero di religiose per l'e- ducazione delle donzelle, e gli altri ricor- dati pii istituti; quanto al seminario, di- ce la proposizione concistoriale, nondum tamen perfi r doni mandatimi. Ri m petto all'antica pievedi s.Stefauo esiste va il bat- tisteri© di s. Gio. Battista, demolito nel 1697 per dilatar la piazza di s. Stefano, dopoché la pieve nel 1660 ottenne da A- lessandro VII la collegiata di \i canoni- ci colla dignità del preposto pievano. Pa- re che il preposto già esistesse, e fra gl'illu- stri che vi fiorirono, diversi salirono alle dignità vescovile e cardinalizia , come il cardinal sldimari delibi 1. La chiesa già collegiata di s. Bernardo fu fondata nel i645 insieme con 4 cappellani, per Usci- ta d'un modiglianese. Esistevano in Mo- digliana e nel suo territorio i camaldole- si, i canonici regolai idi s. Antonio di Vien- na, i domenicani, e le monache agostinia. ne e domenicane. Vi è in Modigliana, sot- to la prolezione granducale, l'accademia letteraria degl' Incammina (1 , che ha per

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impresa il motto: Pandi t Ttcr , ed alla quale mi si fece l'onore di aggregarmi nel i845' anzi mi vanto appartenere anche all'accademie toscane della Valle Tiberi- na, dell'Aretina, della Valdarnese di Mon- tevarchi, della Casentinese di Buonarro- ti, e degli Euteleti di s. Miniato, il che ri- cordo a cagione d'onore e di gratissimo animo. Conta il suo i.° albore nel 1660, quindi fu ravvivata dagli scolopii, più tardi rinnovala sotto l'attuale titolo nel 1 757, e finalmente con nuovi regolamen- ti fu a piìi utile e più esteso scopo nel 1795 destinata sotto gli auspicii del gran- duca Ferdinando IH. Havvi inoltre nel- la città un piccolo teatro costruito nel 1794 dal cav. Bandita modiglianese, ed ora proprietà dell'accademia de' Sozofi- li. Vi è pure un'accademia filarmonica, e una cassa di risparmio. Modigliana conta fra gli uomini di merito, autori d'opere più o meno pregiate, 3 fratelli Fontana, cioè il conte Agostino dottore nell'una e nell'altra legge, mg.r Giovanni che fu ve- scovo di Cesena dove neh 7 16 mori, e il p.Fulviogesuita. Anche il p. Pietro Cain- padelli cappuccino fu autore d' una dis- sertazione sopra il passaggio dell' A penni- no fatto d'Annibale, e d'una lettera apo- logetica contro l'ab. P. Amati pubblicata in Faenza nel 1 77 1 . Spetta al p. Gabrie- le Sacchini cappuccino un ms. intitola- to: Storia della Modigliana. Vi fioriro- no anche valorosi nelle armi e nelle arti. Vanno di più rammentati due Ronconi e un Borghi, un mg.r Ravagli, un p. Alber- to Papiaui delle scuole pie, un p. Fran- cesc' Anton io di lui fratello minore osser- vante, e un Savelli ch'ebbe fama di distin- to giureconsulto. Nel secolo XVII furono cardinali Gio. Francesco Guidi di Bagno, e Nicolò Guidi di Bagno, e nel seguente Romualdo Guidi, probabilmente discen- denti da'eonti Guidi antichi sigoori diMo- digliana. Gli abitanti della città superano i 35oo, essendo Modigliana e Marradi i due più grossi paesi della Romagna Gran- ducale. 11 vicariato di Modi^liuua è il me-

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glio coltivato di tale contrada, giacche in esso sono comuni gli uliveti, i vigneti, i morigelsiealtre piante fruttifere. In que- sta parie dell'aulico contado di Faenza^ la coltivazione dell'olivo conta un'epoca delle più antiche fra'paesi dell'alta Italia. Non manca di cereali, e di altri prodotti in abbondanza e di sopravanzo al consu- mo della popolazione. Fra le manifattu- re quella della seta va accrescendosi e mi- gliorandosi, pe'continui impulsi che rice- vè, specialmente dalla cooperazione del perspicace Giovanni Zauli nobile possi- dente modiglianese; poiché non solo egli fuili.°ùeli82 3 a introdurre inModiglia- na una filanda a vapore, ma ne andò per- fezionando i meccanismi in guisa, che nel 1 838 fece innalzar da'fondamenti in una sua vasta possessione suburbana un nuo- vo edilìzio per uso d'altra filanda a va- pore e di bigattiera, illustrata dall'erudi- to modiglianese d.r Fraucesco Verità. E- siste ancora una fornace di terraglie in Modigliana, dove si con lano molti artisti pittori d'ornato. Modigliana sembra che debba V etimologia del suo nome al Ca- strimi Mutilum, rammentato da T. Li- vio, appartenente alla regione de'galli boi, e lo conferma Muratori, che dichiarò Mu- ti'luminine Mutìliaiia^ vetustissimumop- pidum. Dopo gli avvenimenti de' romani, narrati da Livio, la storia tace sino al de- clinar del IX secolo. Imperocché il i .°do- cu mento relativo alla corte di Modigliana nel territorio faentino trovasi in una car- ta deli'896, e si vuole da alcuni che poi fosse donata agli arcivescovi di Ravenna, onde acquistarono de'diritti su Modiglia- na. Si racconta, che nel 924-n'era signo- ra la ravennate contessa Ingeldrada figlia del duca Martino, e teneva splendida cor- te nel castello di Modigliana quando vi ca- pitò il conte Teudegrimo I palatino di To- scana, che divenuto suo sposo, egli e la di- scendenza divennero signori di Modiglia- ua.Recatosi il conte inRavenna e mostran- do l'arcivescovo Pietro pretensioni sopra il castello di Modigliana , si provò colla voi. LXXVHI.

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forza d'acquistarlo, ma il conte osò con- durre il prelato prigione nella rocca di Mo- digliana. Tale narrativa in tutte le circo- stanze non è sicura. Gli scrittori che han- no trattato della nobilissima e potente fa- miglia de'conli Guidi, tutti la fanno ve- nire in Italia dalla Germania coll'impera- tore Ottone I il Grande^ e che dal conte Guido ebbe principio la sua casa, nipote è parente di quel principe, dal quale fu fat- to contedi Modigliana nel 967. Il Repet- ti invece ritiene, che autore più remoto della famiglia de'conti Guidi sia il ricor- dato conte Teudegrimo I palatino di To« scana,e che dal suo matrimonio colla con tessa Ingeldrada nacquero il conte Guido maritalo a d. Gervisa, e Ranieri che fa diacono, e ne riporta le testimonianze. Mentre uel 967 etano in Classe di Raven- na Ottone I e il Papa Giovanni XIII, l'ar- civescovo Pietro chiese loro giustizia con- tro il diacono Ranieri, che poc' anzi era entrato armata mano a dilapidare il suo episcopio di Ravenna, dove arrestò e mi- se in carcere il prelato, portando seco il tesoro della chiesa. Citato Piauieri a coai- parire avanti il tribunale e restando con- tumace, fu prouunziata sentenza a favor di Pietro,